Lorenzo Baravalle propone oggi il suo racconto della vita di Silvano Girotto per OnePodcast
Cosa non convince in Frate Mitra, l’uomo che si infiltrò nelle Brigate Rosse, podcast in sei episodi di Lorenzo Baravalle, autore già noto per altri lavori a sfondo storico? Al di là di alcune mancanze tecniche e di qualche imprecisione che sarebbe stato meglio evitare – la non sempre accurata resa del suono dei materiali raccolti (testimonianze e interviste), una colonna sonora onnipresente, la strage di Piazza Fontana datata il 16 invece che il 12 dicembre del ’69 (il 16 – o meglio, nella notte fra il 15 e il 16 – morì Pinelli, «suicidato» per mano ignota dalla finestra della questura) – ciò che lascia davvero perplessi è il taglio con cui è affrontata la storia.
Frate Mitra racconta di Silvano Girotto (Caselle Torinese, 1939 – Torino, 2022), figura chiave – chiave e ambigua, come disse Sergio Zavoli in La notte della Repubblica (RAI, 1989 – 1990) – nell’avversare la più importante organizzazione di lotta armata dell’Italia degli Anni di piombo. Nel riportarne la vicenda Baravalle, salvo che per un non approfondito accenno, sembra oggi voler sorvolare sulle troppe coincidenze che ne costellano l’epopea, prendendo a riferimento specialmente la testimonianza che l’interessato affidò alla sua autobiografia (Mi chiamavano Frate Mitra, Paoline Editoriale Libri, 2002).
Girotto prestò servizio ai carabinieri del Nucleo speciale antiterrorismo del generale Dalla Chiesa nel 1974, rendendo possibile, al termine della propria esperienza latinoamericana, l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini. La sua persona sembrava fatta apposta a fare da esca ai vertici delle BR e alla loro ingenuità (in verità Franceschini allora non era fra gli obiettivi, ma sorvoliamo): Girotto alias Frate Mitra, come veniva chiamato dai giornali, era figlio di un carabiniere – corrispondenza per lo meno curiosa – e dopo un’adolescenza turbolenta, che lo aveva visto senza documenti assoldarsi nella Legione straniera, aveva avuto una vocazione cattolico-cristiana in virtù della quale aveva preso i voti, acquisito la fama di «prete rosso» accanto ai movimenti di protesta ed era partito come missionario per la Bolivia.
Lì aveva abbandonato la tonaca per i guerriglieri del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria), entrando in contatto anche coi Tupamaros uruguayani, che, nuova singolare coincidenza, erano proprio quegli stessi rivoluzionari a cui strutturalmente si ispiravano i brigatisti.
Quando nel 1971 la Bolivia fu scossa dal colpo di stato del colonnello Hugo Suaréz, Silvano Girotto riparò in Cile, dove in seguito a un altro al golpe – quello di Pinochet – si rifugiò presso l’ambasciata italiana in attesa del rimpatrio. Tornato a casa e grandemente mediatizzata la sua storia («era stato lanciato dal settimanale “Il Borghese” come un gran guerrigliero», racconta Mario Moretti in una lunga intervista pubblicata nel 1994), gli fu quindi offerto di collaborare nientemeno che col massimo organismo di contrasto ai movimenti eversivi dell’epoca. Cosa a cui presto acconsentì, perché, disse, conscio della differenza di ambito rispetto all’America Latina e del pericolo in cui incorreva la democrazia italiana.
Ora, chi qui scrive non è uno storico e potrà forse sbagliarsi, ma, nel narrare il caso Girotto, dribblare quell’ambiguità a cui accennava Zavoli appare fallace. E questo al di là della vicenda del singolo, delle sue affermazioni – che comunque qui spesso risultano vaghe, pittoresche – e di ciò che divenne in seguito: operaio e sindacalista è praticamente scomparso dalle cronache, salvo per aver testimoniato al processo contro le BR del ’78 ed essere stato ascoltato, nel 2000, dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo.
La non piena chiarezza degli avvenimenti e il loro permanente lato ombra sembrano essere l’emanazione di una doppiezza molto più grande, appartenente a un contesto in cui, da parte di forze ramificate nello Stato, il depistaggio è pratica corrente (Piazza Fontana, Pinelli, la strage di Bologna), i colpevoli non hanno nome – e se ce l’hanno è incerto, oppure è tardi perché rispondano dei propri atti – e i processi non trovano vera fine.
