San Francesco al Fopponino (Gio Ponti III)

by azione azione
22 Aprile 2026

Dal disorientante piazzale Aquilea, dove sfociano di traverso due viali, curva il tram, giardinetti improbabili ti guardano, si affaccia il carcere di San Vittore, imbocco via Paolo Giovio. Rintontito da questo urbanismo bislacco, intuisco almeno di passare sull’altra sponda della strada. Ci vuole margine, per inquadrare al meglio, camminando, l’audace facciata-quinta teatrale di Gio Ponti (1891-1979). Già incontrato in giro a Milano per il marmo tempesta della Montecatini e il grattacielo diamantesco-buzzatiano, un mattino piovigginoso verso le dieci a metà aprile catturo, dal marciapiede opposto, l’esile palcoscenico architetturale di San Francesco al Fopponino.

Finita nel 1964, questa chiesa a cui è rimasto legato il toponimo di un cimitero pestilenziale sparito, colpisce innanzitutto per le sei finestre a vento a forma di diamante: figura feticcio di Gio Ponti al punto da esserne la pianta del Pirellone. L’occhio del passeggiatore serio però al contempo corre alle superbe bifore a vento del romanico-gotico lodigiano. Se guardate le due bifore a cielo aperto nel cotto rosato di San Francesco a Lodi risalente a fine duecento, le corrispondenze sono fortissime. La riscrittura pontiana di queste aperture sfonda una porta aperta per gli amanti, come me, degli spazi vuoti. Qui, inoltre, la loro leggerezza si intreccia con la lievità degli origami. La facciata fine, infatti, è piegata come foglio ai due lati che proseguono nello stesso stile lungo i due edifici, parrocchiali credo. Dispiegata come scenografia sacrale, l’intera facciata tripartita è ricoperta di piastrelle a punta di diamante in ceramica grigio-argento. Queste piastrelle speciali, come ho letto stanotte nel suo celebre Amate l’architettura (1957), «giocano con la luce sul giro del sole». La capacità di riflettere e rifrangere i raggi solari delle piastrelle prodotte dalla manifattura estinta Joo, purtroppo, oggi, non la posso assaporare tanto. Un ultimo sguardo, dal marciapiede, ai diamanti-finestre a vento – la cui apoteosi quasi delirante è la vela forata similgeometrie islamiche della concattedrale di Taranto – che incorniciano cielo grigio, il verdino di un albero. E visto la posizione leggermente di sbieco rispetto alla strada: pure il bruno ceramico del rivestimento del corpo della chiesa.

M’incammino verso l’entrata. La punta in mezzo del protiro combacia con la punta del diamantone-vetrata al centro della facciata le cui piastrelle diamantate ora, da vicino, non sono male anche senza sole. Se osservate bene, troverete mimetizzate, in quattro zone con piastrelle lisce, quattro croci taumate. Salgo i nove gradoni in pietra della scalinata a punta in corrispondenza con la punta del protiro, sotto il quale riluce l’oro a mosaico stile bizantino che sovrasta il rovere delle porte. Altre punte di diamante, formate dai dodici rombi in ferro batturo nero e vetro incastonati dentro le porta in mezzo. A lato si entra spingendo una curiosa porta da saloon transatlantico o cineclub berlinese anni quaranta: pelle martellata color caffè e due ennesimi rombi-vetro. Poi ancora una magistrale porta in rovere come quella fuori in mezzo ma a spinta, con due maniglioni verticali in ferro battuto nero. L’ombrosità da cattedrale di cui è riproposta anche l’ariosità, mi rasserena. Dieci meravigliosi lampadari in ottone per navata, appesi con dei catenoni lunghi metri, rischiarano il giusto. La curva degli elementi in ottone ricorda molto i lampadari disegnati a fine anni cinquanta per Villa Nemazee a Teheran. A Caracas mi porta invece la maniglia Cono inventata nel 1953 per l’incredibile Villa Planchart. Le panche, sempre in rovere, sono super francescane. «Il corpo di Cristo, il corpo di Cristo, il corpo di Cristo» sento, cadenzato, al momento dell’ostia, in una navatella a sinistra. Le finestre a feritoia nell’intonaco frattazzato mi fanno venire in mente la Ronchamp di Le Corbusier.

Percorro il pavimento a spina di pesce in grès bruno fiammato in tre gradi di cottura. Dalle parti dell’altare m’immagino le vasche di pesci irrealizzate che aveva in mente Gio Ponti. «Piove, piove, piove» sbotta uno uscito a lato, reinterpretando, con una punta di lamento nel tono e velocizzandone il ritmo da messa, la litania appena sentita. Voltandomi, sopra l’uscita, si erge – follia pura – un protiro fuori misura a punta di diamante, ricoperto ancora di piastrelle diamante grigio-argento e forato a diamante.