La fatica emotiva dei ragazzi

by azione azione
27 Maggio 2026

La depressione oggi è la patologia pischica più comune tra gli adolescenti, ma come riconoscerla in un’età in cui tristezza e sbalzi d’umore sono all’ordine del giorno?

Crescere non è mai stato semplice e indolore, ma per numerosi ragazzi di oggi sembra esserlo ancor meno che in passato. Tra pressioni sociali, aspettative elevate e un mondo sempre più connesso, la depressione giovanile si aggiudica infatti – e purtroppo – un posto tra le sfide da affrontare con urgenza.

«La depressione in adolescenza è sempre esistita, ma oggi osserviamo un incremento significativo, partito nel 2012-13, in parallelo alla diffusione dello smartphone – afferma Marco Celoria, psicologo clinico e psicoterapeuta FSP – questo ha infatti modificato le condizioni di sviluppo psichico; esposizione continua, confronto permanente e riduzione degli spazi di interiorizzazione interferiscono con i processi di simbolizzazione e costruzione dell’identità, amplificando fragilità già presenti e rendendo più faticoso lo sviluppo di un senso di sé stabile».

L’aumento del disagio psichico nei giovani va quindi letto come espressione di una trasformazione del contesto evolutivo: «La diffusione dello smartphone ha inciso sui tempi e sui modi della costruzione del sé, ne deriva una maggiore difficoltà nei processi di simbolizzazione e di regolazione affettiva. In questo senso, la depressione può essere intesa come un segnale di sofferenza nella strutturazione dell’identità, più che come un semplice disturbo dell’umore», continua il dottor Marco Celoria. Se in genere tendiamo ad associare il sentimento della tristezza alla depressione, ciò non è necessariamente il caso quando ad esserne colpiti sono bambini e adolescenti. «La depressione giovanile è spesso una difficoltà a trasformare le emozioni grezze in pensieri. Il ragazzo sente molto, ma, non riuscendo a dare un nome e un senso a ciò che gli accade dentro, capita che questo finisca per esprimersi nel corpo o nel comportamento con ritiro, irritabilità, perdita di interesse o apatia. Il lavoro clinico consiste quindi nell’aiutare a costruire questo passaggio, rendendo l’esperienza interna più pensabile e condivisibile».

Un disagio che si esprime in modi diversi

Nel rapporto Obsan pubblicato dal-l’Osservatorio svizzero della salute nel 2023, il 30% delle giovani donne di età compresa tra i 15 e i 24 anni e il 15% dei giovani uomini della stessa età hanno dichiarato di soffrire di sintomi di depressione da moderati a gravi. «Questi dati colpiscono e vanno presi sul serio: indicano una quota importante di giovani, soprattutto ragazze, che sperimentano una sofferenza significativa – commenta lo psicoterapeuta – allo stesso tempo parlano però anche di una maggiore possibilità di riconoscere e dire il proprio disagio. Pure in Ticino, infatti, nel 2025 le prestazioni psicologiche sono aumentate di circa il 12-13%, segno di una domanda in crescita, da parte anche di molti giovani».

Tra i dati del citato rapporto colpisce quello relativo alle esponenti di sesso femminile, riguardo alle quali i disturbi depressivi sono più frequenti che negli uomini in tutte le fasce d’età. Una differenza che viene così spiegata nell’articolo Riconoscere la depressione nei giovani pubblicato da Pro Juventute: «Uno dei motivi è che le donne sono più vulnerabili a causa dei rispettivi ruoli di genere. Anche le cause ormonali legate al ciclo possono favorire gli stati depressivi. Inoltre, gli strumenti diagnostici per la depressione sono pensati per le donne. In più, per alcuni uomini è ancora difficile parlare di problemi di salute psichica. Vogliono essere forti e si vergognano di mostrare debolezza. Per questo motivo la depressione viene riconosciuta meno spesso negli uomini rispetto alle donne». Oltre a ciò, c’è pure una differenza sostanziale nel manifestare un disagio interiore, che si tratti di un vissuto quotidiano oppure di una problematica più importante. «Le ragazze tendono a rivolgere il disagio verso di sé, con sentimenti di tristezza, autosvalutazione e ritiro, mentre i ragazzi ad esprimerlo all’esterno, in agiti (comportamenti messi in atto), attraverso irritabilità, opposizione, disorganizzazione o ritiro funzionale. Questo può far pensare che soffrano meno, quando si tratta di forme diverse di esprimere una fatica emotiva, che nelle prime appare più visibile come depressione, nei secondi come meno mentalizzata e quindi più difficile da riconoscere come tale», spiega Marco Celoria.

Come dicevamo in apertura, il contesto in cui i ragazzi vivono non è esattamente rassicurante nel loro già di per sé delicato passaggio all’età adulta. Gli adolescenti e i giovani adulti sono, infatti, sottoposti a una forte pressione per ottenere risultati e questo non solo a scuola, ma in quasi tutti gli ambiti della vita. I social media, inoltre, li rendono da un lato molto esposti, mentre dall’altro li pongono in un costante – e non sempre realistico – confronto con gli altri. «Anche se poi il disagio può trovare strade diverse per esprimersi, la pressione, il confronto e l’assenza di pause rendono in ogni caso più difficile costruire un senso di sé stabile – commenta lo psicologo – quello su cui bisognerebbe soffermarsi è quindi pure il fatto che, per crescere, i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di tempi vuoti, di poter sostare, persino annoiarsi. Il pensiero, diceva Bion, nasce dall’assenza, non dall’eccesso di stimoli, peraltro spesso privi di senso compiuto, come quelli che stiamo proponendo loro oggi».

Gli anni del rimodellamento neuronale

Durante la pubertà i ragazzi subiscono un rimodellamento neuronale; gli sbalzi d’umore sono più frequenti e più forti a causa degli ormoni ed è quindi normale che essi si sentano a volte giù di morale. Anche i pensieri sulla vita e sulla morte fanno parte di questa fase evolutiva. Detto ciò, per chi affianca un ragazzo in questo periodo può non essere facile capire se ci si trova di fronte a qualcosa di normalmente riconducibile ad esso o piuttosto a dei sintomi che potrebbero invece indicare una situazione problematica o potenzialmente tale. Nel già citato articolo di Pro Juventute, la psicologa Chantal Hofstetter, che lavora per la Fondazione Pro Mente Sana nel programma ensa: primo soccorso per la salute psichica (www.ensa.swiss), fa così chiarezza: «Non tutti i blocchi devono essere un disturbo che richiede un trattamento. Il quadro generale è fondamentale. Se diversi sintomi si manifestano contemporaneamente e persistono per un periodo di tempo prolungato, i genitori dovrebbero fare un’analisi più approfondita». L’autrice considera particolarmente degni di attenzione i casi in cui i sintomi causino angoscia e influenzino la vita quotidiana del giovane, per esempio allontanandolo dagli amici e dalla scuola e portandolo a rifugiarsi nel mondo virtuale o in comportamenti di consumo. Dello stesso parere è il nostro interlocutore: «Un criterio utile è chiedersi se il giovane, pur nella fatica, riesce a restare ancora in relazione e a investire nel futuro o se si osserva una progressiva chiusura. Come spiegava Freud, la salute psichica si misura nella capacità di “amare e lavorare”: quando queste dimensioni si impoveriscono, siamo di fronte ad un segnale clinicamente significativo».

Il compito dei genitori, in questi casi, è non facile, ma molto importante. «Il rischio clinico che li riguarda è quello di oscillare tra negazione e iper-diagnosi, perdendo di vista la complessità del processo di crescita. Quello che consiglio loro è pertanto di non intervenire subito, ma piuttosto di saper osservare, reggere il disagio e dare al ragazzo uno spazio in cui quello che sente possa diventare pensabile – spiega Marco Celoria – e questo perché un adolescente non è un soggetto “fragile” da aggiustare, ma una mente in trasformazione che sta cercando una forma. È come un cantiere aperto: ci sono momenti di disordine, di incertezza, anche di smarrimento, ma è lì che qualcosa si sta costruendo. I genitori non devono avere tutte le risposte, ma è importante restare accanto, come una presenza stabile che tiene il filo quando il ragazzo lo perde. È nella relazione, più che nella soluzione, che il giovane ritrova la possibilità di pensarsi e di crescere».

Un atteggiamento che oggi si scontra però purtroppo con degli adulti i quali sovente si trovano in difficoltà nel sostenere la propria funzione educativa, anche per una fragilità narcisistica diffusa nel mondo dei «grandi» e per la tendenza a delegare all’esterno (alla scuola, ai servizi, ecc.), come ci spiega il nostro interlocutore, che conclude: «Non bisogna temere la relazione con i figli, o a volte il confronto aspro, ma “stare dentro” ad essa. In questo senso è fondamentale saper restare accanto alla domanda del figlio, senza saturarla né evitarla, perché è facendo così che si riuscirà ad offrire un ambiente “sufficientemente buono”, capace di sostenere e trasformare i suoi stati emotivi».