Mentre nello scavo della seconda galleria del San Gottardo si è da poco celebrata la caduta del primo diaframma torniamo con la memoria alle vicende di un gruppo di minatori, custodi di una tradizione mineraria secolare, arrivati giovanissimi ad Airolo nel 1969
Nel 1970, in Svizzera prendeva forma uno dei cantieri più imponenti dell’epoca: la galleria autostradale del San Gottardo. Con i suoi quasi 17 chilometri, sarebbe diventata in seguito il traforo più lungo del mondo. Un vero colosso scavato sotto le Alpi, un’impresa ingegneristica titanica. Macchinari all’avanguardia e turni massacranti dominavano il cantiere, mentre ogni giorno i minatori lottavano per la propria sicurezza e quella dei compagni di squadra – la «sciolta», come veniva chiamata nel gergo minerario.
È in questo contesto che, da un piccolo paese di montagna della Val Trompia, in provincia di Brescia, arrivò ad Airolo l’ultima generazione di minatori di Marmentino: ragazzi diciottenni, un po’ spericolati e ingenui, custodi di una tradizione mineraria secolare. Nei loro zaini, pochi indumenti: qualche paio di jeans e camicie da lavoro. Nelle loro teste riecheggiavano i consigli dei genitori: prestare sempre attenzione, perché il mestiere del minatore è pericoloso. Quel monito trovava conferma nei padri, logorati dalla silicosi, che avanzavano lentamente come fantasmi lungo le vie di Marmentino. A gravare sui giovani c’era anche un motto spesso ripetuto: «La fatica di oggi sa di pane domani», promessa di guadagni ottenuti solo con il sudore. Chi non voleva faticare, non doveva fare il minatore. Malgrado queste difficili premesse, quei ragazzi non si lasciarono intimidire.
Luigi Fontana e la squadra di Marmentino
A guidare la «sciolta» c’era Luigi Fontana, proveniente da una lunga discendenza mineraria. Fin dal XIX secolo, la sua famiglia aveva lavorato a grandi opere alpine, tra cui la galleria ferroviaria del San Gottardo (1872) e il traforo del Sempione (1898). Luigi iniziò quindi le prime esperienze pratiche nei cantieri idroelettrici del Sopraceneri. «Lavorai come minatore a Robiei nel 1965, per il complesso della Valmaggia, e poi a Giornico nel 1968, scavando gallerie e cunicoli per la produzione di energia elettrica. Fu un passaggio fondamentale per imparare il mestiere», ricorda.

Gli avi dell’ultima sciolta di Marmentino prima della partenza per il Passo del Sempione (primi anni del ’900)
Non passò molto tempo prima che Luigi si rivelasse abile nell’organizzare il cantiere. «Divenni assistente del caposquadra – racconta – coordinavo il lavoro sul fronte, controllavo materiali e attrezzature e vigilavo sulla sicurezza durante i brillamenti della roccia». Quei cantieri, complessi e pericolosi, forgiarono le sue competenze tecniche e la capacità di gestire uomini e materiali, preparandolo ad affrontare opere di portata ancora maggiore. Le gallerie autostradali come quella del San Gottardo rappresentavano infatti un momento cruciale per la Svizzera e per l’Europa: infrastrutture moderne destinate a rivoluzionare i trasporti attraverso le Alpi.
Nel 1969, Luigi ricevette la chiamata dal Consorzio del Lotto Sud, incaricato della costruzione della galleria sul lato di Airolo. «All’inizio ero indeciso – racconta – c’era anche un cantiere nella Svizzera francese. Ma per un minatore di Marmentino, lavorare agli scavi del traforo più lungo del mondo fu irresistibile. Chiamai subito i miei compaesani e, in pochi giorni, eravamo tutti in Leventina, pronti a lasciare il segno sotto la montagna».
Il lavoro nel cuore del cantiere epico della Svizzera
L’ultima squadra di Marmentino contava una quindicina di minatori, tra cui i fratelli Zubani: due gemelli, Riccardo e Giancarlo, e poi Sergio. «Eravamo figli di contadini poveri, appena maggiorenni, e lasciare i genitori per lavorare ad Airolo era difficile – racconta Riccardo –, ma lavorare insieme ai fratelli fu una fortuna: ci sostenevamo e ci incoraggiavamo a vicenda quando la fatica diventava troppa».
Anche le tradizioni valligiane della Val Leventina rafforzarono il senso di squadra. «La vita di valle è simile ovunque – dice Sergio – la gente era alla “buona”, molti figli di contadini; ci si riconosceva in questo. Così ci siamo abituati rapidamente al ritmo del cantiere e alle lunghe giornate». Fu un periodo intenso anche fuori dal tunnel. «Grazie all’ingegnere capo Ezio Censi – aggiunge Giancarlo – imparammo a sciare vicino al traforo; avevano allestito una piccola stazione per noi, e quei momenti ci davano un po’ di sollievo dal rumore delle macchine e dalla polvere che entrava dappertutto».
Nei fine settimana, si rientrava a Marmentino, ogni volta. Brevi pause, ma preziose. «In tre ore eravamo a casa – continua Riccardo –, tra le strade tortuose della Val Trompia, il profumo del pane appena sfornato e i volti dei genitori ad attenderci. Un vero lusso, se si pensa ai vecchi minatori, i nostri avi, che emigravano in tutto il mondo – dall’Africa all’America fino alla Nuova Zelanda – e potevano rivedere casa solo una volta all’anno, se non addirittura ogni due anni».
Radici minerarie e viaggi nel mondo
Africa, America, Oceania: i minatori di Marmentino lavorarono in tutti e cinque i continenti. Gli antenati della squadra di Airolo erano forgiati dalla lunga tradizione mineraria della valle, nota come la «Via del Ferro». Il famoso detto «La fatica di oggi sa di pane domani» era già vivo in questa cultura, consolidata da generazioni che avevano accumulato esperienza tra fucine e miniere locali, estraendo ferro e siderite per alimentare forni e attività metallurgiche, veri pilastri dell’economia del territorio.
All’inizio del Novecento, però, le cose cambiarono: durante la grande crisi economica milioni di italiani partirono all’estero, e anche i marmentinesi non poterono farne a meno. Forgiati da decenni di picconate e pale, riuscirono però a inserirsi rapidamente in cantieri complessi e pericolosi. Nel 1956 lavorarono alla diga di Kariba, sul fiume Zambesi in Africa, vivendo tra tendoni, insetti e coccodrilli che prendevano il sole sui sacchi di cemento. Nel 1962 furono in Iran, alla diga sul fiume Dez, tra gole alte 400 metri e temperature estreme: dai 5 gradi d’inverno ai 50 in estate. Poi venne l’America Latina: Honduras, Repubblica Dominicana e soprattutto il Perù, dove contribuirono alla costruzione di un impianto idroelettrico sul Rio Mantaro, con una galleria lunga 20 chilometri.
Ovunque andassero, la loro esperienza, la resistenza fisica e la capacità di adattamento li rendevano immediatamente riconoscibili. Non sorprende quindi che, nel 1969, il Consorzio del Lotto Sud del San Gottardo li chiamasse per affrontare una delle ultime grandi sfide sotto le Alpi.
Fatica, tragedia e memoria sotto la montagna
Il lavoro nelle gallerie era estenuante: turni di otto ore, talvolta tre al giorno, in un ambiente umido, stretto e insidioso. Luigi Fontana ricorda: «La galleria era enorme e, ai tempi, all’avanguardia. Ogni giorno richiedeva la massima attenzione: dovevo garantire la sicurezza dei miei compaesani». Ma non bastava vigilare sulla sicurezza. Gas tossici come il monossido di carbonio fuoriuscivano dai mezzi, e i fumi delle esplosioni della dinamite saturavano l’aria, rendendola quasi irrespirabile. A complicare tutto, le temperature estreme. «Si lavorava a 30 gradi con un’umidità soffocante – racconta Luigi – e, in inverno, fuori c’erano dieci gradi sotto zero. Uscire improvvisamente da quel caldo tropicale poteva provocare polmoniti, cosa sconsigliabile a quei tempi».
La tragedia più crudele colpì Roberto Zubani, 29 anni, appena sposato. Il fratello Pietro ricorda: «Stava per tornare a casa dopo il turno settimanale, ma gli chiesero di fermarsi ancora qualche giorno. Appena iniziato il lavoro, la roccia cedette senza che fosse fatta brillare con la dinamite. Roberto rimase schiacciato sotto il masso e morì sul colpo».

Pietro Zubani davanti alla lapide che ricorda il fratello Roberto (D. Singenberger)
Anche chi era presente quel giorno conserva un ricordo indelebile: Giampietro Tira, che lavorava al fianco di Roberto e lo vide morire a un metro di distanza, racconta: «La sua scomparsa mi pesa ancora oggi, nonostante siano passati cinquant’anni. Lo ricorderò per sempre». Il funerale si tenne nella Parrocchia dei Santi Cosma e Damiano a Marmentino, e la squadra rimase in lutto per un’intera settimana.
Ricordi e nuovi percorsi
Oggi il ricordo di Roberto vive nel memoriale della Cappella di Santa Barbara, costruita nel 1979 e dedicata non solo a lui, ma a tutti gli altri caduti dei cantieri. Nel corso del Novecento, undici lavoratori marmentinesi persero la vita in incidenti sul lavoro e altri trenta per silicosi. All’ingresso campeggia la semplice ma intensa iscrizione: Marmentino ai suoi minatori. Ogni anno, il 4 dicembre, giorno di Santa Barbara – patrona dei minatori – si celebra la memoria dei caduti e dei sopravvissuti. «Santa Barbara ci ricorda i pericoli del lavoro – racconta Pietro – ma anche i bei tempi passati insieme, fuori dall’Italia».
Tornando al cantiere del San Gottardo, nel dicembre del 1976, per l’ultima «sciolta», si chiuse l’esperienza ad Airolo: l’ultimo diaframma collegò il Lotto Sud al Nord, segnando la fine degli scavi. I minatori più maturi rientrarono a Marmentino, trovarono lavoro in fonderie e officine – tra cui la storica Beretta di Gardone – e si costruirono una famiglia.
I più giovani, come Rinaldo Fontana, continuarono invece la carriera in Svizzera. Negli anni 80 lavorò a Locarno con Luigi Fontana e i fratelli Zubani, prima alla Mappo-Morettina e poi alla galleria della Vereina, la più lunga della rete ferroviaria retica nella Svizzera orientale. «Siamo rimasti in Svizzera perché guadagnavamo il doppio rispetto a chi era rientrato in valle, circa 4 mila franchi al mese – racconta Rinaldo –. Capivo chi, più maturo, aveva scelto di ristabilirsi: le radici chiamavano, così come le donne con le quali si sarebbero create famiglie». Ma per Rinaldo, giovane e ambizioso, il salario contava: «Le giornate erano lunghe e faticose, sì, ma il guadagno cambiava la vita».
Col tempo, però, i dolori alla schiena si fecero sentire e Rinaldo tornò definitivamente a Marmentino, seguendo l’esempio del resto della «sciolta». «Ho iniziato a lavorare in una fonderia nella provincia di Brescia. Conobbi poi mia moglie, iniziando una nuova vita come molti altri».
Così l’ultima «sciolta» di Marmentino smise di far brillare le rocce svizzere con la dinamite; solo Luigi Fontana proseguì la carriera in Svizzera fino alla pensione.
Memorie scolpite nella roccia
Di quell’esperienza resta una traccia concreta. Lo racconta Valeriano Fontana, ex minatore e presidente dell’associazione Gruppo Minatori Marmentino, fondata nel 1979 per custodire la loro storia: «Lungo la strada che porta al paese, il nostro passato di operai si percepisce già dai tornanti, simili a quelli della Tremola. Qui, appesa al muro, lo scultore bresciano Cosimo Munno ha realizzato nel 2004 un rilievo in terracotta raffigurante un addetto agli scavi con la mazza in mano, accompagnata dalla scritta “Marmentino ai minatori”. Ogni anno la scultura viene celebrata con una messa e una festa».

L’opera di Cosimo Munno realizzata nel 2004 rappresenta un addetto agli scavi con la mazza in mano (D. Singenberger)
Il legame con la Svizzera resta forte. «Il rapporto con Airolo è indelebile, soprattutto grazie al gemellaggio con il Raduno dei Minatori del San Gottardo», continua Valeriano. L’associazione svizzera è presieduta da Mauro Chinotti, ex sindaco di Airolo e tra gli ultimi protagonisti ancora in vita della direzione dei lavori della galleria. I due gruppi si incontrano ogni cinque anni, alternandosi tra Airolo e Marmentino, per celebrare i vecchi tempi e mantenere vivo il legame tra le comunità.
Così il San Gottardo e gli altri cantieri svizzeri restano impressi nella storia: opere che percorriamo ogni giorno senza accorgercene. Ma in quelle pareti di roccia, in ogni chilometro scavato nel buio, vive la firma silenziosa dei minatori di Marmentino, indelebile, eterna.



