Secondo il giurista Jordi Nieva-Fenoll il desiderio di bene comune, contro la sopraffazione dei prepotenti, è un retaggio che appartiene alla nostra storia biologica e sociale
La giustizia è un’esigenza umana: non vogliamo che prevalga il più forte, ma il più giusto. Jordi Nieva-Fenoll, professore ordinario di Diritto processuale all’Università di Barcella, ha dedicato un libro, da poco pubblicato in italiano, al modo in cui, nel corso dei secoli, si è formata l’idea di giustizia. Le dinamiche dei tribunali, analizzate nelle pagine del saggio, diventano la metafora di un senso di equità più ampio. Procedendo nella lettura ed entrando nei dettagli della giurisprudenza, si riesce a recuperare un senso di fiducia generale, nonostante le derive autoritarie e antidemocratiche verso cui sembra andare l’umanità. Jordi Nieva-Fenoll, con il volume Le origini della giustizia (Il Mulino), ci rassicura: il nostro desiderio verso il bene comune, contro la sopraffazione dei prepotenti, è ben radicato. Infatti, non ha radici soltanto culturali o etiche, ma è un retaggio che appartiene alla nostra storia biologica e sociale come specie.
Jordi Nieva-Fenoll, perché desideriamo che vinca il più giusto e non il più forte?
Alla base di questa consapevolezza c’è un’evoluzione storica del pensiero. Nelle diverse società, durante i litigi, le controversie e successivamente nei processi dei tribunali, si è visto che lasciare vincere il più forte significava consentirgli di conquistare il potere. E dato che si è osservato che il più forte non ha sempre come interesse il resto della società, si è ritenuto di procedere favorendo chi si considerava più giusto. Sembra che questo salto evolutivo sia stato compiuto all’epoca dell’antico Egitto con la dea Maat. Maat in egiziano antico significava verità ed era anche il nome dato alla dea della giustizia. Dunque per gli antichi egizi giustizia e verità erano la stessa cosa.
Nel suo libro lei analizza i comportamenti di altre specie come gli scimpanzè. Che cosa ha scoperto?
Alcuni comportamenti che pensiamo essere soltanto umani si ritrovano anche in altre specie. È interessante osservare i primati perché con loro abbiamo dei tratti in comune e, in particolare, loro usano dei mezzi di pacificazione che ci ricordano i nostri. Quando due scimpanzè hanno un conflitto, un terzo animale cerca di mediare e lo fa distraendo i due che litigano. Intervenendo tra i due, di fatto, media. E anche se tutto accade in maniera molto veloce, il risultato è che si evita un conflitto. Credo che questo sia un comportamento che ci fa capire che il bisogno di giustizia è più ampio di quanto possiamo credere e che la mediazione precede addirittura le forme umane.
Come si è sviluppato il concetto di giustizia negli esseri umani?
Sappiamo che tra i Sumeri esisteva il codice di Urukagina, che sfortunatamente non è mai stato ritrovato, ma che sembra facesse riferimento alla giustizia sociale. E possiamo affermare senza esitazione che la cultura del giudice unico è tipica della civiltà del Tigri e dell’Eufrate – la sumera – ma anche, nella stessa epoca, della civiltà egizia. Non si sa chi abbia adottato questo modello per primo, anche se c’è un fatto che potrebbe far pendere l’ago della bilancia ed è quello al quale ho accennato prima, parlando della dea Maat. Si ritiene, inoltre, che il faraone fosse il custode dell’ordine di Maat, cioè di ciò che i romani successivamente – e noi stessi per loro influenza – chiamarono «giustizia».
Lei analizza anche i processi nelle varie civiltà. Quali sono le caratteristiche che li accomunano e l’eredità che ci hanno lasciato?
Una delle pratiche comuni ai diversi popoli che ho considerato è quella delle ordalie. Con questo termine si intende il ricorso alle prove fisiche, di resistenza, al dolore soprattutto, per decidere chi aveva ragione. Una delle ordalie più diffuse al mondo era quella per cui i contendenti dovevano toccare o, meno frequentemente, mettere in bocca, il fuoco o qualcosa di incandescente. Era l’ordalia più utilizzata tra gli antichi popoli europei, in particolare le tribù germaniche, ma se ne trova riscontro anche in Africa, in particolare in Sierra Leone e Angola, per esempio presso i Wolof o le etnie del Benin, o tra i Wanika, in Africa orientale, che fanno arroventare una pietra in un calderone di rame sul fuoco. Se il soggetto è in grado di prendere la pietra senza bruciarsi, è considerato innocente. Un’altra pratica che ricorre è quella della mediazione, un mezzo di risoluzione dei conflitti oggi non particolarmente in voga, ma in realtà molto antico e assai frequente tra i popoli del mondo. Tra i !Kung (una suddivisione della popolazione San, che vive nel deserto del Kalahari, fra Namibia, Botswana e Angola) solitamente sono chiamati a svolgere questo compito due anziani. Qualcosa di simile alla mediazione si è osservato, decenni fa, tra i beduini, che dopo un assassinio per vendetta, trascorso un tempo ragionevole, favoreggiavano un incontro amichevole tra i gruppi in contrasto perché si convincessero dell’inopportunità di protrarre il conflitto. Durante quest’incontro si condivideva un buon pasto e dopo si pregava insieme, evitando così nuovi omicidi.
Che cosa cerchiamo davvero quando domandiamo giustizia?
A questa domanda hanno cercato di rispondere tutti i filosofi che si sono occupati del concetto di giustizia. Sono state elaborate una trentina di teorie diverse. Alcuni hanno messo l’attenzione sull’equità, altri sull’equilibro e qualcuno sull’utilitarismo. Secondo me si può rispondere in due modi a questo interrogativo. Da un punto di vista tecnico, la giustizia è la dichiarazione della verità dei fatti e l’applicazione delle leggi attraverso un processo celebrato con rispetto ai diritti fondamentali. Da un punto di vista più filosofico, quello che si cerca con la giustizia è la verità corrispondente ai fatti, ma anche la felicità degli altri, della comunità a cui si appartiene. Perché non si può essere felici se le persone attorno a noi non lo sono. Infatti, è difficile stare bene in un mondo di persone che soffrono. Si può parlare di empatia egoista, in questo senso: cercando la felicità degli altri, possiamo trovare la nostra.
