La fame delle renne nell’Artico che cambia

by azione azione
1 Aprile 2026

Reportage dal Sápmi, l’antica terra dei Sami tra Svezia, Norvegia e Finlandia, dove le stagioni da 8 sono diventate 3

Nel nord della Norvegia, poco oltre il circolo polare, la famiglia Kalliainen si riunisce ogni domenica su un lago ghiacciato per nutrire le proprie renne. Il branco si muove lento sulla neve compatta. Il ghiaccio sotto gli scarponi non suona più come una volta. La preoccupazione si legge nitida sui volti dei genitori, ormai nonni, e su figli e figlie che partecipano al picnic invernale per nutrire il branco. «Quando ero giovane», racconta Inge Randa, «a fine marzo avevamo sempre meno venti gradi. Sempre. Oggi siamo attorno allo zero. E a gennaio può piovere».

La pioggia invernale è diventata il segnale più evidente del cambiamento. L’acqua penetra nella neve e poi gela. Si forma uno strato duro tra la superficie nevosa, spessa anche mezzo metro o più, e il terreno sopra al lichene, il cibo naturale delle renne d’inverno. Il lichene rimane così intrappolato e le renne non hanno di che mangiare. «È come se il loro cibo fosse chiuso sotto una porta sigillata», dice Randa.

La madre, Siv Mona, prende un blocco di neve e lo taglia con un coltello Sami, mostrandomelo. La sezione rivela strati distinti, croste di ghiaccio alternate a neve umida. «Prima era leggera, polverosa. Ora è pesante, stratificata, intervallata da strati ghiacciati. Non la riconosciamo più. Come fa il naso di una renna, che è come una piccola proboscide o una mano umana, a rompere il ghiaccio? Siamo di fronte ad una piccola estinzione o all’accompagnamento di un processo che già i nostri progenitori Sami avevano intuito».

Un cambiamento misurato dalla scienza, nel quale le loro osservazioni trovano riscontro, in particolare nei dati della ricerca scientifica degli ultimi anni. Una recente review pubblicata su «Global and Planetary Change», Nordic boreo-arctic lands under rapid climatic change, descrive come l’intera regione artico-boreale – inclusi i territori Sami di Norvegia, Svezia e Finlandia – stia sperimentando un riscaldamento più rapido della media globale, con aumento degli eventi estremi e stagioni sempre meno stabili. Non è solo una stagione anticipata, è uno stravolgimento di alti e bassi di temperatura che creano situazioni mai viste.

Per la famiglia Kalliainen, però, il cambiamento non è un grafico. È il numero di balle di fieno da trasportare ogni inverno. È la quantità di Salicornia (Salicornia europaea), nota anche come asparago di mare, erba da raccogliere e poi distribuire in inverno. O il calo della riproduttività dei capi, con una quantità di cuccioli di renna in decrescita ogni anno, se non vengono nutriti con mangimi adatti alle renne, mai somministrati prima. Il punto però è semplice, e pesa sulle spalle degli allevatori: è il numero di capi da nutrire che prima si nutriva da sé. «Prima le renne trovavano tutto da sole», racconta Randa. «Ora dobbiamo integrare sempre più spesso con un processo di raccolta e distribuzione che pesa tutto sulle nostre spalle». È un costo economico notevole, ma anche simbolico. Le renne sono semi-selvatiche: tradizionalmente seguono i cicli naturali, non dipendono in modo costante dall’uomo.

Il piccolo Mathias distribuisce il fieno

«Noi le seguiamo», dice Siv Mona. «Non le possediamo come si possiede un animale domestico. La nostra forma di allevamento dipende dall’animale: è il branco che decide quando mettersi in movimento in primavera, diretto verso i mari del nord. La loro rotta punta verso i pascoli estivi, ricchi di erbe e di alghe salate che brucano sulle paludi attorno ai fiordi. Decidono loro quando tornare indietro in autunno, sulle colline del nord del Sami, dove si nutriranno del pascolo invernale, composto da licheni sul terreno e sulle piante. Ma quando il clima diventa imprevedibile, dipendono di più da noi. E questo cambia tutto».

La famiglia appartiene a una siida, una cooperativa tradizionale di allevatori formata da diverse famiglie che condividono responsabilità e territorio. È un sistema antico, fondato su conoscenze accumulate per generazioni e che oggi vengono tutelate dal Parlamento Sami, forma di rappresentazione dei nativi Sami rispettata anche dai parlamenti svedesi, norvegesi e finlandesi. Ma oggi quelle conoscenze si confrontano con condizioni mai viste prima.

La tundra cambia volto

Non è solo la neve. Studi recenti mostrano che la linea della vegetazione si sta spostando verso nord. Specie tipiche della foresta boreale stanno colonizzando aree di tundra. Questo processo, spesso definito «borealizzazione», non significa che la fascia boreale sia scomparsa. Significa che i confini ecologici si stanno ridefinendo. In parallelo, nuove analisi indicano che una parte significativa della regione artico-boreale sta passando da «pozzo» di CO₂ a fonte netta di emissioni. Un segnale che i cicli biologici millenari del pianeta stanno cambiando.

Per i Kalliainen, tutto questo si traduce in un dato semplice: «Le stagioni non sono più otto come le conoscevamo. Si confondono, tutto si assottiglia». È noto che un tempo i nomi delle stagioni per i Sami erano otto, definizioni precise in cui ogni stagione riflette le variazioni climatiche e le migrazioni delle renne, essenziali per il loro stile di vita. Nel sapere Sami esistono decine di parole per descrivere la neve, perché ogni consistenza racconta qualcosa: se le renne possono scavare, se il vento cambierà, se è tempo di spostarsi. Ora compaiono condizioni che non hanno nome e le stagioni si riducono a tre, forse quattro per ciclo annuale.

Un laboratorio climatico ignorato

L’Artico si sta riscaldando più rapidamente del resto del pianeta. È un fatto scientificamente consolidato. Eppure, queste trasformazioni raramente occupano le prime pagine. I disastri ambientali suscitano interesse, ma la ricerca consolidata e i dati di fatto creano una sensazione di preoccupazione che non fa vendere i giornali e che i giornalisti spesso, ottimisticamente, ignorano.

Non c’è un singolo evento catastrofico che segni la svolta. Il cambiamento avanza silenzioso: strato dopo strato, come la neve che si ricongela. La scienza lo misura con precisione. I pastori lo osservano nei loro animali. «La cosa che mi preoccupa di più», dice Randa, «è la rapidità dei cambiamenti. Noi sappiamo adattarci, lo abbiamo sempre fatto nella nostra cultura. Ma non a questa velocità. A volte abbiamo l’impressione che il nostro destino sia davvero collegato a quello delle altre popolazioni del mondo. Se una comunità lontana dalle nostre terre non regola le proprie nascite con responsabilità, come possiamo pensare che il peso sull’intero pianeta, e sul nostro fragile mondo di ghiaccio e tundra, non diventi insostenibile? Non possiamo più nasconderci dietro l’ignoranza, fingendo che queste cose non ci riguardino».

Il futuro dell’Artico

«Se il riscaldamento continuerà al ritmo attuale, gli inverni si faranno sempre più imprevedibili. La neve si trasforma in ghiaccio e pioggia, i pascoli delle renne diventano scivolosi e poveri di nutrimento, e noi dobbiamo camminare più lontano, giorno dopo giorno, cercando cibo supplementare per gli animali. La terra del ghiaccio e del vento, che ci ha sempre sostenuti, ci mostra ora la sua fragilità».

Non da ultimo si sta osservando in modo sempre più evidente, considerate le specie invasive che hanno distrutto una parte delle steppe artiche di betulle, con insetti parassiti mai visti prima, uno spostamento della vegetazione e trasformazione dei pascoli e dei territori meno stabili a causa del degrado del permafrost.

Uno studio apparso su «Nature Communications», Svalbard winter warming is reaching melting point, mostra che gli inverni artici stanno diventando sempre più miti e instabili, con frequenti episodi di scioglimento e ricongelamento della neve. È esattamente il fenomeno che i pastori descrivono: pioggia su neve, ghiaccio sotto la superficie, difficoltà di accesso al pascolo. Per la famiglia Kalliainen, il cambiamento climatico non è un concetto astratto. È la differenza tra un inverno sostenibile e uno che mette a rischio il branco.

Nel piccolo Mathias, tre anni, che distribuisce il fieno con una pala troppo grande per lui, convivono due tempi: quello antico della tradizione e quello nuovo dell’incertezza.

Le renne continuano a brucare sulla neve umida. Il vento si alza leggero. Nel silenzio del Nord, il futuro climatico del pianeta è già iniziato.