Assia, la fidanzata d’Italia

by azione azione
1 Aprile 2026

La fidanzata d’Italia, Assia Noris, era bionda, fine, con grandi occhi chiari: carina, più che bella. Al cinema, recitava la parte della ragazza onesta e ingenua di umile origine che, insidiata da rivali altolocate, dopo varie peripezie corona il suo sogno d’amore. I suoi film furono strepitosi successi popolari negli anni dei «telefoni bianchi»: commedie leggere, brillanti, talvolta leziose, sempre ben fatte. Morale convenzionale piccolo borghese, messaggio consolatorio, ma nelle trame, negli squarci di verità sui personaggi e sul paese che raccontavano, quelle commedie erano meno evasive di quanto la retorica dominante avrebbe voluto.

Fra il 1935 e il 1937, e ancora nel 1939, risultò l’attrice più amata dal pubblico italiano. L’anno successivo vinse il referendum indetto dalla rivista «Cinema» come miglior attrice (per l’interpretazione in Dora Nelson di Mario Soldati, in cui si sdoppiava nella parte di una principessa russa e dell’operaia sua sosia, e della cenerentola disillusa in Una romantica avventura). Nel 1942 interpretò anche un dramma (Una storia d’amore) e il calligrafico Un colpo di pistola di Renato Castellani, da Puškin, e nel 1944 si fece apprezzare perfino in teatro (nella commedia L’ora della fantasia di Anna Bonacci, da cui Billy Wilder trasse poi Baciami, stupido): prova notevole per un’attrice che, recitando in una lingua non sua, aveva mantenuto un residuo di accento straniero. Convinceva nel ruolo di cameriera, commessa dei grandi magazzini, campagnola. Pure, Assia non era né modesta né timida né ingenua. Era determinata, capricciosa, ironica, moderna. «Russa, russa, russa», la dipinse scherzosamente Mario Soldati, citato da Nico Orengo nel suo memoir Hotel Angleterre.

Si chiamava Anastasia von Herzfeld (o Gerzfeld) ed era nata a Pietroburgo nel 1912. Il padre un ufficiale tedesco di origine svedese, la madre ucraina. Ma era ancora bambina quando i suoi lasciarono la Russia dopo la Rivoluzione d’Ottobre e – come milioni di altri connazionali – si rifugiarono in Francia, ingrossando la legione degli «emigrés». Anni dopo, lei raccontò che suo padre «era un uomo meraviglioso che ha dedicato la vita agli esiliati russi e alla beneficienza». Non so se i von Herzfeld avessero scelto subito il Midi: nel gennaio del 1929 erano a Nizza, dove, a nemmeno 17 anni, Assia arrivò seconda a un concorso di fotogenia, guadagnando un contratto nel cinema (e la prima foto su una rivista). In Italia arrivò per caso, quando coi genitori fu invitata a Napoli da una famiglia di esuli russi già loro ospiti a Cannes l’estate precedente. Erano ancora in vacanza a Roma quando nel foyer del teatro Argentina – dove lei e la madre si erano rifugiate a bere tè perché non capivano una parola dello spettacolo – fu notata da Peppino Amato, il mitico produttore della Caesar Film. Avvicinò la madre e le disse che cercava una ragazzina per la commedia Tre uomini in frak (che sarebbe stata girata in doppia versione, francese e italiana: in questa, con Tito Schipa e i fratelli De Filippo). La madre si lasciò convincere dallo charme leggendario di Amato. Tuttavia il padre non le diede il permesso di dare il suo cognome «ai saltimbanchi del circo», e Amato gliene inventò un altro – un bisillabo breve ed efficace, che nulla svelava delle sue origini: Noris.

Nella piccola parte della ragazza americana che vuol farsi comprare il tenore Schipa per averlo sempre con sé, Assia Noris era graziosa, bellina e spigliata, nulla più. Nel 1933 Amato la scritturò anche per La signorina dell’autobus e la famiglia finì per trasferirsi a Roma. Assia imparò l’italiano. Manteneva il riserbo sulla sua persona e cercò di accreditarsi presso gli scettici cinematografari romani come principessa russa: raccontava alla troupe di Giallo, il suo primo film diretto da Mario Camerini, di essere in attesa dei suoi bauli, colmi di abiti stupendi, ma alla fine la segretaria di produzione sgamò la bugia patetica e glieli fece comprare. Fu Camerini, che la volle protagonista accanto a Vittorio De Sica in Darò un milione (1935), a fare di quella giovane straniera una diva italiana.                                                                        (Continua…)