Al di là della conquista del Pizzo Coca

by azione azione
13 Maggio 2026

Alpinismo: dalla «Shining Wall» himalayana alle Orobie, un racconto di scelte prese sul terreno e di salite in cui l’esito finale non esaurisce l’esperienza

Quando Hervé Barmasse, alpinista italiano dei nostri giorni, affermò che «le montagne non si conquistano, sono loro che decidono di farsi conoscere», non fece altro che ricordarci lo spirito puritano che distingue i grandi «delinquenti di montagna» dalla corrente narcisistica penetrata nel mondo dell’alpinismo. I primi mossi da una ricerca interiore e personale, trasgressiva rispetto alle regole dell’alpinismo, i secondi intenti ad alimentare lo spettacolo social-virtuale. Con l’affermarsi dei social media, il signor Barmasse, classe 1977, sembra voler invitare l’intera comunità di scalatori a un basilare esame di coscienza, che li porti ad assumere una concreta posizione in un contesto sempre più inquinato da presenze ridotte a pura comparsa.

La scalata della parete Ovest del Gasherbrum IV (7925 mslm) realizzata dal polacco Wojciech Kurtyka e dall’austriaco Robert Schauer nel 1985 è un elegante esempio di quanto sia vera questa citazione. I due s’inerpicarono alla conquista della «Shining Wall» alta 2500m, compiendo ben sette bivacchi verticali e rimanendo senza cibo per giorni. Impossibilitati a proseguire a causa delle allucinazioni e di un’astenia profonda gettarono la spugna a centro metri dalla vetta, concludendo la loro impresa «solo» sull’antecima. Così, mentre Kurtyka inspiegabilmente udiva una canzone di Barbara Streisand e Schauer parlava con un invisibile terzo compagno, i due tornarono al campo base.

Pur avendo compiuto l’impossibile risalendo la parete Ovest più difficile del mondo come i primi della storia, i due faticarono a capacitarsi di come la montagna li avesse derisi a pochi frangenti dall’arrivo. Col tempo, Kurtyka metabolizzò la sconfitta sottomettendosi al principio secondo cui è la natura a dettar legge, un fattore che lo ha reso ancora più umile al cospetto della montagna.

Nelle successive scalate cercò di diventare parte di essa, concentrandosi più sul tentativo e «l’arte della libertà» (divenuto poi il titolo del suo libro), che non sulla riuscita. Il suo approccio gli valse il famoso «Piolet d’Or» alla carriera, il Nobel attribuito ai «delinquenti di montagna» più incisivi. La scalata della parete lucente di Robert e Wojciech è ritenuta la più grande del XX secolo.

Così verso la metà di maggio, in una primavera turbolenta e caratterizzata delle forti precipitazioni di neve, io e Matteo prendiamo di mira il Pizzo Coca, il «re delle Orobie», che con i suoi 3054 mslm è per l’appunto la vetta più alta delle Alpi Orobie, nel cuore montano della Lombardia. L’idea girava da mesi, ma il maltempo condito da diversi gravi incidenti sulle montagne circostanti l’avevano seppellita sotto una valanga. Eravamo molto dispiaciuti, e se non fosse stato per quel vento proveniente da nord, l’isoterma di 0 gradi sceso a una quota ragionevole e la speranza di un cielo sereno previsti per il weekend, non avremmo mai ripristinato il sogno di risalire il Pizzo Coca.

Incerto sull’esattezza delle previsioni meteorologiche, inizio a organizzare una possibile scalata scegliendo la miglior via. Il giro di telefonate, con cui ho sentito quattro guide alpine della zona, è pura prassi. C’è chi mi parla di azzardo o di possibile riuscita, ma tutti sono concordi che, nel caso di una finestra meteo favorevole, avremmo dovuto essere sul posto a valutare il manto nevoso. Il fatto che nessuno di loro abbia espresso una vera preoccupazione per il nostro progetto, ci ha letteralmente caricati in macchina e, dopo poche ore, eravamo in Valbondione.

Considerando le problematiche spiegate in precedenza, in verità non abbiamo nessuna pretesa di toccare la vetta; l’unica nostra ambizione è quella di dormire in capanna, di staccare la spina e di parlare dei nostri obiettivi stagionali in un contesto completamente diverso. Tant’è che siamo partiti entrambi con un materiale incompleto, dimenticando a casa i guanti, essenziali per affrontare un vero tentativo a quelle temperature.

Giunti in prossimità di Sambughera vediamo due operai di un grosso e moderno colorificio mentre riordinano il piazzale della consegna merci. Sono le 20.00 di venerdì, la nostra unica speranza di trovare una protezione per mani. Ci fermiamo per istinto e chiediamo di poter acquistare due paia di guanti da cantiere spiegandone il motivo. Perplessi, i due ci raccomandano di tornare da dove siamo venuti. Con severo tono paterno, il più anziano mostra una grande preoccupazione e si auspica di non vedere più elicotteri del soccorso alpino intervenuti sul Monte Cabianca e il Pizzo Redorta.

Va detto per mostrare quanto diverse siano le valutazioni delle guide alpine da quelle delle persone comuni come noi. Io e Matteo scegliamo di lasciar parlare la montagna, di farci sbattere la porta in faccia piuttosto che tornare a casa. Dopotutto ho preparato due tracciati sul mio GPS, e qualora fosse stato impossibile intraprenderli, ne avremmo voluto capire la ragione. Entrambi come San Tommaso dobbiamo toccare per credere, ma soprattutto per capire come si comporta una superficie a fine primavera in quelle determinate condizioni meteorologiche.

Siamo venuti per imparare.

Posteggiata la vecchia jeep ci avventuriamo nel bosco. Il sentiero che porta al rifugio Mario Morelli del Coca è un’improvvisa e costante impennata. Col passare dei metri diventa sempre più roccioso, arduo, e non privo di insidie. Sotto la luce dei nostri fanalini spiccano i guanti da giardiniere di color arancione fluorescente acquistati poco prima. A poche centinaia di metri dal rifugio ci troviamo in mezzo agli stambecchi, impegnati più a leccare il sale dalle rocce calcaree e dolomie, che a prestare attenzione ai nuovi arrivati. Sembrano abituati alla presenza umana e si scostano pigramente solo pochi metri prima.

Sulla parete Ovest, tra pendenze fino a 80 gradi e un mare di neve ghiacciata, la salita diventa una sequenza di grandi fatiche

Giungiamo al rifugio invernale a mezzanotte in punto, dispieghiamo i nostri sacchi a pelo e ci mettiamo a riposo. La sveglia programmata per le 3.00 da Matteo interrompe il mio stato di dormiveglia, come se lo stessi aspettando da mesi. Rispetto al mio talentuoso amico, vanto una maggiore esperienza nella scalata sulla neve ghiacciata e, in qualità di «capo spedizione» del nostro tandem ritardo la partenza di un’ora. La mia decisione è condizionata dalla conversazione telefonica con la guida alpina GA Simone Semperboni, che mi ha insegnato l’importanza di vedere il terreno, seppur con la tenue luce residua. Prima di Pasqua alcuni alpinisti si sono persi, rimanendo intrappolati in zone considerate molto pericolose.

Assieme a noi, nel rifugio invernale, pernotta una giovane alpinista. Lei mi incuriosisce e sono intenzionato a ottenere delle informazioni utili per la scalata, che solo al suo risveglio mi può fornire. Un’ ora dopo siamo tutti in piedi. Mentre arrotolo il sacco a pelo mi scorre il film della scuola reclute di Airolo. Scambio qualche parola con la giovane sconosciuta ed esco dal rifugio. C’è un cielo stellato, privo di nuvole. In lontananza scorgo un fanalino che si avvicina. La guida alpina, che è venuta a incontrare la propria cliente, non presenta alcun affanno dopo 1000 metri di dislivello, in cambio esprime dubbi sullo stato della neve. Dalla corta conversazione capisco che è intenzionato a scalare un venoso canale sul versante est di una montagna vicina.

È questo a convincermi, non ho più nessuna incertezza. Poco importa se a una quota di 2200 metri ci facciamo intenzionalmente raggiungere dalla coppia di «delinquenti». I consigli dei più bravi non sono mai troppi, specie se arrivano da una guida alpina, ma dentro il mio cuore ero già convinto di poterci imbarcare sulla parete Ovest nelle condizioni ideali.

A trovare la via del canale che porta all’attacco della parete Ovest è Matteo. Il tracciato si presenta sottoforma di due tornanti di 45 gradi in cui era già slittata la neve. La sua superficie è piuttosto dura, ma rivela delle piccole smussature che ci fanno sprofondare fino alla caviglia.

Arrivati in una zona rocciosa cominciamo a scalare con molta prudenza. È un terreno misto tra neve, ghiaccio e roccia. Trenta metri di ostacoli che richiedono tecnica e pazienza per ritrovarci sulla parete. Questo è il nostro primo e vero punto di controllo. Troviamo una sosta tra le sponde di due macigni, giusto per poter rilassare le gambe. Dalla vetta ci separano 600 metri di dislivello e un pendio che varia tra i 50 e 80 gradi, talvolta falsati dal deposito di neve precipitati con le valanghe. In parete, appare come un mare di neve ghiacciata tendente al verticale, di cui le onde impediscono di scorgere gli eventuali precipizi.

Ripartiamo con l’ausilio del GPS, anche se non è lo strumento al quale diamo la priorità. Ci serve giusto per correggere la rotta, date le tante deviazioni che abbiamo scelto muovendoci a vista. La salita risulta stroncante e leggermente più difficile rispetto alla via scelta dalla maggior parte degli alpinisti del web. Scegliamo di seguire un pendio molto più inclinato, attaccato alle sporgenze di roccia, ove la neve è più solida e sicura.

A un centinaio di metri dalla vetta, sentiamo delle urla di un uomo, dalle quali si percepisce sofferenza e sollievo. È Marco, un «delinquente di montagna» che è arrivato in vetta dal canale Nord-Est. Lo incontriamo mentre scende. Ci racconta della scarsa tenuta della neve e di quanto rischioso sia stato salire dalla sua parte: una lotta contro il tempo, per anticipare l’ammorbidirsi della neve. Ha le movenze di un ragno, una macchina che ricorda la leggenda elvetica Ueli Steck.

Ripartiamo. Davanti a noi una parete di 50 metri completamente in verticale. Sono i metri più infernali della nostra esperienza da scalatori. Se scivoli qui ti fermi solo 500 metri più in basso. Avanziamo lentamente fermandoci ogni dieci passi. Cerchiamo di ritrovare le forze per un eventuale frenata di emergenza in caso di scivolamento da questa rampa di lancio.

Alle 10.30 alzo il capo per notare un crocifisso totalmente sepolto dalla neve. Siamo in vetta, siamo saliti dalla parete Ovest, questa volta l’urlo è il nostro.