La sfibrante pressione dello sport

by azione azione
25 Marzo 2026

Negli scorsi giorni, quando ho letto che Nadine Fähndrich avrebbe concluso la carriera il mese prossimo a soli 30 anni e mezzo, mi sono preoccupato. L’avevo conosciuta come ragazza solida, serena, ma, si sa, lo sport può giocare brutti scherzi. Mi sono informato. Ho potuto appurare che la fondista lucernese è felicissima, e che l’uscita di scena era stata programmata da tempo, previo il raggiungimento di tre obiettivi. Costanza di risultati negli sprint di Coppa del Mondo, ne ha vinti sette e per ventisette volte è salita sul podio. Conquista di una medaglia ai Mondiali, operazione riuscita tre volte. Una pure ai Giochi Olimpici, missione compiuta poche settimane fa sull’ostico tracciato di Lago di Tesero. Quindi, buona quiescenza, cara Nadine, e soprattutto ogni bene alla vostra futura famiglia, che hai dichiarato essere il prossimo importantissimo traguardo.

L’happy end di colei che in questi ultimi cinque anni ha retto il peso dell’eredità di Dario Cologna, non mi ha fatto perdere di vista il problema. Lo sport può e sa essere subdolo. In oltre trent’anni di frequentazione dell’ambiente, di storie tristi ne ho viste, ascoltate, toccate con mano. Penso alla doppia carriera di Simone Biles. La ginnasta statunitense, nel 2013, quando ha solo 16 anni, conquista ai Mondiali i primi due ori di una ricchissima collezione di ventitré. Alla sua prima partecipazione ai Giochi Olimpici, nel 2016 a Rio de Janeiro, sale sul gradino più alto nella gara a squadre, nel completo individuale, nel volteggio e nel corpo libero. È la regina dei giochi. Prosegue il suo dominio fino al 2019. Poi, stop. Ai Giochi di Tokyo del 2021 la testa non c’è più. Gli impulsi al corpo non passano. Rinuncia ad alcune finali e si porta a casa «solo» l’argento con il Team.

Comprensibile, in una disciplina fra le più esigenti e più massacranti. Ma inatteso e sorprendente da parte di una ragazzina che sembrava avere un approccio mentale d’acciaio. Ma Simone non è una ginnasta usa e getta. Da un’adeguata e felice terapia psicologica si porta a casa un insegnamento che l’aiuterà a risorgere: imparare a porsi dei limiti e a dire dei no. In una sola parola, vivere. Nel 2023 torna in palestra. L’anno successivo, ai Giochi di Parigi, veste di nuovo le insegne della regina. Ha già 27 anni. Per una ginnasta che compete in tutte le discipline è un’età da pensione. Ma lei è Simone Biles. Nel suo scrigno finiscono altre 3 medaglie d’oro, fra cui quella dell’individuale, unica ginnasta nella storia a ottenerla in due edizioni non consecutive dei Giochi.

Lo sport è disseminato di comeback riusciti dopo una fase depressiva. Ma anche di atleti che non ce l’hanno fatta a risalire la china. Come il ciclista Marcel Kittel, grande rivale e potenziale erede di Mark Cavendish negli sprint, che si fa da parte a soli 31 anni. «Negli ultimi due mesi ho avuto la sensazione di essere esausto. In questo momento non sono in grado di allenarmi e correre al più alto livello». Si pensa a una crisi transitoria. Ma due mesi più tardi, Marcel annuncia il suo ritiro definitivo. Un atto che immagino sia stato liberatorio, nonostante i pesantissimi sacrifici finanziari.

Le storie di Simone Biles, Marcel Kittel, Naomi Osaka, Tom Dumoulin sono solo la punta di un gigantesco iceberg sommerso. Un magma in cui si dibattono migliaia di giovani sportivi costretti a convivere anche con la frustrazione di non essere arrivati là dove desideravano. Sono vittime di carichi di lavoro spropositati, di una selezione precoce spietata, di stimoli e sostegni da parte di allenatori, dirigenti, federazioni, sponsor, media, genitori convinti di agire nel migliore dei modi. Per questi giovani è facile smettere. Semplicemente, non ce la fanno più. Molto più difficile elaborare il lutto per il fallimento. Non è un caso che, negli ultimi anni, le figure del mental coach e dello psicologo siano diventate centrali nel processo di formazione di un atleta e di un potenziale campione.

Ciò nonostante, la percentuale dei crolli non tende a diminuire. Che fare? Se proprio non si riesce a frenare la corsa, che perlomeno la si osservi. Guardando negli occhi un atleta durante e dopo l’allenamento. Soppesandone con attenzione il comportamento quando arriva a casa. Mettendo sulla bilancia sorrisi e mugugni per vedere da che parte pende. Chi è forte come il granito andrà comunque avanti. Chi invece è piuttosto friabile, ritroverebbe a casa, in palestra, in piscina, sul campo, qualcuno che lo aiuterà a capire che si può essere felici anche se non si è riusciti a vincere la gara del quartiere.