Straniero alla vita

by azione azione
25 Marzo 2026

Ozon firma un nuovo adattamento del capolavoro di Camus

Secondo un sondaggio pubblicato nel 1999 da «Le Monde», Lo straniero (L’Étranger) di Albert Camus guida la classifica dei cento migliori libri del Novecento. Al di là delle inevitabili variazioni tra graduatorie, questo dato testimonia il peso e l’eredità del romanzo, uscito nel 1942.

Il 2 aprile arriva nelle nostre sale il secondo adattamento cinematografico dell’opera, diretto da François Ozon (8 donne e un mistero, Giovane e bella, Frantz), dopo quello – non del tutto riuscito – firmato da Luchino Visconti nel 1967. Una nuova trasposizione che si rivela densa e convincente.

Siamo ad Algeri nel 1938. Meursault, impiegato trentenne, apprende della morte della madre e si prende alcuni giorni di congedo dal lavoro. Dopo un funerale vissuto senza emozioni, torna alla sua routine: il mare, l’incontro con Marie, l’inizio di una relazione. Poco tempo dopo, durante una giornata afosa in spiaggia, organizzata dal vicino Raymond, una tensione latente sfocia nello scontro con alcuni arabi. Rimasto solo, con una pistola in tasca, Meursault uccide uno di loro. Seguiranno l’arresto e il processo.

L’apatia del protagonista emerge con forza, sostenuta dall’interpretazione misurata del giovane Benjamin Voisin. Le sue risposte elusive, spesso ridotte a un semplice «non so», restituiscono un personaggio impermeabile. A rafforzare questa sensazione contribuisce anche la fotografia in un bianco e nero fortemente contrastato: la luce accecante delle scene al mare e le ombre profonde della prigione costruiscono una società divisa che non riesce a includere Meursault; lui resta una figura intermedia e sospesa in un grigio esistenziale.

La sua condizione asociale si manifesta non solo nelle parole, ma soprattutto nei silenzi e negli sguardi fissi, quasi assenti, rivolti a un mondo che scorre senza mai davvero coinvolgerlo. Una distanza che attraversa l’intero film, amplificata da una colonna sonora elettronica, straniante, capace di smorzare ogni tentazione di enfasi drammatica, anche di fronte alla violenza. Un sentimento che attraversa il racconto: dall’omicidio alle percosse inflitte da Raymond alla compagna, fino al maltrattamento di un cane da parte di un anziano vicino. Episodi osservati da Meursault con la stessa indifferenza con cui affronta la morte della madre.

Se da un lato il film riprende fedelmente il tema dell’alienazione sociale – l’essere «straniero» – centrale nel romanzo di Camus, dall’altro sfrutta le specificità del linguaggio cinematografico per muoversi su un piano ulteriore, quello della materia visiva. Il regista insiste nel filmare corpi: che nuotano, si sfiorano, si espongono al sole, si consumano nel caldo e, infine, muoiono. Una fisicità su cui, del resto, si concentra l’intera filmografia dell’autore.

In sintesi, Ozon firma un adattamento molto incisivo, capace di restituire l’estraneità di Meursault senza spiegarla, ma lasciandola risuonare nello sguardo dello spettatore.