Incontro con Sofia Sadiki che ha fondato l’Associazione Rom in Ticino e ha dedicato la sua tesi di bachelor alle donne di origine Rom stabilitesi nel nostro cantone
Hanno fatto feste, spettacoli teatrali, doposcuola; stanno collaborando con il Decs per creare materiale audiovisivo didattico da usare nelle classi di elementari e medie; raccontano chi sono, la storia del popolo Rom e la loro storia personale, dell’arrivo in Ticino, della lingua e delle usanze; si presentano, offrono da mangiare, e dicono agli altri Rom: «Non abbiate paura di esporvi. Qui siete al sicuro».
Ma è così davvero?
Lo chiedo a Sofia Sadiki, 29 anni, assistente sociale, educatrice, impiegata alla Supsi e studente di Master alla Bicocca di Milano in antropologia. Sofia è la fondatrice dell’Associazione Rom in Ticino, composta da alcuni membri della comunità . «I Rom del Ticino sono spesso nascosti; si pensa che ce ne siano circa 4000, ma molti di loro preferiscono non parlare di questa cultura. Spesso sono Rom che arrivano dalla Serbia, dall’Albania, dal Kosovo e già non è facile essere di origine straniera… ma la cultura Rom è la più intrisa di pregiudizi che io conosca. Perciò, dopo anni in cui con l’Associazione mettevamo al primo posto l’obiettivo ’Non aver paura di dire chi sei’, adesso abbiamo cambiato rotta. Pensiamo che, se qualcuno non se la sente, non dobbiamo insistere. Ci sono nonni o genitori che non hanno mai detto ai loro figli di essere di origine Rom, e far saltare fuori un segreto del genere dopo anni o decenni può essere un trauma. Ognuno deve decidere per se stesso».
Sofia mi spiega che lei, la sua famiglia e altri membri dell’Associazione, possono considerarsi dei privilegiati: «Mia nonna è arrivata dalla Serbia con cinque figli, negli anni Ottanta. Si è sposata qui e mio padre e i miei zii hanno tutti potuto studiare. I miei genitori sono parte del tessuto sociale ticinese e hanno cresciuto noi figli come cittadini svizzeri e come membri della comunità Rom; una parte della comunità molto vivace, allegra e in qualche modo impegnata. Viviamo le nostre origini con interesse e senso di partecipazione, ma siamo assolutamente integrati nel tessuto sociale dove viviamo». Per molti altri invece non è così, mi dice.
«I Rom del Ticino sono spesso nascosti, si pensa che ce ne siano circa 4000, ma molti di loro preferiscono non parlare di questa cultura»
L’Associazione è nata perché Sofia vedeva bambini che frequentavano casa sua e che però non sapevano come gestire la propria doppia identità ; ha dunque istituito un doposcuola a Biasca, dove è cresciuta, per vivere in modo più pieno e consapevole le proprie origini Rom. Questo doposcuola ha finito per essere un grande laboratorio interculturale, perché piano piano hanno cominciato a iscriversi anche bambini non Rom: ognuno parlava di sé, e ci si scambiavano vocaboli, merende, musiche. Io li ho conosciuti proprio quando hanno presentato, a fine anno, uno spettacolo teatrale in cui si raccontava la storia del popolo Rom. Si sfatava prima di tutto quel pregiudizio colorato di romanticismo o di biasimo, per cui i Rom sono nomadi, amano il viaggio, non vivono senza vento nei capelli e così via. No. Sofia spiega che «I Rom sono un popolo in fuga, non in viaggio per indole o per piacere. Sono dovuti scappare dall’India molti secoli fa e da allora, ogni volta che arrivano in un altro Paese, vengono cacciati, e dunque ripartono. Secoli di spostamenti ti portano a organizzarti in quel modo, ma appena c’è una buona opportunità di vivere in un posto e di chiamarlo casa, di sentire che si è accolti in modo stabile e non bisognerà riprendere la strada a breve, allora siamo come tutti: ci stabiliamo e contribuiamo alla collettività ».
Sofia Sadiki ha poi eseguito una approfondita ricerca sulle donne di origine Rom stabilitesi in Ticino: è la sua tesi di bachelor in Lavoro sociale al Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale della Supsi. «Ho studiato due ondate migratorie diverse, in due momenti storici distinti, concentrandomi sulla parte femminile. La prima migrazione riguarda gli anni Novanta, durante il conflitto in Ex Jugoslavia. Sono arrivate famiglie, anche di Rom, e le ragazze che sono andate a scuola qui adesso hanno una parte attiva nella società . Parlano italiano molto bene, dicono di essere state accolte, sia dallo Stato sia dalla Chiesa sia dalla popolazione, hanno studiato e si sono trovate un lavoro. La seconda ondata si svolge tra il 2010 e il 2013 e riguarda giovani arrivate per sposare ragazzi che già vivevano in Ticino, quindi per ricongiungimento familiare. Per loro l’integrazione è estremamente più difficoltosa: sono ragazze che arrivano per sposarsi, non sono intercettate dalle istituzioni, non fanno corsi di lingua, arrivano e vengono chiuse in casa, spesso insieme ai suoceri, fanno subito figli ed escono poco. Stanno molto tra di loro e non conoscono la realtà locale almeno finché i figli non vanno a scuola».
Ora che l’associazione non mette più come suo obiettivo primario l’uscire allo scoperto e dichiarare apertamente le proprie origini senza paura dei pregiudizi, chiedo a Sofia quale sia dunque oggi il loro scopo primario. «Lavorare sui problemi concreti di ogni giorno, a mano a mano che arrivano. Una dichiarazione razzista, la questione delle donne, la voglia dei bambini di sentirsi sia svizzeri sia Rom, il bisogno di stare anche fra di noi e mantenere viva la nostra lingua (che poi è composta da una trentina di dialetti!), invitare la popolazione ticinese a conoscerci. La prima cosa che vorrei fare per aiutare le giovani madri che sono chiuse in casa, sarebbe un corso di italiano con possibilità di portare i bambini piccoli. Bisognerà trovare le risorse, sia finanziarie sia umane».
Le chiedo ancora quale sia il nocciolo della cultura Rom: cosa li unisce? Musica, tradizioni, lingua, gastronomia? Lei ride, poi ci pensa su. «In effetti siamo un popolo variegato; io ho sposato un Rom del Kosovo, cresciuto in Italia, mentre la mia famiglia viene dalla Serbia e io sono cresciuta in Svizzera. Parliamo dialetti diversi, abbiamo tradizioni famigliari diverse. Tra l’altro ho sempre pensato di dimostrare la mia visione che i matrimoni misti sono possibili e funzionano benissimo… ma l’amore è sordo e non ha voluto ascoltarmi…»
Mi racconta che è stata in Polonia, una volta, a visitare i campi di concentramento di Auschwitz, e ha incontrato alcune sue coetanee di origini Rom cresciute in Lapponia venute anch’esse per commemorare il genocidio del popolo Rom: «Ecco, lì abbiamo provato a capire che cosa ci unisce, al di là degli stereotipi che la gente vuole affibbiarci, e credo che abbiamo trovato la risposta. Ci unisce il forte senso della famiglia. I genitori, gli zii, i prozii, i nonni, i cugini, i fratelli… ci sono, ma ognuno ha casa sua e persino la propria religione: nessuno si permette mai di dirti cosa fare; i parenti ti sostengono qualsiasi cosa tu abbia deciso di diventare. Questo è il modo di concepire la famiglia, da noi. Se c’è una gioia, la si moltiplica; se c’è un dolore, lo si divide».
