Sempre più adolescenti cercano supporto emotivo dai chatbot, ma la relazione umana resta insostituibile come confermano gli esperti di salute mentale
Il ricorso all’Intelligenza artificiale come interlocutore emotivo è un fenomeno in crescita e sempre più discusso. In un articolo apparso su «Azione» il 25 febbraio scorso, Fabio Meliciani ricorda che, secondo OpenAI, oltre un milione di persone ogni settimana discute di suicidio con ChatGPT. Con l’ammonimento: «Attenti a sostituire il dottor Freud con l’algoritmo», lo psichiatra Vittorio Lingiardi sottolinea un punto chiave: l’Intelligenza artificiale non può replicare l’ascolto, l’empatia e la presenza reale alla base della psicoterapia.
Negli ultimi anni, però, sempre più giovani si rivolgono a strumenti di IA per un supporto emotivo. Negli Stati Uniti, il 13,1% dei ragazzi tra 12 e 21 anni e il 22% dei giovani adulti tra 18 e 21 anni ha usato chatbot per consigli emotivi, con oltre due terzi di questi utenti che li impiegano almeno una volta al mese e giudicano il servizio utile. Se in Italia il 41,8% degli adolescenti tra 15 e 19 anni dichiara di aver cercato aiuto dall’IA in momenti di tristezza, ansia o solitudine, da noi in Svizzera non ci sono dati precisi sull’uso dell’IA per la salute mentale, ma la tecnologia è molto diffusa: il 71% dei giovani l’ha già usata e il 34% la utilizza almeno una volta alla settimana. Sul fronte emotivo, tuttavia, resta diffidente: il 58% non si sentirebbe a proprio agio a condividere informazioni personali con un chatbot.
Negli ultimi anni, dunque, l’IA si è affermata anche come strumento di supporto emotivo per adolescenti e giovani adulti. Chatbot e app offrono consigli, suggerimenti e interazioni immediate, a volte percepite come una «prima linea» per chi cerca ascolto o conforto. Come spiega Pierre Kahn, psicologo dell’età evolutiva e psicoterapeuta FSP: «I chatbot offrono un primo ascolto immediato, ma non sostituiscono la relazione umana con un professionista, fondamentale per interpretare emozioni, segnali non verbali e contesto personale». Insomma, l’IA non può sostituire la psicoterapia che, infatti «è innanzitutto un incontro in presenza tra persone, caratterizzato da fiducia, ascolto empatico e comprensione della storia personale del paziente; un elemento cruciale che distingue l’incontro umano è la possibilità di valutare se stessi e l’altro con senso critico, misurando il grado di comfort nell’aprirsi a un professionista». Kahn afferma quindi che «l’IA, al contrario, non percepisce le sfumature delle emozioni o del linguaggio non verbale, che in psicoterapia forniscono segnali fondamentali. Nel suo libro La pragmatica della comunicazione umana (1967), lo psicologo austriaco Paul Watzlawick spiega che la comunicazione non verbale ha un livello logico superiore rispetto a quella verbale. Questo significa che postura, sguardo, movimenti, cambi di posizione e altre espressioni corporee forniscono una cornice essenziale per interpretare il contenuto verbale e rilevare eventuali discrepanze. In psicoterapia, questi segnali aiutano il terapeuta a comprendere la coerenza emotiva e relazionale del paziente, informazioni che un algoritmo non è in grado di cogliere pienamente».
Va comunque considerato che per alcuni giovani l’accesso diretto alla psicoterapia può risultare difficile: «Pensiamo ai minori che devono spesso passare attraverso i genitori per prendere contatto con uno psicoterapeuta o un servizio specializzato, e ciò può rappresentare un ostacolo se il disagio riguarda proprio la famiglia o se i giovani temono giudizi, incomprensioni o ritorsioni. Inoltre, lo stigma verso la psicoterapia, pur in diminuzione, può ancora influenzare l’atteggiamento di alcune famiglie». In questo contesto «l’IA è vista come una risorsa “non giudicante” e immediatamente accessibile, che consente di esprimere dubbi ed emozioni senza timore di conseguenze». Ma la scelta di rivolgersi a un chatbot non sempre nasce da superficialità. «Spesso i giovani vivono una sofferenza silenziosa, non avvertono una rete sociale capace di ascoltarli, e cercano strumenti che diano almeno un feedback immediato». Pur offrendo un eventuale primo aiuto, l’interazione con l’IA rimane comunque limitata: «I consigli sono generici, non personalizzati sulla storia individuale del ragazzo, e non sostituiscono la relazione terapeutica».
Particolare attenzione è rivolta alla sofferenza adolescenziale che spesso passa inosservata: «Quando i giovani non hanno interlocutori di fiducia, il rischio è che a volte si rivolgano a strategie potenzialmente dannose, come alcol, droghe o altri comportamenti autolesivi». Lo psicologo evidenzia che, seppur limitata, l’IA può evitare l’isolamento e fornire un primo canale di ascolto. Essa non va dunque stigmatizzata, ma deve essere integrata con l’intervento umano. «Lasciata come unica risorsa, può creare illusioni di supporto adeguato e, in casi estremi, incrementare i rischi legati alla sofferenza emotiva, come evidenziato da alcuni studi internazionali sugli adolescenti». Anche eventuali tempi di attesa per accedere alle cure non devono scoraggiare dal rivolgersi a un professionista: «Nonostante la rete di servizi per la salute mentale sia migliorata negli ultimi dieci anni, con tempi di attesa più brevi e una maggiore disponibilità di professionisti, l’accesso a una psicoterapia completa può non essere immediato. In certe situazioni, i giovani devono attendere settimane prima di poter incontrare uno specialista, soprattutto se si tratta di figure con competenze specifiche. In questi casi, l’IA potrebbe essere vissuta come una sorta di “ponte”, un’opzione temporanea per gestire emozioni e problematiche mentre si attende un percorso professionale reale».
Il ruolo dei genitori rimane sempre fondamentale. «È essenziale creare canali di comunicazione aperti fin dall’infanzia, per permettere ai figli di esprimere disagi, paure o difficoltà emotive. Essere ascoltati e compresi è una protezione potente contro l’isolamento e la sofferenza silenziosa». Secondo Kahn, «i genitori possono anche svolgere un ruolo di osservatori attenti, rilevando cambiamenti comportamentali, segnali di stress o turbamenti legati alla crescita e all’adolescenza». In questi casi, consultare un professionista, anche solo per un consiglio su come gestire la situazione, diventa una risorsa preziosa. È inoltre importante sottolineare che, in presenza di un figlio refrattario alla psicoterapia, il genitore può comunque beneficiare del supporto professionale: «Ciò permette di capire come intervenire, creare strategie per favorire il dialogo e riconoscere segnali di disagio, anche senza la partecipazione diretta del ragazzo. In questo senso, l’IA può essere un aiuto secondario, ma non sostituisce mai la rete di protezione umana, familiare e professionale».
In sintesi, l’IA può offrire un primo aiuto, ridurre la solitudine e favorire l’apertura, ma deve sempre essere accompagnata da un intervento umano qualificato. Genitori, educatori e professionisti devono collaborare per integrare strumenti tecnologici e relazioni autentiche, proteggendo i giovani e promuovendo percorsi di cura sicuri e completi.
