Una passione che nasce dall’interesse per la tecnologia e che sfida le emergenze perché permette di mantenere un flusso informativo tra zone isolate, centri di coordinamento e squadre di soccorso
Un terremoto, uno tsunami, un evento climatico estremo. Le linee elettriche, quelle del telefono e di internet facilmente non funzionano più. Non c’è quindi modo di comunicare, di chiedere aiuto. Ma non è così. Il mondo è coperto da una rete di comunicazioni radio che in queste situazioni possono diventare un punto di riferimento per i soccorsi. Questa rete globale è fatta di persone con competenze tecniche solide e sempre attive, ma anche di antenne sui tetti e di apparati elettronici, talvolta all’avanguardia, talvolta semplicemente autocostruiti. Sono i radioamatori: appassionati delle comunicazioni via radio, una scelta nata forse dalla semplice passione scientifica, ma che nel tempo ha assunto un ruolo concreto e riconosciuto anche dalle istituzioni.
Molti forse immaginano i radioamatori come figure un po’ nostalgiche, persone chiuse in una stanza piena di apparecchiature, antenne sul tetto e voci lontane che arrivano da chissà dove. La realtà però è ben diversa. Il mondo dei radioamatori è molto più vivo e moderno di quanto si pensi, e rappresenta ancora oggi un importante punto d’incontro tra tecnologia, passione e servizio alla comunità .
L’attività di radiantismo, detta anche radioamatorismo, consiste nell’uso delle radiocomunicazioni da parte di operatori non professionisti, autorizzati da una licenza statale. Queste persone comunicano tra loro con l’obiettivo di mantenere viva la conoscenza delle tecnologie radio, studiando e sperimentando la tecnologia della trasmissione radio. Le frequenze utilizzate sono assegnate a livello internazionale dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), per garantire un quadro normativo condiviso su scala globale. In Svizzera le regole sono imposte dall’Ufficio federale delle comunicazioni (UFCOM). Accanto alla fonia tradizionale, la semplice comunicazione via voce con microfono, da sempre convive la telegrafia Morse, quel sistema sonoro «tratto punto» (anche se i puristi usano un termine diverso) che forma le parole da inviare nell’etere. Negli anni più recenti si è inoltre aggiunto un sistema di trasmissioni digitale, ma anche collegamenti via satellite.

Le antenne dei radioamatori
Se vogliamo, tutto nasce dallo spirito di sperimentazione che caratterizzò Guglielmo Marconi, inventore della radiocomunicazione. Più che nella figura storica, il radioamatore si riconosce in quell’atteggiamento fatto di curiosità , tentativi e miglioramenti successivi, che ha accompagnato la radio fin dai suoi esordi. Ancora oggi molti radioamatori legano la propria esperienza alla progettazione e realizzazione di radio e antenne, mettendo in pratica le competenze tecniche acquisite e contribuendo a mantenere viva una tradizione di sperimentazione che continua ad avere un ruolo attuale.
Le radici storiche del movimento risalgono ai primi anni del Novecento, ma è dopo la Seconda guerra mondiale, con la diffusione di apparati sempre più performanti e l’introduzione di normative più strutturate, che si arriva ad una crescita significativa del numero di operatori. In Ticino si parla di qualche centinaio di radioamatori attivi, mentre a livello svizzero si stimano tra 8’000 e 10’000 radioamatori. Ogni anno nel nostro cantone si registra la richiesta di 3 o 4 nuove licenze.
È però nelle situazioni di emergenza che questa attività mostra il suo valore più concreto. In scenari come le catastrofi naturali per esempio i radioamatori sono spesso in grado di garantire collegamenti alternativi, autonomi dalle infrastrutture esistenti e alimentati anche senza rete elettrica. La possibilità di allestire rapidamente reti radio locali o a lunga distanza permette di mantenere un flusso informativo essenziale tra zone isolate, centri di coordinamento e squadre di soccorso. Per questo motivo, in molti Paesi la rete dei radioamatori è formalmente integrata nei sistemi di protezione civile. In Svizzera esistono alcune forme di collaborazione, accordi operativi, tra autorità locali, come la Polizia o servizi di Protezione civile, per esempio, e associazioni di radioamatori, spesso però solo a livello regionale o cantonale. In Italia, associazioni come l’ARI collaborano con enti pubblici e amministrazioni locali, fornendo supporto alle comunicazioni di emergenza e partecipando a esercitazioni e piani di intervento.
Oggi il radiantismo non è soltanto memoria storica o risposta alle catastrofi. È anche laboratorio di sperimentazione tecnologica che può andare dallo sviluppo di protocolli specifici, fino alle attività educative rivolte a scuole e università . In un contesto generale che appare sempre più dipendente da reti centralizzate, il radioamatore rappresenta un modello di comunicazione distribuita, autonoma e basata sulle competenze individuali. Un mondo poco visibile probabilmente (antenne a parte), ma che continua a essere operativo e molto utile quando serve davvero.
