Sanità, stadi e speranze: la sfida della «Generazione Z» al potere in Marocco
I più responsabili fra i giovani assetati di futuro della «Generazione Z» (alle manifestazioni stanno partecipando principalmente ragazzi e ragazze nati tra il 1997 e il 2012) vorrebbero incanalare la grande rabbia del Marocco entro i limiti della legalità e dunque parlano di protesta non violenta. La frangia più esagitata di loro sostiene che sia finito il tempo delle dimostrazioni tranquille, che le mani non debbano impugnare cartelli rivendicativi ma armi piuttosto. Si tratta o non si tratta di difendere il popolo oppresso? Sta di fatto che l’attuale stagione della protesta marocchina ha registrato le prime vittime. In particolare durante un tentativo di irruzione in una caserma della polizia nei pressi di Agadir, dove si è acceso uno scontro furioso. Il triste bilancio comprende anche centinaia, forse migliaia di feriti fra dimostranti e agenti di polizia.
Ospedali ed educazione
Intanto la protesta dilaga nell’intero Paese. Era nata ad Agadir, dove nel locale ospedale pubblico in pochi giorni otto donne sono morte di parto. Morire di parto è un evento che appartiene al passato, anche in Marocco, e dunque i giovani in cui già ribolle la rabbia per la mancata riforma dell’ordinamento educativo affiancano la sanità a quella originaria ragione di protesta. Il popolo vuole sanità e istruzione, così si legge nei cartelli che sovrastano i cortei. E critica le spese miliardarie per infrastrutture sportive (il Marocco si prepara a ospitare la Coppa d’Africa 2025 e, insieme a Spagna e Portogallo, i Mondiali 2030). In realtà , desidera molte altre cose, sa benissimo che il Paese è potenzialmente destinato a un promettente sviluppo e dunque non vuole che problemi interni ne ostacolino la proiezione verso il futuro. I giovani intendono fare la loro parte affinché il Marocco compia il grande salto, ma prima servono un’energica riforma della sanità pubblica e un insieme di misure che «aggiustino» l’ordinamento educativo. Per questo, perché i ragazzi vogliono una scuola aperta e dinamica, e perché ogni donna che si affida ai medici per far nascere un bambino si veda garantito il diritto di vivere, il furore popolare investe le stanze del potere. Come del resto è accaduto tante volte in passato.
Non fu forse la rabbia del popolo a contrastare il colonialismo? Quel colonialismo che ebbe il suo punto culminante proprio ad Agadir, la città che si trova al centro della crisi attuale. Fu infatti nel porto di questo centro che nel 1905 gettò le ancore la Panther, una cannoniera alla quale il Governo di Berlino aveva ordinato di difendere le ragioni tedesche nella disputa internazionale volta ad assicurarsi la supremazia sul Marocco. Era il tempo in cui le potenze europee si spartivano allegramente il mondo, e questo Paese strategicamente collocato fra l’estremo Occidente arabo-islamico e l’Europa meridionale era fra le prede più ambite. A regolare la questione intervenne poi l’Inghilterra, amica della Francia. Erano i tempi dell’Entente cordiale (Intesa amichevole). Preoccupata per l’attivismo tedesco sui mari, Londra ridusse Berlino a più miti consigli. E così il Marocco divenne protettorato francese: proprio contro questa condizione inaccettabilmente subalterna si diresse la rabbia del popolo. La decolonizzazione arrivò dopo la Seconda guerra mondiale che aveva visto i soldati marocchini, i leggendari goumiers, combattere su vari fronti europei al fianco degli alleati. Ora il malcontento del popolo non reclamava più l’indipendenza, ma migliori condizioni di vita.
Ancora schiava
L’opinione pubblica, soprattutto giovanile, si sentiva una volta ancora schiava. Schiava di una struttura sociale che privilegiava le élites, di una corruzione dilagante che in pratica vanificava ogni slancio progressista, di un assetto monarchico che pesava sulle istituzioni limitandone l’apertura verso le esigenze del popolo. I periodici ricorsi alle manifestazioni di protesta individuavano talvolta bersagli specifici, come nel caso attuale dello scandalo sanitario di Agadir, ma sullo sfondo restava la volontà di rinnovamento di un assetto sociale e politico molto distante dalle aspettative popolari. Così come nella prima metà del Novecento era in discussione la soggezione coloniale, ora si discuteva della grande occasione perduta, l’indipendenza conquistata senza un mutamento sostanziale di una società quasi altrettanto iniqua di quella che prendeva ordini dal governatore europeo.
Tornando al contesto presente, il re Mohammed VI per ora tace, sembra che attenda gli sviluppi della situazione per prendere posizione, mentre il suo primo ministro Aziz Akhannouch, in stretto contatto con lui, parla di dialogo e assicura che le richieste dei dimostranti saranno attentamente valutate. Certamente l’opinione pubblica ricorda benissimo una lunga sequela di valutazioni tutt’altro che attente, e delle «imposizioni dal basso». Poiché talvolta, sia pure in piccola parte, queste imposizioni sono state accolte, rafforzando la convinzione popolare che la piazza rimane un formidabile grimaldello politico, capace di produrre aperture, anche se parziali o solamente simboliche. I giovani sfidano la classe politica che governa il Paese a varare le riforme, convinti che soltanto queste potranno avviare a soluzione i drammatici problemi del Marocco.
«Primavera araba»
Come accadde dopo le manifestazioni del 2011 e 2012 quando nell’onda della , che qui ebbe effetti meno vistosi che altrove a causa della moderazione di Mohamed VI, la pressione popolare riuscì a ottenere un ritocco costituzionale volto a riequilibrare la distribuzione del potere a vantaggio della parte elettiva delle istituzioni rispetto a quella monarchica. Il sovrano s’impegnò infatti a nominare capo del Governo il candidato voluto dal partito o dalla coalizione che si fosse imposto nelle elezioni parlamentari. In pratica il vincitore, cioè l’uomo scelto dal popolo nel segreto dell’urna. Poiché il progresso procede a piccoli passi, si tratta di un bell’avanzamento rispetto ai decenni in cui governava il Paese un personaggio scelto da gente lontanissima dal popolo. Dapprima dall’autorità coloniale che difendeva interessi stranieri, successivamente dal sovrano rinchiuso nella sua reggia dorata, dove medita solitario sui fasti antichi della monarchia.
