Schegge d’arte, frammenti di terra

by Claudia
7 Luglio 2025

Performance: il Teatro delle Radici riparte mettendo in scena l’universo materico e intimo di Loredana Müller, tra raccolta, trasformazione e memoria

È grazie alla visione di Cristina Castrillo che, dal 1986, un piccolo teatro in viale Cassarate si è trasformato in un centro pulsante di sperimentazione e pedagogia teatrale: il Teatro delle Radici oggi si riconferma laboratorio internazionale di ricerca e avanguardia in campo teatrale.

Attrice, autrice e regista, Cristina Castrillo porta in scena lavori individuali e corali che mettono in luce il valore spesso trascurato delle compagnie teatrali minori. Invitata regolarmente a incontri e festival in Europa e America Latina, nel 2014 ha ricevuto il Premio svizzero del teatro conferito dall’Ufficio federale della cultura. Con il progetto Schegge, Cristina Castrillo ha avviato, qualche stagione fa, un ciclo multidisciplinare che arricchisce le proposte del suo teatro con nuove forme artistiche come musica, pittura, danza e scrittura.

Si tratta di un progetto che offre uno spazio aperto e stimolante per la sperimentazione e l’espressione creativa, invitando artisti di diverse discipline a esplorare nuove modalità di comunicazione e collaborazione. E in questo senso, si pensa anche ai giovani che necessitano di trovare visibilità e di ampliare le proprie competenze: ad esempio, possono utilizzare in modi differenti il suggestivo spazio scenico del Teatro delle Radici, al di là della consueta forma classica.

Da sempre l’universalità del linguaggio teatrale è trasversale e in sinergia con la componente spettacolare presente in ogni arte. Ad avviare il ciclo di Schegge quest’anno è stata la performance di Loredana Müller, I colori della mia terra. Raccogliere, Raccogliersi, Trasformare. Loredana Müller Donadini – artista visiva di Mendrisio – insieme al compagno Gabriele Donadini, ha fondato Areapangeart, a Camorino, un centro culturale inaugurato nel 2015 e dedicato alle arti visive, con un’attenzione particolare alla pittura, all’incisione e alla scultura in legno, pietra e ceramica.

Nel suggestivo spazio teatrale dipinto di nero del Teatro, che conserva gli echi di molte recite passate, la Müller ha narrato la sua opera. L’oscurità, a tratti interrotta da una luce che scendeva dall’alto, sottolineava le sommesse parole dell’artista, mentre introduceva gli spettatori nella sua visione del mondo: disposti nello spazio, veri protagonisti della sua narrazione, accanto a lei si illuminavano oggetti reali e insieme fortemente simbolici come una conchiglia, un piccolo cranio, un seme, delle zolle di terra, delle pietre o dei minerali, ma soprattutto strumenti come piccoli mortai, pestelli e arnesi per frantumare il terreno.

In alto, sulla parte destra del palco, accompagnate da intensi suoni che seguivano il suo percorso, erano proiettate immagini dell’artista stessa, guidata da un segreto istinto naturale: quello di esplorare la natura, aggirarsi nel territorio che la circonda, arrampicarsi sui pendii rocciosi, trovare angoli nascosti dove scavare, estrarre, raccogliere e conservare, per riportare il tutto nel suo studio, dove prendeva avvio la seconda fase del singolare lavoro. Attraverso queste immagini proiettate, Loredana ha spiegato come frammenta, rimpasta, filtra le terre, gli ossidi e i minerali raccolti, utilizzando sia olio di lino, sia cera d’api, o resine, bianco d’uovo, cenere o fuliggine. Tra le esperienze mostrate, anche il taglio delle pietre raccolte per farne dei mosaici.

Sul palco, una lunghissima tela scendeva dall’alto illustrando i risultati del suo lavoro: innumerevoli piccole immagini pittoriche (cromie) dalle tonalità di colore ottenute incredibilmente da questi stessi materiali (v. immagine).

L’artista ha fabbricato anche la carta dei fogli su cui operare, mentre pazientemente rendeva partecipi di questi stessi procedimenti adulti, anziani, bambini, ai quali trasmettere le sue conoscenze, muovendosi in un universo che pare percepire come unico, non frammentato: «Anche noi siamo fatti di minerali e acqua», spiega, e alberi, radici, cielo, per lei, sono tutti uniti nella valle Morobbia, la terra dove insegue i colori del ferro e dell’acqua.

Loredana Müller, artista atipica, per certi aspetti unica, sembra ignorare la minaccia della digitalizzazione che avanza in ogni forma di pratica artistica rischiando di far scomparire per sempre ogni pratica manuale, di cui lei custodisce per noi la testimonianza. Loredana Müller trasmette la fede che guida la sua silenziosa ricerca, libera da astrazioni o mediazioni culturali. Sa molto bene, dice, «che ogni aurora comporta un tramonto e un nuovo mattino rinnoverà il giorno che sorge e poi tramonta, compiendo un ciclo che si rinnova, così è stata da sempre la storia del mondo».