Il senso di Signer per il tempo

by Claudia
7 Luglio 2025

Al Kunsthaus di Zurigo una retrospettiva (poco esplosiva) omaggia l’artista appenzellese

Come ricorda lo stesso Roman Signer in una lunga intervista pubblicata sul numero di giugno della rivista d’arte svizzera «Kunstbulletin», è da molti anni che l’artista di origini appenzellesi ma residente a San Gallo sognava di poter esporre al Kunsthaus di Zurigo e quindi la retrospettiva che gli viene dedicata in questi mesi dal principale museo d’arte svizzero ha costituito per lui, ormai ottantaseienne, il coronamento di un desiderio a lungo covato e accarezzato; oltre a essere, ma questo lo aggiungiamo noi, un doveroso e meritato riconoscimento nei confronti di un artista che nel frattempo si è fatto apprezzare in tutto il mondo.

Tutto a posto, dunque? Non proprio. Come spesso accade con le cose troppo a lungo attese e desiderate, anche la mostra di Roman Signer finisce infatti per disattendere e deludere almeno in parte le aspettative di chi, come noi, ha sempre pensato che l’artista nato ad Appenzello nel 1938 fosse una delle figure più rappresentative dell’arte svizzera degli ultimi cinquant’anni perché con il suo lavoro ha saputo decostruire quell’immagine intrisa di normalità e di ordine, di conformismo e di perbenismo che ha permeato l’identità del nostro Paese nel secondo dopoguerra.

A partire dai primi anni Settanta, scegliendo di continuare a dedicarsi ai giochi e agli esperimenti che fin da bambino aveva praticato nel fiume Sitten, dove amava immergersi con gli ampi stivali neri del nonno (un elemento che non a caso ricompare in molte sue opere), Signer ha sviluppato una pratica artistica che è strettamente legata alla nozione di tempo e che mira al sovvertimento dell’ordine consueto e abituale delle cose per mostrarci che l’assurdo non è che un’altra faccia della realtà.

Collocabile all’incrocio tra arte processuale e scultura – uno dei limiti della mostra di Zurigo è forse proprio quello di far prevalere quest’ultima dimensione dando così un’immagine troppo statica del suo lavoro – l’opera di Signer indaga la dimensione temporale attivando processi dinamici che, se da un lato richiamano la metodologia sperimentale utilizzata in ambito scientifico, dall’altro non possono non evocare il libero gioco della fantasia e la curiosità sfrenata che caratterizzano lo spirito ludico dei bambini. Nell’ambito dei processi innescati dall’artista, una serie di materiali, oggetti e strumenti tecnologici (alcuni dei quali ricorrenti) vengono fatti interagire tra di loro sulla base di semplici leggi fisico-chimiche per dare vita a situazioni paradossali e a prima vista insensate che, come nel gioco, rispondono a una logica completamente stravolta rispetto alla quotidianità alla quale siamo abituati.

Eccovi qualche esempio: un fuoco d’artificio che partendo improvviso verso il cielo strappa dal volto dell’artista un berretto di lana al quale è collegato con un filo; una sedia da ufficio che continua a girare su sé stessa spinta dalla corrente del fiume nel quale è collocata; un tavolo che prende il volo sospinto dalla forza propulsiva dei fuochi d’artificio collocati sui suoi piedi; una fila di persiane che si spalancano di colpo in mezzo al fumo delle girandole per permettere ad alcune sedie scaraventate fuori dalle finestre da una forza misteriosa di prendere il volo prima di schiantarsi al suolo; un albero di Natale che ruotando in modo sempre più vorticoso su sé stesso scaglia tutt’intorno le bocce con cui era stato decorato per effetto della forza centrifuga; una casetta in legno che scende scivolando da un pendio innevato o che si alza in volo sospinta dai fuochi d’artificio fissati sui suoi lati.

Se per documentare queste azioni e performance Signer utilizza inizialmente la fotografia, a partire dal 1975, in seguito all’incontro con il regista tedesco Hartmut Kaminski, comincia a realizzare dei brevi filmati girati in super 8 che diventeranno da quel momento la sua cifra distintiva. L’uso frequente di materiali esplosivi e fuochi d’artificio – Signer dispone di un permesso di brillamento di tipo B – lo portano ad essere identificato in quegli anni come «l’artista dell’esplosivo», spesso travisando la vera natura del suo lavoro al cui centro non vi è tanto l’interesse per la forza dirompente e distruttiva di una deflagrazione, ma piuttosto quello per l’improvvisa accelerazione che quest’ultima introduce nell’ordine temporale, generando conseguenze non sempre completamente prevedibili. È proprio questa repentina accelerazione dell’ordine temporale e l’effetto che ha sulla trasformazione di stato di un materiale, di un oggetto o di una situazione il vero campo d’indagine attorno a cui si è venuta sviluppando la ricerca artistica di Signer nel corso dei decenni.

Purtroppo, questa dimensione temporale nella mostra di Zurigo è confinata quasi unicamente nella sezione finale dove, nello stretto vano che si apre dietro la parete di fondo della sala, sono visibili alcuni dei suoi video storici, tra l’altro non nella versione originale ma in una riedizione del 2009 in cui l’artista aveva scelto di affiancarli con una descrizione del loro contenuto tradotta nel linguaggio dei segni. Per il resto lo spettatore è chiamato ad aggirarsi nella grande sala espositiva del Kunsthaus, questa volta lasciata completamente libera e non frammentata da pareti divisorie, come se si muovesse in un ampio paesaggio (il titolo della mostra è appunto Landschaft) popolato dalle sculture dell’artista. Sculture che in molti casi sono il risultato finale di un’azione che si è svolta altrove e alla quale non abbiamo potuto assistere.

A non convincerci pienamente non è però solo il fatto che tutta la mostra si dispieghi immediatamente di fronte ai nostri occhi privandoci fin da subito di ogni sorpresa (ben diverso il caso di Walter De Maria, ricordato dallo stesso Signer nell’intervista citata all’inizio, che nel 1993 aveva occupato gli oltre 500 metri quadrati della grande sala del Kunsthaus con un unico grande lavoro), ma anche il fatto che, pensandoci bene, da Signer non ci saremmo aspettati una normale e ordinata retrospettiva, per quanto ampia e ben curata. No, da Signer ci saremmo aspettati altro. Ci saremmo aspettati un’esplosione. Ci saremmo aspettati che un attento osservatore del tempo come lui non si facesse imprigionare nella rigida scansione temporale dentro cui una retrospettiva finisce inevitabilmente per avvolgere il lavoro di un artista e che fosse riuscito a comprimerla in un unico, irripetibile e imprevedibile momento di poesia.

Sarà sicuramente per un’altra volta. Per questa volta il consiglio è di abbinare alla visita al Kunsthaus anche quella alla Kunsthalle di Appenzello dove fino al 14 settembre è visibile un’ampia selezione di video dell’artista.