Oggi l’ecografia è un ottimo strumento per diagnosi, scelta terapeutica e, quando necessario, indicazione chirurgica
La mano è uno degli strumenti più preziosi del nostro corpo che ci permette di svolgere con naturalezza centinaia di gesti quotidiani. Insieme al polso e al gomito forma un sistema complesso e perfettamente coordinato, indispensabile per la nostra autonomia e qualità di vita. Per questo, quando compaiono dolore, rigidità, perdita di forza o difficoltà nei movimenti, è importante non sottovalutare i sintomi né sperare che il problema si risolva spontaneamente. Una diagnosi tempestiva può infatti fare la differenza, consentendo di individuare il trattamento più appropriato e, in molti casi, di evitare l’aggravarsi della patologia.
Ne abbiamo parlato con il dottor Marco Guidi, specialista in chirurgia della mano e ortopedia, che spiega come il primo interlocutore del paziente debba rimanere il medico di famiglia, figura fondamentale per un primo inquadramento clinico. «Quando però il dolore è intenso, persistente o limita le normali attività quotidiane, è proprio il curante a poter individuare la necessità di un approfondimento specialistico». Secondo il dottor Guidi, due elementi meritano particolare attenzione: «L’intensità e la durata del dolore: un dolore molto forte, sproporzionato rispetto a traumi apparentemente modesti, oppure accompagnato da un “crack”, da perdita di forza o dall’impossibilità di utilizzare la mano, rappresenta un segnale d’allarme. Anche un disturbo che persiste per giorni o settimane non dovrebbe essere ignorato, perché alcune lesioni inizialmente semplici possono evolvere verso forme croniche o artrosiche, rendendo più complesso il trattamento. Mentre l’errore più frequente è aspettare troppo nella speranza che il problema passi da solo». Un atteggiamento che, osserva lo specialista, durante il periodo della pandemia ha portato all’osservazione di numerosi casi ormai cronicizzati. Guidi ribadisce quindi che «rimandare la visita può significare perdere l’opportunità di intervenire quando la patologia è ancora facilmente trattabile, con conseguenze non solo sulla salute, ma anche sulla qualità di vita e sull’attività lavorativa».
Tra le patologie che più frequentemente arrivano all’attenzione dello specialista figurano: «Il dito a scatto, la sindrome del tunnel carpale, le tendiniti del polso e le artrosi del pollice e delle dita. Anche alcune attività quotidiane, come l’uso prolungato del mouse, dello smartphone o del tablet, possono favorire l’insorgenza di alcune di queste condizioni, soprattutto se associate a movimenti ripetitivi e posture mantenute a lungo». Un altro errore da evitare è affidarsi esclusivamente alle informazioni trovate online o ai rimedi «fai da te»: «Creme, pomate o consigli reperiti su internet non possono sostituire una valutazione clinica, perché ogni paziente presenta caratteristiche e problematiche diverse che richiedono un approccio personalizzato. La visita specialistica rappresenta quindi il momento chiave dell’iter diagnostico». Oltre all’esame clinico effettuato dallo specialista di mano e polso, oggi un ruolo sempre più importante è svolto dall’ecografia muscolo-scheletrica ad alta definizione, sempre eseguita direttamente dallo specialista quando ne possiede la specifica formazione.
È importante valutare intensità e durata del dolore: un disturbo che persiste per giorni o settimane non dovrebbe essere ignorato
A questo proposito, il nostro interlocutore puntualizza: «Non si vuole sostituire il lavoro del radiologo, ma si offre un importante valore aggiunto. L’ecografia eseguita in fase di visita del paziente consente infatti di osservare in tempo reale tendini, nervi, legamenti e articolazioni, individuando anche segni di infiammazione attiva grazie allo studio della vascolarizzazione. E in molti casi permette poi di formulare la diagnosi già durante la visita, riducendo la necessità di ricorrere a esami più complessi e costosi come ad esempio la risonanza magnetica».
Naturalmente, esistono situazioni in cui altri accertamenti rimangono indispensabili: «Parliamo di fratture non evidenti, edema osseo o lesioni profonde dei legamenti possono richiedere TAC, risonanza magnetica o artro-RM, ma per molte patologie di mano e polso l’ecografia rappresenta oggi uno strumento diagnostico estremamente accurato». L’ecografia non si limita però alla diagnosi. Trova infatti applicazione anche nella terapia, in particolare durante le infiltrazioni: «La guida ecografica permette di visualizzare con precisione il punto in cui introdurre l’ago, raggiungendo esattamente la guaina tendinea o l’articolazione interessata. Questo comporta una precisione che aumenta l’efficacia del trattamento e riduce il rischio di infiltrare aree non coinvolte dall’infiammazione. Inoltre, consentendo di depositare il farmaco esattamente dove serve, permette spesso di utilizzare dosi inferiori di cortisone».
Le infiltrazioni rappresentano una valida opzione nei casi in cui prevale una componente infiammatoria ma, come sottolinea il dottor Guidi, «il cortisone non elimina la causa della malattia, ma riduce l’infiammazione e offre una sorta di “finestra terapeutica”, durante la quale il dolore diminuisce e il paziente recupera funzionalità». Egli afferma quindi che «in alcuni casi, questo può essere sufficiente a risolvere il problema; in altri consente di rimandare l’intervento chirurgico quando il paziente, per motivi lavorativi, familiari o di salute, preferisce posticiparlo». È proprio l’ecografia, tuttavia, ad aiutare a individuare la migliore scelta terapeutica per ciascun paziente: «Alcune caratteristiche anatomiche, come un marcato ispessimento delle strutture che comprimono tendini o nervi, indicano infatti che il beneficio dell’infiltrazione sarà solo temporaneo e che la chirurgia rappresenta la soluzione più appropriata. La decisione non si basa quindi esclusivamente sui sintomi, ma sull’integrazione tra visita clinica e immagini ecografiche».
Due parole sul cortisone per il quale persistono ancora molti timori, spesso legati agli effetti collaterali sistemici. Lo specialista chiarisce: «Nelle infiltrazioni, il farmaco agisce prevalentemente a livello locale. Possono comparire temporaneamente alterazioni della pelle o del tessuto sottocutaneo nella sede dell’iniezione, generalmente reversibili nell’arco di alcuni mesi. Nei pazienti diabetici è invece opportuno controllare la glicemia nei giorni successivi al trattamento, poiché può verificarsi un temporaneo aumento dei valori. Anche per questo motivo l’indicazione all’infiltrazione deve sempre essere personalizzata e affidata a una valutazione specialistica». Il messaggio finale è semplice: «Convivere per mesi con un dolore alla mano, al polso o al gomito nella speranza che passi da solo non è mai la scelta migliore. Una corretta collaborazione tra medico di famiglia e specialista permette di riconoscere precocemente le patologie, scegliere il percorso diagnostico più appropriato e individuare il trattamento più efficace, evitando che un problema inizialmente semplice diventi una limitazione permanente».
