Tra antichi guerrieri e spiriti di oggi

by azione azione
26 Agosto 2026

Al Musec di Lugano due sguardi sul Giappone con «I 47 rōnin» e «Beyond The Eyes» di Miwa Komatsu

Contemporaneamente alla mostra TRAME Capolavori di arte tessile. Da Bali a Timor inaugurata lo scorso giugno presso il MUSEC, a conferma della propria attenzione per la cultura nipponica, la storica istituzione dedica ben due esposizioni all’argomento.

La prima, aperta al pubblico da tre mesi e visitabile fino al 4 ottobre, vede protagonista una delle più celebri storie del Paese del Sol levante: I 47 rōnin, dramma inizialmente ideato per il bunraku – il teatro classico delle marionette – sulla base di un fatto storico e, col tempo, riadattato da alcuni drammaturghi per il kabuki (Takeda Izumo, Miyoshi Shōraku, Namiki Senryū). La seconda invece, Beyond the Eyes, inaugurata il 23 luglio e con chiusura prevista per il 25 ottobre, propone per la prima volta in Europa una personale di Miwa Komatsu, pittrice e scultrice contemporanea della prefettura di Nagano.

La doppia mostra in corso al Musec permette di passare dal Giappone della Scuola di Utagawa a quello contemporaneo di Miwa Komatsu

È curioso notare che, nonostante sia noto anche alle nostre latitudini attraverso film e fumetti, a oggi non esista una versione ufficiale in lingua italiana di Kanadehon Chūshingura (I 47 rōnin). Come sottolinea Moira Luraschi, curatrice dell’esposizione e, più in generale, delle collezioni dell’Asia orientale del museo, questo è avvenuto «a causa delle innumerevoli versioni esistenti, come spesso accade quando ci si misura con i brogliacci delle rappresentazioni». Ciò detto, in Giappone la vicenda dei samurai senza padrone – i rōnin, appunto, vale a dire «gli uomini onda» – che tramarono segretamente vendetta nei confronti di chi aveva umiliato e provocato la morte del loro signore, è da sempre un grande classico e non manca mai nei teatri kabuki. Al suo apparire nel 1748 il dramma ebbe un riscontro popolare pressoché immediato, al punto da divenire uno dei soggetti privilegiati delle arti visive, specie nella xilografia policroma.

Ed è proprio alle suddette stampe, la cui circolazione era diffusa nel Giappone del Periodo Edo (1603-1868), che la mostra I 47 rōnin. Hiroshige e la scuola Utagawa è dedicata. Se molte di queste solitamente descrivevano la vita edonistica cittadina attraverso rappresentazioni di quartieri a luci rosse e geishe, altre erano invece rivolte alle storie dell’universo teatrale e alle celebrità del palcoscenico (questo insieme di elementi fu chiamato ukiyo, «il mondo fluttuante»), amplificando sia il successo degli spettacoli sia quello dell’arte grafica.

Per dare un saggio di questa prolifica produzione, il MUSEC propone quindi attraverso un approccio comparato le opere di tre artisti della Scuola di Utagawa, la cui attività fu fondante nell’espressione di tale immaginario: il celebre Utagawa Hiroshige (1797-1858), maestro del genere di grande influenza su autori occidentali quali Monet, Cézanne e Van Gogh; Utagawa Shigenobu, detto anche Hiroshige II (1826-1869), discepolo e figlio adottivo del primo; Utagawa Kuniteru (attivo intorno a metà del XIX secolo), artista considerato più didascalico e meno espressivo.

Il percorso espositivo vede disposte in teche una stampa per ciascun artista in relazione a un atto del dramma (undici in totale, con un dodicesimo a fare da epilogo). Il visitatore può contemplarle notando differenze, somiglianze e aggiunte; chiari rimandi al maestro come pure rovesci di prospettiva, che pongono in primo piano ciò che l’altro aveva lasciato sullo sfondo. Ma ciò che soprattutto colpisce sono le opere di Hiroshige stesso in virtù di quella particolare concezione del paesaggio che vede rappresentate le ambientazioni come una sorta di emanazione della vita interiore dei personaggi (si vedano, ad esempio, le suggestive stampe dedicate agli atti settimo e nono).

A proposito di vita interiore, veniamo ora a Beyond the eyes di Miwa Komatsu, mostra a cura di Nora Segreto collocata nello Spazio Cielo del Musec, dove solitamente sono accolte opere contemporanee. Pittrice e scultrice che, ai nostri occhi occidentali, potrebbe ricordare l’universo di una certa cultura psichedelica, l’artista quarantaquattrenne opera all’opposto di un antico incisore, sacrificando la progettazione a tavolino in nome di una pratica istintiva fondata su stati di meditazione preparatori.

Protagonista del suo universo è, come indicato dal titolo dell’esposizione, lo sguardo, oggetto per eccellenza dello sviluppo psichico umano e, più che mai, centrale nel nostro tempo. I suoi quadri di grande formato vedono rappresentati, anzi, forgiati, per lo più esseri fauneschi, animali-guida, presenze-simbolo che catturano l’osservatore attraverso la voracità di occhi ingigantiti, enfatizzati per intrico di colori e forma.

Nonostante Miwa Komatsu rivendichi la ricerca di una sorta di equilibrio spirituale universale, che vede nel rapporto fra arte, uomo e natura il proprio campo d’azione, la sua opera – questo è un parere personale – non appare pacificante, quasi che le pupille abnormi degli esseri che abitano in acrilico le sue tele, come pure di quelli in porcellana sotto vetro, si facessero carico di una mostruosità che sta altrove, oltre la cornice, forse proprio nel mondo umano in cui tutti abitiamo e viviamo. Ad accompagnare il tragitto fra fiere demoniache e ultraterrene, il visitatore troverà la raffinata ambientazione sonora di Sabrina Camporini, curatrice pure del sound design per l’allestimento di I 47 rōnin.