Mao: l’uomo che plasmò la Cina moderna

by azione azione
19 Agosto 2026

A cinquant’anni dalla morte il lascito del «Grande timoniere» continua a dividere, tra mito politico e tragedia storica

«La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra». Aveva le idee chiare a tale riguardo, Mao Zedong, con queste parole scolpite, come una grande massima, mandata a memoria da centinaia di milioni di cinesi, grazie al Libretto Rosso del pensiero del «Grande timoniere».

Dal mondo rurale

Il 9 settembre 2026 ricorreranno i cinquant’anni dalla morte di Mao. Nel 1976 la sua salma fu esposta per otto giorni in Piazza Tienanmen, laddove, 13 anni più tardi, ebbe luogo la pacifica rivolta degli studenti contro il monopolio del Partito comunista, ribellione repressa nel sangue dai carri armati mandati dal decrepito Deng Xiaoping, l’ultimo esponente della vecchia guardia del condottiero rosso a conservare un potere e un’influenza assoluti nella vita dello Stato.

Mao Zedong nacque a Shaoshan, nella provincia di Hunan, da una famiglia di contadini, il 26 dicembre 1893. Dopo aver aderito al marxismo nel 1920, il 1° luglio dell’anno seguente partecipò al Congresso di fondazione del Partito comunista cinese (Pcc), di cui diverrà – non senza alterne vicende – capo carismatico e stratega militare. Allo stesso tempo, poiché il Pcc era alleato con il Partito nazionalista (Kuomintang), nel 1924 entrò a far parte del Comitato esecutivo centrale di quest’ultima forza politica. Nel 1927 ebbe luogo la fallita insurrezione comunista, repressa dai nazionalisti, che costrinse il gruppo dirigente del partito rosso (oltre a Mao, Zhou Enlai, Deng Xiaoping, Lin Biao e Liu Shaoqi) alla disperata ritirata a sud-est del Paese, nella provincia del Fukien, dove, all’inizio degli anni Trenta, lungi dal rinunciare al loro disegno politico di rivoluzione, creeranno una piccola repubblica sovietica cinese, e dove il «Grande timoniere», per non ripetere gli errori tattici del passato, porrà le basi della futura Armata rossa.

La Lunga marcia

L’avvento di Chiang Kai-shek, alla guida del Governo nazionalista che nel 1928 fissò la capitale a Pechino, segnò la definitiva rottura con il Pcc, messo fuorilegge. La guerra civile tra i rossi e il Kuomintang divampò, dal 16 ottobre 1934, con la Lunga marcia, che costò ai comunisti 80’000 caduti. Dalle basi meridionali del Fukien e del Kiangsi, attraverso 11 province, la Lunga marcia si concluse vittoriosa nello Shensi settentrionale: 12’500 chilometri di montagne, paludi, combattimenti, paure, imboscate, speranze.

Sebbene aderisse al pensiero marxista-leninista, Mao fu il demiurgo ideologico di un grande «adattamento» di quella dottrina politica. In primis l’abbecedario maoista si fondava sull’idea che per la Cina il processo rivoluzionario dovesse partire dal mondo rurale e non dalle città, in assenza di una classe operaia consistente e già strutturata: ma per farlo occorreva un partito ramificato e capace di guadagnarsi la fiducia delle classi contadine, e soprattutto bisognava spazzar via il diretto avversario politico, Chiang Kai-shek. L’aggressione nipponica dei vasti territori cinesi assunse crescenti proporzioni dal 1937, segnando un periodo di stasi nello scontro tra i nazionalisti e le truppe di Mao. Dall’estate del ’46, dopo la resa del Giappone, la guerra civile riprende d’intensità. Chiang Kai-shek viene battuto e il 1° ottobre 1949 nasce la Repubblica popolare cinese, di cui il «Grande timoniere» è presidente.

Al Cremlino con Stalin

L’irriducibile ostilità dei piccoli e medi proprietari terrieri alla espropriazione dei loro possedimenti, da trasformarsi in comuni agricole, sarà l’assillo del tiranno rosso, che instaura una delle forme storiche di dispotismo asiatico. Nel 1958 Mao lancia «il grande balzo in avanti» che segna, con la collettivizzazione forzata delle terre e la grande carestia che ne consegue, decine di milioni di morti. Intanto procede, con reciproche diffidenze, il rapporto tra Pechino e Mosca. Mao compie il suo primo viaggio al Cremlino nel 1949, in occasione del settantesimo compleanno di Stalin.

I due capi non sono fatti per intendersi. La trasferta frutterà ai cinesi «solo» un prestito di 300 milioni di dollari e alcuni accordi di collaborazioni economiche e militari. Inizialmente migliori saranno i rapporti con Krusciov. Ma nel 1963 si consuma lo scisma di Mao dallo schieramento comunista internazionale dominato da Mosca. Tre anni più tardi il leader lancia la «rivoluzione culturale», nel tentativo di nascondere il disastroso fallimento del suo regime.

Si tratta di un altro degli spaventosi massacri che caratterizzano il consolidamento del monopolio comunista dentro le specificità culturali enormi che contraddistinguono la vastità dell’ex Impero celeste. L’intero patrimonio della tradizione millenaria della Cina viene messo al bando e distrutto, i centri di antica spiritualità rasi al suolo. La «rivoluzione culturale» lasciò dietro di sé centinaia di migliaia di morti, forse fino a due milioni secondo alcune stime, oltre a milioni di perseguitati.

Le guardie rosse

Mao istituisce le «guardie rosse», milizie di giovanissimi cinesi (cresciute nell’adorazione del leader di cui dilaga il culto della personalità), ai quali è consegnato il futuro del regime. In Europa, specie in Francia e in Italia, il mito del «Grande timoniere» contagia le forze extraparlamentari di sinistra, che coltivano il progetto-sogno della rivoluzione, distanziandosi dai rispettivi partiti comunisti nazionali filosovietici. Negli ultimi anni di vita, il leader, minato dal Parkinson, inaugura una rappacificazione con Mosca, e apre all’Occidente, con una famosa visita di Nixon del 1972. Oggi di Mao sopravvive la memoria, quale padre della Nazione, in un Paese dalle mille contraddizioni in cui il potere comunista sopravvive sull’altare di una crescita capitalistica senza freni.