Le famiglie ticinesi – e svizzere più in generale – stanno davvero peggio o sono cambiate le modalità di consumo?
In vista dell’autunno, che viene ormai regolarmente descritto come «caldo» non necessariamente da un punto di vista climatico quanto per i temi d’attualità per le economie domestiche ticinesi, torna alla ribalta un quesito: alcune spese sono davvero diventate più impattanti sul reddito mentre il margine economico per gestirle si è ridotto? Oppure è cambiato il modello di consumo definibile «abituale»?
Nel 2024 il reddito mediano mensile in Ticino era di 5708 franchi
Pur senza addentrarsi in distinzioni capillari fra tipologie di economie domestiche – le «famiglie», per intenderci – si può affermare come, a livello federale, il reddito disponibile medio mensile ammontasse nel 2023 a 7186 franchi (in linea con l’anno precedente), di cui 5049 franchi destinati ai consumi di beni e servizi (cifre tratte dal sito del Consiglio federale). Tale dato non tiene certamente conto delle diseguaglianze crescenti all’interno della società, ma è pur sempre in linea con quel 61,6% di rapporto fra spesa finale di consumo e PIL (entrambi in termini reali) registrato anche nel 2025 (vedi Seco). Più interessante ancora è osservare come – nel 2024 – il reddito mediano mensile (cioè il valore reddituale che divide la popolazione in due parti uguali) risultasse in Ticino pari a 5708 franchi rispetto ai 7024 franchi in Svizzera (www.admin.ch). Nello stesso anno, il nostro Cantone contava 171’490 economie domestiche, di cui ben il 42,1% costituito da persone sole: nel 2012 tale dato si attestava ancora al 37,3%. Se vivere insieme può comportare una suddivisione interna delle spese o – perlomeno – uno sgravio per alcuni membri dell’economia domestica, una persona sola non può farlo. Ne deriva che la stessa voce di spesa può avere un diverso impatto sul bilancio familiare a seconda della struttura del nucleo domestico.
A ciò si aggiungono nuovi consumi solo fino a pochi anni fa inesistenti: fra questi, per telefonia, servizi digitali ed abbonamenti vari spesso aggravati da un’educazione finanziaria insufficiente di fronte a contratti complessi e pluriennali, oltre che da un’ormai decennale abitudine a vedere il risparmio bancario scarsamente remunerato. Ecco che, secondo il Barometro svizzero delle famiglie 2026, «solo» il 47% delle economie domestiche svizzere intervistate considerava il proprio reddito sufficiente, mentre il 46% lo riteneva appena sufficiente e il 7% insufficiente (con il Ticino fuori media per percezione peggiore rispetto alle altre regioni del Paese). Tale sentiment viene sostanziato da ulteriori dati macroeconomici, fra cui il debito delle economie domestiche svizzere rapportato al PIL pari nientemeno che al 125,1% (https://www.ceicdata.com/en/indicator/switzerland/household-debt–of-nominal-gdp). In altre parole, se una famiglia si indebita, o consuma eccessivamente o il reddito disponibile è insufficiente.
Fra le voci di spesa sempre più rilevanti figurano telefonia e servizi digitali
Il punto nodale non è – quindi – soltanto quanto le risorse a disposizione individuale siano andate aumentando, ma anche che a nuovi consumi si sono aggiunti rincari di voci di spesa «obbligate». Si pensi soltanto ai premi delle casse malati, che pur non essendo spesa di consumo riducono le risorse a disposizione per queste ultime, passati in Ticino da una media di 1920 franchi nel 1996, a 3701 franchi nel 2016 e a 5610 franchi nel 2025 (+192,2%) ben fuori linea rispetto ai 4515 franchi medi in Svizzera (vedi dati www.admin.ch). Anche l’indice degli affitti è salito da un valore pari a 96,6 (dicembre 2020 = 100 punti) a 109,9 nel 2025 (con tutte le distinzioni del caso a seconda della località esaminata): non si dimentichi, inoltre, che nello stesso anno rappresentava la principale voce di contribuzione all’inflazione misurata in Svizzera. O per non parlare del fattore «petrolio ed idrocarburi» che – nonostante la rivoluzione green – ha a seguito delle vicende geopolitiche nello Stretto di Hormuz ancora un diffuso impatto sul paniere di spesa individuale.
Algoritmi sempre più affinati sfruttano i nostri dati
A tali macroriflessioni si aggiunge – più a livello microeconomico-comportamentale – il fatto che algoritmi sempre più affinati riescano spesso ad intercettare la disponibilità di spesa di ciascuno ed a far sì che il prezzo che l’utente paghi corrisponda (quasi) perfettamente al proprio limite massimo a disposizione per un determinato bene o servizio. Fantascienza? Per nulla, se si pensa anche solo alle piattaforme di acquisto dei soggiorni alberghieri che spesso differenziano il prezzo a seconda dell’utenza (prima versus abituale, per lavoro versus divertimento ecc.) oppure del dispositivo elettronico utilizzato. Nel contempo, per citare un termine utilizzato nella letteratura scientifica sul comportamento dei consumatori, il consumo è divenuto sempre più «liquido» cioè si sceglie l’accesso ad un bene sotto forma digitale (immediatamente utilizzabile e magari a prezzo inferiore) rispetto al possesso fisico. Ad esempio, un libro in formato digitale anziché cartaceo i cui diritti di utilizzo sono però assai diversi rispetto a quelli dell’oggetto fisico (che detiene pur sempre un valore economico monetizzabile in caso di rivendita).
Chiaramente, l’analisi del tenore di vita svizzero (e ticinese) a fronte di costi in crescita e necessità di consumo sempre più «sfidanti» per il portafoglio individuale è assai complessa e non può esaurirsi così facilmente. Si può tuttavia sintetizzare come – soprattutto oggigiorno – il benessere economico sia sempre più messo a «dura prova» da (apparenti) necessità di consumo parzialmente anche «figlie» dell’acronimo FOMO (Fear of Missing Out), cioè di quella forma di ansia sociale e psicologica che induce gli individui a temere di essere esclusi da esperienze positive invece accessibili ad altri. Ma il consumo sostenibile è spesso «insidiato» anche da fenomeni più recenti quali la riduzione di peso e quantità (shrinkflation) o la diminuzione della qualità (skimpflation) di un bene o servizio a parità di prezzo. Insomma: la linea fra «cosa si vuole» e «cosa ci serve davvero» non è sempre facilmente tracciabile. A meno di un nuovo «miracolo economico», potrebbe divenire sempre più arduo far «quadrare» conti ed esigenze di spesa a fine mese.
