Tre leggende ticinesi rivivono nel teatro di narrazione di Wanda Zurini
Una ha il Diavolo alle calcagna, un’altra si trova la Morte davanti alla porta, la terza rischia grosso per non aver filato la lana che il marito le aveva lasciato prima di partire per l’America. A Serafina, Miseria e Lazarona, insomma, la sorte riserva avversari poco accomodanti. Loro, però, invece di tremare, ragionano. E qualche volta imbrogliano persino chi era arrivato per imbrogliarle.
Sono le tre protagoniste di Di donne, morte e diavoli, lo spettacolo di Wanda Zurini (nella foto) in agenda martedì 25 agosto alle 18 nel Cortile di Palazzo Morettini a Locarno, per la rassegna Chilometro zero della Biblioteca cantonale. Con Zurini ci saranno Danilo Moccia al flugabone e Mario Scalzi alla tromba, mentre la regia è affidata a Giampaolo Gotti.
Le storie arrivano dalla tradizione orale ticinese, ma hanno poco della reliquia da custodire sotto vetro. Serafina è una giovane di Cavergno che aspetta Olindo, emigrato in Olanda, finché una ciocca di capelli finisce nelle mani sbagliate. Miseria vive in Onsernone e possiede così poco da non avere quasi nulla da perdere quando la Morte viene a cercarla. Lazarona, invece, è pigra senza rimedio e, quando il ritorno del marito si avvicina, scopre che rimandare il lavoro può presentare un conto piuttosto salato. In tutti e tre i casi, però, sono l’intelligenza e una certa sfrontatezza femminile a rovesciare rapporti di forza che sembravano già decisi.
Zurini non le dispone in fila, come tre novelle separate. Le mescola. Abbandona una vicenda per entrare nell’altra, poi torna indietro, facendo sì che personaggi lontani per paese e destino finiscano per illuminarsi reciprocamente. E per farli esistere non ha quasi nulla a disposizione. Niente costumi, niente scenografie: uno sgabello e il proprio corpo e la propria voce, chiamati a passare da una vecchia a una ragazza, da un uomo al Diavolo, fino alla Morte. La musica entra negli spazi lasciati dalla parola.
Il tutto è raccontato in dialetto. Non per aggiungere colore locale, ma perché separare queste leggende dalla lingua nella quale sono state tramandate significherebbe probabilmente cambiarne anche il carattere. Zurini lavora da tempo proprio su questo patrimonio, cercando nei racconti delle valli una materia ancora capace di stare sulla scena; nel 2024 aveva già affrontato l’epopea di Melà e Bissún, mentre qui torna a un immaginario popolato da partenze, povertà , promesse, creature soprannaturali e donne che non aspettano docilmente di essere salvate.
