Tra i boschi di Vararo, in provincia di Varese, è stato scoperto il rifugio del pittore visionario
Di giorno si dedicava alla sua occupazione di disegnatore tecnico presso l’Aermacchi, mansione che richiedeva precisione, disciplina e scrupolosa osservanza delle logiche dei macchinari. Di notte, invece, si dedicava alla pittura, attività che gli permetteva di esternare la sua potente indole visionaria. Sospeso tra estrema diligenza e libertà assoluta, Vittorio Aldrovandi, detto Vandi, trascorreva in questo modo la sua esistenza prima di prendere la decisione di chiudersi in una solitudine totale, abbandonando lavoro, famiglia e rapporti sociali. Dopo questa scelta radicale, l’arte, che sino a quel momento gli aveva concesso di esprimersi appieno solo nei ritagli di tempo, diventò il suo unico scopo.
È così che, a partire dagli anni Novanta e sino alla sua morte, avvenuta nel 2023, l’artista nato nel 1934 a Solbiate Arno, in provincia di Varese, ha condotto una sorta di seconda vita eremitica, isolato da un mondo a cui forse non era mai davvero appartenuto e che già in gioventù, a dispetto della frequentazione di numerosi artisti varesini e della partecipazione a esposizioni locali, sentiva molto distante da sé, dal suo spirito anticonformista e dalla sua disincantata visione della realtà .
Il rifugio di Vandi è stato per trent’anni un piccolo villino nella minuscola frazione di Vararo, borgo collocato in cima a Cittiglio, a settecento metri di altezza, con un pugno di case immerse nel verde e una chiesetta settecentesca, intitolata a San Bernardo, che sopra una delle porte laterali reca un affresco proprio di mano dell’artista, unica sua opera pubblica. In questo luogo silenzioso Vandi ha trascorso una quotidianità ascetica e spartana, costruendo il suo nido immaginifico dove vita e creazione erano indissolubilmente legate.
E difatti, la scoperta che il figlio dell’artista ha fatto dopo la sua morte ha dell’incredibile: la piccola abitazione nel villaggio sulle montagne varesine si era trasformata in una vera e propria opera d’arte, affrescata in ogni dove, persino sul soffitto e negli angoli più angusti, e ricolma di dipinti realizzati su supporti di qualsiasi tipo, tele, tavole, piastrelle, oggetti, cartoni e fogli. Quella casa non era stata per Vandi un semplice atelier, ma una sorta di estensione fisica della propria dimensione creativa, uno spazio che soddisfaceva giorno dopo giorno il suo bisogno impellente e costante di dipingere. E quell’emarginazione volontaria a Vararo non era stata per lui semplice isolamento, ma condizione necessaria per proteggersi dal quel mondo esterno sempre percepito come avulso da sé e per raccontare senza vincoli il suo universo interiore inquieto e tormentato.
Le oltre duemila opere rinvenute, che insieme alla villa sono state acquistate da un imprenditore innamorato dell’arte, testimoniano quanto la pittura fosse per Vandi un’urgenza spirituale a cui trovava impossibile sottrarsi. Ecco allora che la solitudine ha spianato la strada a un’arte totalizzante, in cui la gestualità viscerale del dipingere ha assunto le caratteristiche di un cerimoniale quotidiano di comprensione della propria anima.
Soprannominato «il Ligabue delle Prealpi varesine», Vandi ha riversato in ogni lavoro della sua sterminata produzione la disperata ricerca di una traccia che fosse in grado di decifrare la ragion d’essere dell’umanità intera. Ha così dato vita, con coerenza e lucidità , a un microcosmo in bilico tra figurazione e allucinazione, in cui volti e corpi paiono emergere e dissolversi come imprigionati in una metamorfosi senza fine.
A comporre l’iconografia pittorica di Vandi sono fantasmi, angeli, santi e martiri dalle forme dissipate, insistentemente evocati e reiterati sino a diventare segni di un alfabeto interiore capace di trasfigurare la realtà aprendo le porte alla dimensione onirica e visionaria. Nel colore vivido e nella materia vibrante dei suoi dipinti, l’artista abbozza questi personaggi tragici, talvolta maestosi, talvolta grotteschi, con un linguaggio che richiama alla mente alcuni dei maestri da lui amati. Goya, in primis, sommo interprete dell’angoscia umana, ma anche Rembrandt, Füssli, i simbolisti, i surrealisti, gli artisti dell’Espressionismo tedesco e Bacon, tutte figure che, a dispetto della sua formazione da autodidatta, Vandi ha studiato a fondo, rielaborandone le suggestioni per creare uno stile ibrido, colto e assolutamente personale.
Ora che questo «archivio dell’anima» è stato scoperto, ha preso avvio da qualche mese la sua catalogazione, un impegnativo lavoro di analisi portato avanti dalla storica dell’arte Debora Ferrari e dallo scrittore e storico Luca Traini con l’obiettivo di ricostruirne lo sviluppo. A ciò si aggiunge l’altrettanto fondamentale attività di valorizzazione delle opere dell’autore, poiché la peculiare vicenda di Vandi offre l’opportunità di riflettere su alcune importanti tematiche attuali, come il rapporto tra creatività e neurodivergenza, sottolineando come l’arte possa assurgere ad atto di resistenza psichica e a esperienza assoluta, autarchica, per menti che percepiscono la realtà in modo non convenzionale.
