La lezione dei Mondiali di calcio

by azione azione
29 Luglio 2026

Finiti i Mondiali, ti resta dentro un vuoto. A me il Mondiale americano è piaciuto. Il centrocampo magico della Spagna, l’ultima splendida stagione di Messi, i gol di Mbappé, la classe di Bellingham, la forza di Haaland. Com’era facile prevedere, alla fine il contesto cede lo spazio al pallone. È sempre così. La stragrande maggioranza del pubblico non è allo stadio, è davanti alla tv. Non gli importa se i biglietti sono cari o meno, come si comporta il presidente della Fifa, se Trump si imbuca nella foto dei vincitori, con il capitano Rodri che gli fa segno: ci lasci soli. Quel che conta sono i gol, proprio come alle Olimpiadi contano i record. Le persone. Le storie. E di storie questo Mondiale è stato generoso. La favola di Capo Verde, che costringe i campioni del mondo ai supplementari grazie al portiere dentista Vozinha. La vogata vichinga, che ha reso empatico il Paese più freddo del mondo. Il sorriso del fratellino di Lamine Yamal. Le rimonte dell’Argentina, con il capolavoro contro l’Inghilterra. Il passo d’addio di Cristiano Ronaldo, Neymar, Manuel Neuer, Luka Modric. E le lacrime di Leo Messi.

Prezzi folli dei biglietti

Certo, da appassionato di calcio, mi ha colpito la dimensione commerciale della manifestazione. I prezzi folli dei biglietti, che richiamano i ricchi ma allontanano gli appassionati. L’assurdità dei break pubblicitari vaticinati da Maradona («spezzeranno la partita in quattro per vendere più spot»). L’ingerenza della politica, con il centravanti Usa riammesso direttamente da Trump. L’invadenza di una spettacolarizzazione, con le musiche a tutto volume e l’animazione fino a un secondo prima del fischio d’inizio e pure nell’intervallo, che mal si concilia con i silenzi, le tensioni, insomma i riti del calcio.

L’America di Trump aveva di fronte una prova difficile. La sicurezza ha retto. La macchina organizzativa, pur con qualche disagio, ha funzionato. L’approccio no. Di solito i Paesi che ospitano le grandi manifestazioni sportive accolgono gli stranieri con il sorriso. L’America di Trump non ha rinunciato alla sua cifra: l’arroganza, l’aggressività. Non è un giudizio sul popolo americano, che non cambia facilmente a ogni presidenza, e resta dinamico, irrequieto, ottimista. Ma che senso ha negare l’ingresso nel Paese a un arbitro designato dalla Fifa? Centellinare i visti agli ospiti, come il tifoso simbolo del Congo, che evoca l’eroe nazionale Lumumba? Ispezionare in modo mirato i fan egiziani, oltretutto maltrattati dall’arbitro? Costringere la squadra iraniana a tour de force per farla restare il meno possibile sul suolo Usa? Ridurre Messico e Canada a comparse, con Trump che dice «la prossima volta facciamo da soli»? Gli stadi erano pieni, d’accordo. Ma il calcio non è, e forse non sarà mai, uno sport americano.

Il calcio è a un bivio

Piccola annotazione personale. Mi fermo in un bar per Norvegia-Inghilterra. Ci sono dieci megaschermi, si possono seguire baseball, football, basket, golf ma neppure uno è sintonizzato sulla partita. Chiedo di poterla vedere. Mi rispondono che non siamo in Norvegia, né in Inghilterra. Eppure giocava Haaland, che ha conquistato gli americani proprio perché abbatte gli avversari come un giocatore di football. Mi accontentano rintracciando uno streaming spagnolo. Arrivo a New York e per strada incontro casualmente McKennie. Si fermano altri italiani, selfie, chiacchiere. Passano cento newyorkesi e non uno che riconosca il titolare della loro Nazionale.

Ora il calcio è a un bivio. Continuare con il gigantismo, comprimendo nella prossima edizione sei Paesi e tre Continenti: si giocherà tra Marocco, Portogallo e Spagna, ma il Paraguay, l’Uruguay e l’Argentina faranno il girone in casa, ospitando qualche vittima sacrificale; una scusa buona per tornare nel 2034 in Medio Oriente, in Arabia Saudita. L’alternativa è ritrovare una dimensione umana, che non punti solo al fatturato – dieci miliardi di dollari – ma parli davvero a tutti i popoli, per cui il calcio rappresenta l’infanzia del mondo. Retorica? Sempre meno di quella arida dei dollari e della mercificazione. Sotto il profilo sportivo il bilancio è ineccepibile, comunque. La grande storia resta quella dell’Argentina di Messi, ma la Coppa è andata alla squadra più forte. La Spagna ha vinto nonostante non abbiano brillato le stelle dell’ultimo Europeo, Lamine Yaman e Nico Williams, perché il ct ha sempre anteposto il bene del collettivo a quello dei singoli. Forse è davvero questa la lezione dei Mondiali: quello che conta è la squadra. È la comunità.