Lo smartphone ci usa più di quanto lo usiamo noi?

by azione azione
26 Agosto 2026

Gabriele Balbi racconta il saggio "Sentirsi": come il telefonino ha trasformato memoria, relazioni, identità e perfino il nostro modo di stare al mondo

Ci raccontiamo la fiaba che il telefonino andrebbe usato col contagocce, pretendiamo che sia vietato ai minori perché stressa, soffoca, condiziona. Eppure è sempre lì con noi: in tasca, in borsa, sul tavolo, a portata di mano, non sia mai che arrivi quel messaggio che aspettiamo. Morale: tentiamo di addomesticarlo per non diventarne schiavi, ma rischiamo di finire al suo servizio. Il sociologo Massimo Cerulo e il massmediologo dell’USI Gabriele Balbi hanno da poco pubblicato Sentirsi. Un’antropologia dello smartphone, saggio in cui vivisezionano il nostro rapporto quotidiano con questo oggetto. Senza giudizi, ma per mostrarci come lo smartphone ci stia cambiando a velocità impressionante. Ne parliamo con Gabriele Balbi.

Lo smartphone è diventato un compagno di vita tuttofare. Voi parlate di «opportunismo perpetuo». In cosa consiste?
La presenza costante del telefono favorisce un atteggiamento «opportunistico» verso la vita: siamo sempre pronti a scattare, commentare, condividere qualcosa, cambiare programma o cogliere un’opportunità inattesa. Pensiamo a WhatsApp, che consente di modificare continuamente l’orario degli appuntamenti, oppure alle foto scattate solo per essere condivise con gli amici. Diventiamo opportunisti rispetto alle situazioni quotidiane, ma il termine non ha necessariamente una connotazione negativa: grazie allo smartphone possiamo ricavare da ciò che ci accade informazione, ironia e connessione con gli altri.

Mettete anche in guardia da un altro fenomeno, il «soluzionismo scalabile»…
Non direi che mettiamo in guardia. Uno degli elementi centrali del libro è proprio evitare di schierarsi a favore o contro lo smartphone, concentrandosi invece sul rapporto che gli esseri umani hanno costruito con questo oggetto e attraverso di esso. Con «soluzionismo scalabile» intendiamo mostrare come oggi lo smartphone venga presentato come un coltellino svizzero capace di risolvere qualsiasi problema quotidiano. Sbagliamo strada e ci affidiamo al telefono, perdiamo una coincidenza ferroviaria e ci precipitiamo a cercarne un’altra, ci sentiamo soli e chattiamo con un’intelligenza artificiale. L’idea che possa risolvere tutto è naturalmente illusoria, ma viene spesso alimentata dalle aziende tecnologiche che vendono prodotti e servizi.

Perché moltissime persone non spengono mai lo smartphone, anche quando vorrebbero stare in pace?
Le ragioni sono molte. Se lo si spegne la sera, al mattino servirà qualche minuto perché torni operativo, mentre spesso ci svegliamo con l’ansia di controllare le notifiche della notte. Nel libro dedichiamo un capitolo al sonno, al risveglio e al telefono, primo e ultimo oggetto che tocchiamo ogni giorno. Un’altra ragione è il desiderio di essere sempre reperibili: temiamo di non poter rispondere a urgenze familiari o lavorative. Esiste perfino un termine inglese, FOMO (Fear of Missing Out), che indica la paura di essere esclusi da informazioni importanti, e un altro, nomofobia (No Mobile Phobia), che descrive l’ansia di non essere raggiungibili o di non avere il proprio telefono.

Ma lei lo spegne di notte?
No, personalmente non lo spengo. Ho adottato alcune strategie per ridurre le distrazioni: ho eliminato volume e vibrazione delle notifiche di WhatsApp e dei social, e anche per le chiamate non uso suonerie né vibrazioni. Chi mi conosce, infatti, spesso si lamenta delle mie mancate risposte. Cerco insomma di adattare lo smartphone a me e non il contrario. Massimo Cerulo, invece, lo spegne ogni notte senza provare ansia o sensi di colpa e resta comunque raggiungibile in caso di emergenza.

Il libro mostra un paradosso: lo smartphone è allo stesso tempo un potentissimo strumento di socializzazione e di isolamento. Com’è possibile?
Lo smartphone amplifica la socialità e rende le interazioni più continue e frequenti. È il canale attraverso cui fluiscono molti dei nostri sentimenti: ci amiamo e ci odiamo anche attraverso il telefono. Non si tratta però della socialità tradizionale. Lo smartphone crea una socialità «disincorporata», popolata da spettri digitali che ci attivano o ci intristiscono: non abbiamo davanti persone reali, ma le loro parole, voci e immagini. Mio figlio, che ha sei anni e mezzo, mi dice spesso che si stanca delle videochiamate e che mi preferisce «dal vero». È interessante osservare anche che, per usare pienamente il nostro smartphone, dobbiamo spesso essere soli: per rispondere a notifiche e messaggi abbiamo bisogno di non essere disturbati e finiamo così per trascurare chi ci sta accanto.

Ne parlate anche come di «macchina della memoria». Salvo che poi non si fanno più gli album fotografici di carta e migliaia di scatti non stampati finiscono… già dove finiscono?
Lo smartphone conserva frammenti della nostra identità: foto, video e vocali pronti per essere rivisti e riascoltati in qualunque momento. Le memorie digitali sono piene di contenuti importanti che periodicamente torniamo a consultare. Gli archivi e i suggerimenti delle app alimentano una «nostalgia riflessiva», un continuo confronto tra passato e presente. Grazie anche ai social, viviamo immersi in un flusso costante di ricordi digitali che richiedono un lavoro emotivo di interpretazione. Sul piano fotografico, lo smartphone ha trasformato lo statuto stesso delle immagini: esistono foto scattate solo per essere condivise, altre per ricordarci qualcosa, altre ancora destinate a durare. In genere distinguiamo bene il loro valore e continuiamo a stampare quelle che consideriamo più importanti, anche tra i giovani che non hanno mai conosciuto il rullino. Continuiamo a farlo perché attribuiamo alla carta un valore e una solidità che il digitale non sembra garantire, ma stampiamo solo una minima parte delle immagini che produciamo.

Che impatto ha sul nostro fisico il telefonino?
In un capitolo del libro passiamo in rassegna accuse e difese rivolte a questo strumento. Tra i possibili danni fisici vengono spesso citati problemi posturali, disturbi del sonno, sedentarietà e obesità. L’aspetto più interessante, per noi, è però un altro: quasi tutti siamo convinti che lo smartphone faccia male alla salute, eppure continuiamo a usarlo come se quei rischi riguardassero sempre qualcun altro.

I selfie fanno pensare a Narciso che contempla il proprio riflesso. Cos’altro sono?
Certamente possono avere una dimensione narcisistica. Ma questa immagine di noi stessi è anche uno strumento per costruire e negoziare la nostra identità, privata e pubblica. Per millenni gli esseri umani si sono visti raramente, anche per il costo degli specchi o dei ritratti. La fotografia, nell’Ottocento, ha democratizzato questa possibilità. Oggi, con lo smartphone sempre a disposizione, possiamo vederci continuamente, controllarci e osservarci dall’esterno. Inoltre possiamo modificare la nostra immagine con filtri e applicazioni di intelligenza artificiale. Questo può scandalizzare o far sorridere, ma tutti facciamo selfie. In fondo il selfie è una negoziazione tra l’immagine che abbiamo di noi stessi, quella che gli altri hanno di noi e le aspettative sociali che ci circondano. È un gesto individuale, ma anche il riflesso di una società.

Gli algoritmi ci tracciano e quindi gli smartphone sono anche i nostri più implacabili controllori. È tornato il Grande Fratello?
Nelle logiche del capitalismo della sorveglianza, i social media registrano comportamenti, consumi e preferenze per proporci prodotti e servizi sempre più mirati. Inoltre lo smartphone è uno strumento di geolocalizzazione e molti servizi funzionano soltanto se la posizione è attiva. In questo senso è diventato anche un oggetto di sorveglianza. Tuttavia il concetto stesso di sorveglianza è cambiato e la metafora del Grande Fratello non regge più. Come sostiene David Lyon, viviamo piuttosto in una «cultura della sorveglianza», nella quale accettiamo sempre più volentieri di essere osservati in cambio di servizi gratuiti. Abbiamo interiorizzato questa logica al punto da trasformarci noi stessi in sorveglianti: trascorriamo ore a scorrere i profili di amici e conoscenti, spesso senza interagire, semplicemente per controllare cosa stanno facendo.