Scrivo questo articolo ancora all’oscuro del vincitore del Premio Strega 2026, mentre chi lo leggerà in pagina conoscerà già (ammesso che gliene importi qualcosa) il nome dell’autore o dell’autrice che si è guadagnata l’ottantesima edizione del riconoscimento letterario più importante d’Italia. Detto tra noi, io ho un sospetto su chi vincerà ma me lo tengo per me in modo da poter dire a cuor leggero che l’avevo azzeccato.
La bufera di quest’anno ha incendiato gli animi. Per chi non l’avesse seguita, la riassumo brevemente. Premessa: il calendario che ha preceduto la serata della proclamazione al Campidoglio di Roma prevedeva una sfilza di venti (20) appuntamenti in giro per l’Italia e con trasferta in Messico (sì, in Messico!), con le presentazioni dei sei libri finalisti. Più che un tour, un tour de force, ma per lo Strega questo e altro. Se vinci, ne vale la pena: vendite alle stelle e traduzioni ovunque (il brand Strega tira ancora parecchio).
Fatto sta che durante la trasferta del 18 giugno Michele Mari, il favoritissimo della vigilia (ogni anno c’è un favorito che di solito sarà il vincitore), sul pullmino che porta i candidati verso Bisceglie, in Puglia, sembrerebbe aver parlato con parole offensive di Michela Murgia, la scrittrice-attivista morta nel 2023. La prima a riferirne è la «Repubblica»: Mari avrebbe detto che Murgia era intransigente e violenta perché brutta. Teresa Ciabatti, una delle finaliste, amica della scrittrice sarda (che è anche presente come personaggio nel suo libro), reagisce subito indignata infiammando l’atmosfera del van. Quando quel battibecco viene alla luce sui giornali, esplode una specie di pandemonio. Con dibattito: che bisogno c’era di diffondere un alterco privato avvenuto su un pullmino? Chi ha fatto la spiata? E per quale ragione? A parte i concorrenti, qualcun altro aveva interesse a mettere il bastone tra le ruote del favorito? E com’è possibile che una persona còlta, uno degli scrittori più stimati nonché professore universitario, esprima considerazioni sessiste così volgari? E comunque perché avrebbe commesso quella ingenuità?
A poco servono le smentite, le scuse, le contro-smentite e le contro-scuse, le dichiarazioni ufficiali della direzione del premio, che pur prendendo le distanze da certe affermazioni decide opportunamente (5½) di non escludere il romanzo di Mari come molti e molte avrebbero auspicato ritenendo moralmente indegno lo scrittore. Ora, ripeto, al momento non conosco l’esito della serata dell’8 luglio, ma posso affermare che I convitati di pietra di Mari sarebbe stato degnissimo (5+) della vittoria finale: pur non essendo il suo romanzo migliore, è sempre il migliore dei romanzi finalisti ed è certamente meglio di tanti vincitori degli ultimi anni (media 4½).
La domanda è: un premio letterario deve valutare la qualità di un romanzo o la «simpatia» del suo autore (oltre all’influenza – determinante – del suo editore). Di tutto si è parlato in questa ultima edizione dello Strega tranne che del valore dei libri, dello stile, della forma del contenuto, dell’originalità, della forza letteraria. Questi temi, indispensabili per esprimere un giudizio attendibile, sono usciti dal dibattito culturale. Non contano nulla. Ciò che conta è la capacità degli autori di stare sulla scena, di proporsi al meglio in pubblico (e in privato), di essere presenti nei festival, nei social e in tv, di parlare di sé e semmai del proprio libro con il giusto garbo, con il giusto imbarazzo, con la giusta ironia. Di fatto, è scomparsa la letteratura ed è rimasta la messa in scena della letteratura (vera o presunta, poco importa).
È curioso e beffardo che Mari, uno degli scrittori più schivi, sia stato il protagonista scatenante, sia pure involontario, di una tale grottesca messa in scena. Ma le sue affermazioni (voto 2 se mai siano state pronunciate) non possono intaccare il giudizio sulla sua opera: uno scrittore non è un opinionista né un moralista. Il giorno in cui vinse il Nobel, Eugenio Montale rispose così a un giornalista che gli chiedeva un’opinione sull’aborto: «Quando è arrivato il divorzio, molti hanno creduto che fosse obbligatorio. Adesso c’è il pericolo che tutte le donne si sentano obbligate ad abortire». Il 2 limpido (e generoso) alla sua scorrettezza politica non macchia il 7+ alla sua poesia. Premio Nobel comunque meritato.