Svizzera campione mondiale di Powerchair Hockey

by azione azione
5 Agosto 2026

Altri campioni: conquistato in Finlandia lo straordinario titolo nella disciplina giocata su carrozzine elettriche che unisce velocità, tecnica e tattica

Per la Svizzera si è trattato di un’impresa destinata a entrare nella storia. La conquista del titolo mondiale – a Pajulahti (Lahti), in Finlandia, con la partecipazione di dieci nazioni – resterà impressa per sempre nella memoria di giocatori, allenatori, dirigenti e di tutti coloro che hanno accompagnato gli atleti in questo straordinario percorso.

Per celebrare questo storico successo, abbiamo accolto la nazionale svizzera al suo rientro all’aeroporto di Zurigo-Kloten, dove ad attenderla c’erano tifosi, familiari e amici, pronti a condividere la gioia del prestigioso traguardo. Fra i presenti anche il team manager Martin Wenger, con il quale abbiamo parlato di quella che è a tutti gli effetti una disciplina ancora poco conosciuta dal grande pubblico, ma capace di regalare emozioni intense e risultati di alto livello.

Innanzitutto, per chi non lo conoscesse, spieghiamo che il Powerchair Hockey è uno sport di squadra praticato principalmente da persone che nella vita quotidiana utilizzano una carrozzina elettrica, come tetraplegici, persone con amputazioni multiple o affette da distrofie muscolari. In campo si affrontano due squadre di cinque giocatori, ciascuno alla guida di una carrozzina sportiva che può raggiungere i 15 km/h. Almeno due atleti per squadra utilizzano una pala da unihockey fissata direttamente alla carrozzina, mentre gli altri giocano con un normale bastone. La palla deve rimanere sempre a terra; se supera i 25 centimetri di altezza il gioco viene interrotto. Per questo motivo la porta misura appena 20 centimetri in altezza, ma ben 2,5 metri in larghezza.

Chi conosce ogni dettaglio di questo sport è Martin Wenger, che nell’ultimo decennio ha avuto un ruolo fondamentale nella crescita del Powerchair Hockey in Svizzera: «Nei primi anni il nostro obiettivo era semplicemente riuscire a creare un numero sufficiente di squadre per organizzare un campionato», racconta. «Abbiamo accompagnato i nuovi club offrendo consulenza, informazioni e supporto. Allo stesso tempo abbiamo lavorato alla definizione di regolamenti e alla creazione di una struttura organizzativa solida. In collaborazione con Sport Svizzero in Carrozzella siamo riusciti a sviluppare un campionato articolato su tre divisioni e a rendere sempre più professionale la gestione della nazionale». Dalle parole di Wenger si evince che dietro ogni partita si nasconde un’organizzazione importante. La sfida più impegnativa, spesso, è quella logistica.

«In effetti è così» conferma Wenger. «Ogni atleta dispone di due carrozzine: una per la vita quotidiana e una sportiva. Entrambe pesano oltre 100 chili e spesso devono essere trasportati anche altri ausili, come i sollevatori per i trasferimenti. Questo significa spostare materiali molto ingombranti e pesanti. I viaggi in aereo sono particolarmente complessi, anche perché alcune compagnie limitano il numero di passeggeri in carrozzina sullo stesso volo». A questo si aggiunge la presenza degli assistenti personali che accompagnano gli atleti durante le trasferte. Così, quando la nazionale partecipa a una competizione internazionale come un Mondiale, la delegazione arriva facilmente a contare una ventina di persone.

Eppure, nonostante queste difficoltà, il Powerchair Hockey continua a crescere. Negli ultimi anni il numero dei giocatori è aumentato, segno che il fascino di questo sport supera ogni ostacolo: «Gli atleti amano la velocità del gioco, la precisione tecnica, il controllo della palla, la padronanza della carrozzina e la componente tattica», spiega Wenger. «Sono competenze che difficilmente riescono a esprimere nella vita di tutti i giorni». Ma come in tutti gli altri sport, dietro alle emozioni di un Campionato del mondo, c’è un lungo percorso di preparazione. «L’allenamento è molto simile a quello degli sport tradizionali. Organizziamo raduni e tornei di preparazione, analizziamo i punti di forza e di debolezza della squadra e dei singoli giocatori, studiamo strategie e schemi di gioco. Grande attenzione è riservata anche alla gestione dei carichi di lavoro, particolarmente importante considerando la maggiore vulnerabilità degli atleti. E, naturalmente, non manca lo studio degli avversari, per arrivare alle partite decisive con la migliore preparazione possibile».

Spiegazioni che trovano conferma nelle parole di Emmanuele d’Ovidio, uno dei protagonisti della spedizione svizzera, appena rientrato dalla Finlandia con la medaglia d’oro al collo, che aggiunge: «L’atmosfera durante il Campionato del mondo è stata incredibile. Confrontarmi con i migliori giocatori del mondo e vivere un evento di questo livello è stato qualcosa di davvero speciale. Ogni volta che sono sceso in campo ho cercato di dare il massimo, imparare da ogni esperienza e godermi ogni singolo momento».

Il ricordo più intenso resta quello della finale. «Quando mi hanno messo al collo la medaglia d’oro ho provato un’enorme soddisfazione. Pensavo ai mesi di allenamento, ai sacrifici, al lavoro fatto insieme alla squadra. Capire che tutto quel percorso ci aveva portato sul gradino più alto del podio è stata un’emozione difficile da descrivere. È un’esperienza che porterò sempre con me e che mi ha fatto crescere sia come atleta sia come persona».

Per Emmanuele, però, il Powerchair Hockey rappresenta molto più di una disciplina sportiva: «È una parte fondamentale della mia vita» spiega. «Non è soltanto uno sport, ma una passione che mi permette di esprimere le mie capacità, migliorarmi continuamente e raggiungere obiettivi insieme alla squadra. Quello che apprezzo di più è lo spirito di gruppo: ognuno è indispensabile e solo lavorando insieme si possono ottenere grandi risultati».

Grazie al Powerchair Hockey, Emmanuele ha imparato a non arrendersi mai, nonostante la disabilità che lo costringe a vivere su una carrozzina elettrica. «Questo sport mi spinge ogni giorno a migliorarmi, ad affrontare nuove sfide e a vivere esperienze straordinarie, come la partecipazione ai Campionati del mondo. Mi ha anche permesso di conoscere tante persone che condividono la mia stessa passione e affrontano una realtà di vita molto simile alla mia. È questo, forse, il suo valore più grande».