Alla fine di Corso Vittorio Emanuele II, surreale così deserto per via del caldo africano, agguanto con gli occhi una boccia ovoidale in pietra lucida d’acqua. Un filo d’acqua scivola sull’uovo gigante in verrucano lombardo, inscurendo questa roccia sedimentaria rossastra-violacea, in cima a una piramide smussata di serizzo bicolore. Sopra spicchi in serizzo grigio chiaro della Val Masino – valle laterale della Valtellina – accostati a spicchi più scuri in serizzo Dubino – paesino sempre in Valtellina – l’acqua continua il suo flebile corso. Sgorgato in cima alla boccia ovoidale in verrucano color vinaccia con frammenti di quarzo lattei della Val Gerola, valle laterale ancora in Valtellina dove si trovano le origini della famiglia del milanesissimo architetto non osannato né misconosciuto che idea nel 1997 questa fontana budino: Luigi Caccia Dominioni (1913-2016).
Nato il giorno di Sant’Ambrogio in faccia alla basilica di Sant’Ambrogio – in un palazzo di famiglia ricostruito da lui dopo i bombardamenti che resta una delle sue opere più riuscite di elegante discrezione da scoprire piano perché a prima vista sfugge, dove tra l’altro vive un mio amico regista di teatro e opera a cui ho fatto visita di recente scoprendo le scale elicoidali e altri dettagli – tracce di Caccia le ho fiutate per la prima volta proprio in Valtellina. A Morbegno, per via di una biblioteca ricoperta di ciottoli fluviali.
Fluviale ma interrato come i Navigli che circondavano Milano, il tragitto dell’acqua scorre per non molti passi fino a sfociare, scandito in sette scrosci inudibili quasi, nell’angolo della vasca quadrata ruotata a similrombo. La balaustra ricurva in ferro battuto come un balcone, leitmotiv caccia-dominioniano dove mi appoggio per un refrigerio vano se non per la vista, è forse l’elemento più sorprendente. Laggiù, con davanti una colonna dorica con su un leone, catturo la chiesuola neoromanica – da cui trae il nome la piazza – ma in realtà millenaria e considerata persino la prima di Milano, costruita su un tempio del sole.
All’ombra, guarda caso, del primo (1937) grattacielo milanese niente male rivestito di trachite euganea color coriandolo in polvere, ritmata dal verde serpentino nei marcapiani eccetera, soprannominato il Rubanuvole. In piazza San Babila, non certo mio luogo dell’anima ma che riscopro boccheggiando una fine pomeriggio di giugno inoltrato preda di Cerberus – l’anticiclone che mi ricorda l’estate del 2003 vissuta qui stramaledicendo questa città – le tonalità avorio-rosato del palazzo opera di Lancia anche non sono mica da buttare. Il palazzo di Lancia – sullo sfondo del bacino della fontana che qualcuno dice dovrebbe ricreare il percorso dell’acqua dalle Alpi ai fiumi ai laghi e l’ovoide sarebbe una nuvola ma che non ho trovato conferma da nessuna parte nelle parole di Caccia (e mi stupirebbe una faciloneria simbolica simile però chissà, non metto la mano sul fuoco per nessuno, oggi poi) – è rivestito da pietra calcarea di Finale Ligure.
Un jet d’eau, facilone forse questo sì, va detto, a intermittenza spruzza dal centro della vasca apparsa qualche anno fa in un videoclip di Elodie dove ci ballavano dentro. Tanti, in questa piazza dal nome del santo di Antiochia martirizzato con tre ragazzi decapitati, apparsa sventrata per i lavori della metro nel film Il posto (1961) di Olmi e che ha dato il nome (sanbabilini) negli anni Settanta ai giovani neofascisti che l’avevano scelta come punto di ritrovo e dove nasce un decennio dopo la moda dei paninari, vorrebbero fare la stessa cosa.
Nel progetto di Caccia, designer sopraffino della poltrona Catilina, lampada Monachella e altri pezzi di pregio prodotti dalla Azucena, fondata da lui nel 1947 assieme tra l’altro a Ignazio Gardella di cui avevamo visitato una chiesa, ci sono anche tre specie di bitte o paracarri in granito di Baveno levigato agli angoli della vasca: non certo una delle sue cose migliori.
Intorno alla vasca, azalee fuori stagione e tre aiuole mezzo sferiche all’entrata del metrò. Torno alla fontana flan con ciliegina in cima, assemblata come giocattolo-puzzle con ventotto pezzi in pietra a differenza dei quattro spicchi del prototipo (1989) di Cosio Valtellino. E mi siedo sul cordolo, dove scende l’acqua, lontano dalle mie due gelaterie preferite, condividendo la calura con due turiste olandesi. Azucena è la zingara mezzosoprano nell’opera verdiana Il trovatore (1853).