A cosa serve un artista nei tempi di guerra

by azione azione
1 Luglio 2026

È giusto che gli artisti si schierino per le grandi cause del nostro tempo? Palestina, Ucraina, antropocene, conflitti dimenticati: il dibattito si riaccende a ogni nuova crisi globale.

Gli intellettuali – che un tempo orientavano il dibattito pubblico – hanno perso centralità, autorevolezza, carisma. Non vediamo più figure come Vaclav Havel, Simone de Beauvoir, Vargas Llosa o Pasolini capaci di fare il contropelo al presente. Oggi prevalgono voci frammentate, più commentatori che maestri.

Svaniti gli intellettuali, la parola passa quasi automaticamente agli artisti. Non tanto per competenza, quanto per esposizione mediatica: oggi un musicista o un attore raggiunge milioni di persone (pardon: follower), assai più facilmente di un filosofo o di un accademico. Normale che gli si chieda di prendere posizione su tutto. Anche su ciò che esula dal loro ambito. Del resto: 1. se si schierano lo fanno come esseri umani e non come artisti; 2. è meglio che lo facciano loro, perché subito dopo ci sono gli influencer – no comment – e al livello successivo, o regressivo – vedete voi – i leoni da tastiera. Ma torniamo a bomba: ha senso che gli artisti si schierino?

Nelle scorse settimane – ne ha parlato anche «Azione» – Francesco De Gregori è sbottato: «Quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico, ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo». A dirla tutta, a noi non dispiace che il Boss, così come anche Robert de Niro, abbiano espresso senza mezze misure la loro avversione alle logiche dell’inquilino della Casa Bianca.

La posizione di De Gregori resta però legittima e rispettabile anche se può irritare, in un clima dove il silenzio è spesso interpretato come complicità. Lo dimostra, in senso opposto, la polemica che ha investito la Biennale di Venezia per la sua mancata presa di posizione netta contro la Russia: la presenza di un padiglione russo è stata letta da molti come una forma di neutralità inaccettabile, se non di genuflessione a un certo filo-putinismo italico.

L’episodio dimostra che, in realtà, anche non schierarsi è una forma di schieramento. Del resto, non esiste un’arte completamente neutrale, così come non esiste un artista fuori dal proprio tempo. Ogni opera riflette – consapevolmente o meno – una visione del mondo, un contesto, una sensibilità.

E, tuttavia, riconoscere questa inevitabile dimensione politica non significa accettare che l’arte debba diventare propaganda. Anzi. La storia dimostra che quando l’arte si trasforma in cinghia di trasmissione di una causa, rischia di perdere ciò che la rende più preziosa: la propria libertà.

Perciò si può capire chi rivendica una via più laterale. Un’arte che non rinuncia al mondo, ma neppure si lascia ingabbiare in esso, che eleva, invece di dividere. E lavora sui tempi lunghi della coscienza. Dostoevskij diceva che «la bellezza salverà il mondo». E Nietzsche ricordava che abbiamo l’arte «per non morire di verità». Come a dire che l’arte non serve tanto a dirci da che parte bisogna stare, ma a rendere abitabile la durezza della realtà. Gli artisti hanno il diritto di schierarsi, ma il loro vero potere resta altrove.

Perché si può scendere in piazza con le bandiere arcobaleno contro la guerra, ed è una scelta nobile. Oppure si può cantare: «Generale, dietro la collina / Ci sta la notte crucca e assassina / E in mezzo al prato c’è una contadina / Curva sul tramonto sembra una bambina / Di cinquant’anni e di cinque figli / Venuti al mondo come conigli / Partiti al mondo come soldati / E non ancora tornati». E il messaggio non è meno chiaro.