Nell’arco delle ultime settimane, una piccola bufera si è abbattuta sul celebre cantautore italiano Francesco De Gregori a seguito di un’inaspettata dichiarazione, che ha profondamente diviso perfino il pubblico dei suoi fan di sempre. De Gregori ha infatti asserito di provare «sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera […] netta e apodittica su questioni internazionali, di guerra, perché tutto ciò che ci sta intorno va analizzato con estrema cura».
Forse, ciò che davvero ha stupito molti estimatori dell’artista romano è la natura stessa di un concetto che, venendo da un personaggio del calibro di De Gregori, suona quasi come un controsenso: questo perché il cantautore non ha mai fatto mistero d’ispirarsi a maestri la cui filosofia personale e artistica si può definire come diametralmente opposta rispetto alle idee di cui sopra – su tutti Bob Dylan, al quale Francesco si è ispirato al punto da dedicargli in più occasioni, con grande ironia e consapevolezza, ampi tributi sonori. In tal senso, le parole di De Gregori stridono con la sua formazione, soprattutto considerando il ruolo cruciale che la tradizione della canzone di protesta ha rivestito per la carriera di Dylan e, di conseguenza, dei suoi più sinceri seguaci, tutti, in fondo, «figli» della politicizzata scena folk del Greenwich Village di New York.
Certo, il fatto che a rilasciare questa dichiarazione sia stato un non più giovane Francesco, il quale forse tende a minimizzare o sminuire le passioni di un tempo, potrebbe offrire più di un motivo per un simile cambiamento di rotta – del resto, il fatto che, nella seconda parte della propria carriera, anche Bob Dylan abbia (seppur con alcune, notevoli eccezioni) lasciato da parte le canzoni di protesta per passare a uno stile di stampo più intimista sembrerebbe avvalorare l’opinione di De Gregori.
Tuttavia, ciò che più preoccupa i fan è l’invito alla generalizzazione che la recente dichiarazione sembra implicare: in altre parole, si sottintende che l’impegno politico per come praticato attraverso la musica leggera sia sempre e comunque un errore, in quanto si ritiene sconveniente, per un semplice entertainer, ambire a influenzare le idee del pubblico. Quasi come se un qualsiasi artista fosse sempre e comunque condannato a rimanere nel proprio ambito creativo, senza mai poter «sconfinare» o avventurarsi in altri territori; il che porta a chiedersi se tutto ciò non rischi di ridurre il ruolo del cantante a quello di una sorta di giullare di corte, il cui unico compito è divertire le masse, senza mai stuzzicare in loro alcun pensiero.
Del resto, nella cultura popolare, il fatto di influenzare la visione del mondo propria del fruitore è da sempre parte integrante dello stesso sforzo artistico: anche per questo, il legame tra musica popolare e attualità resta fortissimo e pressoché inscindibile. Basti pensare al caposaldo per eccellenza della moderna musica angloamericana, ovvero le cosiddette broadsides – canzoni che, fin dalla metà del diciannovesimo secolo, narravano fatti di cronaca particolarmente controversi.
Ma forse è proprio questa sorta di nichilismo artistico, che invita a ignorare le questioni più impellenti del nostro quotidiano a favore di una sorta di «neutralità della parola», a costituire uno dei drammi della nostra epoca – qualcosa che, senza volere, De Gregori ha cristallizzato in modo esplicito nelle proprie parole.
Una tendenza che potrebbe avere molto a che fare con la diffusa intolleranza da cui la società moderna sembra affetta, in una polarizzazione secondo la quale è a dir poco inconcepibile che l’altro abbia un’opinione diversa dalla nostra – nel qual caso il nostro istinto ci ordina subito di aggredirlo senza nemmeno voler prima ascoltare le sue ragioni, come dimostrato da tanti, troppi talk show attuali.
Ciò spiegherebbe anche perché le affermazioni del cantautore abbiano scatenato un simile terremoto: paradossalmente, proprio ciò di cui, in fondo, i giovani artisti hanno bisogno per scuotersi dall’attuale torpore e, magari, ritrovare il coraggio di prendere una posizione – qualunque essa sia – su ciò che davvero conta.