Ghitta e il volto dell’élite italiana

by azione azione
24 Giugno 2026

Maria Bellonci, Paola Masino e Anna Banti, Flora Volpini, Camilla Cederna, Alba de Cespedes, Sibilla Aleramo, Gianna Manzini, Lorenza Mazzetti. Fra il 1933 e il 1960 le migliori scrittrici e giornaliste italiane del Novecento si sono affidate alla stessa fotografa, sborsando una cifra impegnativa (nel 1931 chiedeva già 300 lire per uno stampato in 4 copie uguali, poi superò le 2000). Quei ritratti eleganti e pensosi (nessuna sorride) figurano ancora nei loro libri, e ne veicolano l’immagine di signore rispettabili. Mi ribellavo all’idea classista che nel mio paese si potesse accedere al mondo intellettuale solo appartenendo all’alta borghesia. E mi chiedevo chi fosse, la fotografa straniera la cui firma a inchiostro nero spicca sempre in basso a destra: Ghitta Carell.

La sua figura, marginale nelle storie della fotografia, è soggetta a ciclici ritorni di attenzione. La prima a rivalutarla fu, nel 1978, la giornalista femminista Adele Cambria (già da lei ritratta con la figlia): non si sentiva di «giustiziare» una donna che si era costruita da sola un’identità, per quanto discutibile, né di sottovalutare l’unicità della parabola di una artista/imprenditrice capace di affermarsi proprio mentre alle donne il Regime fascista imponeva il ruolo di madri fattrici. I suoi ritratti – pubblicati nel volume I signori d’Italia – più che strumento per propagandare l’ideologia del Ventennio rispecchiano l’antropologia dei suoi protagonisti.

Nel 2025 Roberto Duilio, in collaborazione col Fondo Ambiente Italiano, ha allestito una mostra a Villa Necchi, Milano. Le ricerche condotte per l’occasione hanno chiarito che il suo vero nome era Margitt Klein, nata nel 1899 in una famiglia ebrea di Nagykároly, nel distretto di Szamar, allora Regno d’Ungheria e oggi Transilvania, in Romania: città di confine dalle molteplici lingue, religioni e culture. Il padre era proprietario di una fabbrica di scarpe (altri dicono calzolaio).

A Budapest Margitt aveva seguito un corso di fotografia pittorica per ragazze (ritratti in interni, soggetti in pose studiate), stile già insidiato dalla tendenza contemporanea verso l’obiettività. Non sappiamo se quando arrivò a Firenze, nel 1924, fosse già una professionista. Capitò nel momento cruciale per la nazione, sconvolta dall’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, di cui Mussolini si assunse la responsabilità in un celebre discorso alla Camera che segnò il vero iniziò dell’Era Fascista. Tuttavia Margitt Klein rimase. Frequentava il connazionale scultore Mark Vedres, amico di Berenson, Marini, Dallapiccola: nel suo circolo trovò i primi modelli.

La traiettoria della sua vita deviò grazie a un colpo di fortuna. Nel 1926, sulla porta della pensione di Firenze si imbatté in un bambino bellissimo – moro, occhi azzurri – in divisa da balilla. Lo scatto fu scelto per una campagna pubblicitaria di reclutamento e le meritò gli elogi del potentissimo «arbitro del gusto» Ugo Ojetti. Margitt si ritrovò famosa. S’inventò un passato e uno pseudonimo (Ghitta suonava italiano, Carell forse omaggio al nome rumeno, Carei, della sua città natale); nel 1928 si trasferì a Roma, aprì uno studio ai Parioli e nel 1930 era già la ritrattista dell’aristocrazia romana.

Perfezionista, scrupolosa, dotata di una tecnica impeccabile e di una solida cultura visuale, che svariava da Raffaello e Bronzino al glamour dei maestri della luce degli studi cinematografici, intuì i desideri dei committenti, e li appagò. Sofia di Grecia l’introdusse alla corte dei Savoia: immortalò il re, i principi, le principesse (sua l’immagine più conosciuta di Maria José). All’apice del successo – consacrato nel 1936 da una personale alla Galleria Pesaro di Milano, fin lì riservata ai pittori – sfilarono davanti al suo apparecchio Mussolini, Edda, i gerarchi, i ministri. Ciano, Pavolini, Starace, Federzoni, Bottai, Muti. Il Duce posò per lei due volte: nel 1935, in giacca chiara doppiopetto e aria sorniona; e nel 1936, durante la campagna d’Etiopia, in divisa militare con l’aquila dorata sul berretto, espressione truce da conquistatore. Nel taccuino in cui annotava gli appuntamenti le pagine erano tutte prenotate.

(Continua…)