Al GAM di Milano le opere dello scultore e pittore italiano di origini russe
Tra le numerose «domeniche di sangue» che la storia del Novecento ricorda, vi è anche quella del 22 gennaio 1905. A San Pietroburgo, in quella fredda giornata d’inverno, una folla di oltre 100’000 persone, che convergeva da diversi punti della città verso la piazza antistante il Palazzo d’Inverno per chiedere allo zar condizioni di vita migliori, venne caricata da alcuni reparti dell’esercito e dai cosacchi della guardia imperiale. La brutale e sanguinaria repressione delle pacifiche rivendicazioni popolari da parte delle truppe zariste causò centinaia di morti e feriti e diede avvio alla prima Rivoluzione russa.
Pochi mesi dopo, il principe e scultore Paolo Troubetzkoy, che un anno prima aveva esposto al Salon parigino un gruppo in bronzo dal titolo I divoratori di cadaveri, per promuovere la causa vegetariana a cui si era convertito grazie a Lev Tolstoj, annusata l’aria che tirava, decideva di abbandonare l’impero degli zar dove si era trasferito nel 1898. La Russia, alla cui antica nobiltà pure apparteneva per linea paterna, e dove la sua famiglia possedeva ancora molte proprietà, per lui che il russo lo parlava a malapena, rimaneva e rimarrà per sempre un mondo estraneo, così come, del resto, le questioni sociali.

Paul Troubetzkoy (1866-1938)
Lady Constance Stewart-Richardson
1914 (Photo by Randy Dodson, courtesy of the Fine Arts Museums of San Francisco)
Paolo Troubetzkoy era nato nel 1866 in Italia, più precisamente a Intra sul Lago Maggiore, dove il padre, il principe russo Pyotr Petrovich Troubetzkoy, diplomatico e uomo d’affari, si era trasferito assieme alla sua seconda moglie, la cantante lirica americana Ada Winans conosciuta negli anni del suo soggiorno fiorentino. Nei pressi di Intra, a Ghiffa, la coppia aveva fatto costruire una grande villa. Un edificio in gran parte di legno secondo l’usanza russa, circondato da un vasto giardino terrazzato che digradava dolcemente fin sulle sponde ghiaiose del Verbano, dove il padre poteva dare sfogo alla sua passione per la botanica e per le piante esotiche.
In questo luogo incantevole, tra gli agi di una vita aristocratica, erano cresciuti i tre figli della coppia, che, grazie al mecenatismo dei genitori, avevano avuto modo di entrare in contatto con il mondo dell’arte fin da piccoli. Tra i molti artisti, letterati e musicisti che frequentavano la casa vi erano anche due dei massimi esponenti della scapigliatura lombarda: Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni. Quest’ultimo, che era originario di Intra e che aveva ricevuto dalla madre l’incarico di occuparsi della loro educazione, ritrasse i tre ragazzi in un pomeriggio estivo del 1874 sdraiati sull’erba con il loro cane, in un quadro, oggi conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Milano, che è uno splendido esempio del suo stile vaporoso e corsivo.
L’intreccio ludico e spensierato tra infanzia e mondo animale illustrato da Ranzoni, deve essersi radicato nella memoria di Troubetzkoy come una sorta di mitica età dell’oro a cui rimase sempre affezionato. Lo dimostra la frequenza con cui ricorrono nella sua opera soggetti in cui gli esseri umani, spesso bambini, sono affiancati da animali.
Troubetzkoy ritrasse stardi Hollywod, il duce, indiani e cowboy, ma il suo soggetto preferito furono sempre gli animali
Una predilezione, quella dell’artista per il mondo animale, di cui da ampio conto la mostra ospitata fino al 28 giugno proprio nelle sale della Galleria d’Arte Moderna e coprodotta in collaborazione con il Museo del paesaggio di Pallanza, che di Troubetzkoy conserva il lascito, e il Musée d’Orsay dove è stata presentata nei mesi scorsi.
Dalla precocità e dalla frequenza di questi soggetti appare chiaro che la conversione al vegetarianismo del suo autore, così inconsueta in quegli anni, non era frutto unicamente dell’incontro con Tolstoj, del quale, come confessò lui stesso, pur avendolo ritratto in più occasioni, non lesse mai le opere, ma si radicava in primo luogo nell’intimità della sua biografia. A segnarlo indelebilmente era stata, in gioventù, la visione della macellazione di alcuni vitelli.
Nelle opere di Ranzoni, ma anche in quelle di Cremona e di tutti gli altri membri della Scapigliatura milanese con cui ebbe stretti rapporti, da Bazzaro a Conconi, Troubetzkoy trovò però soprattutto un modello che gli permise di elaborare, da autodidatta, un linguaggio scultoreo antiaccademico e antimonumentale improntato a una facilità e rapidità di tocco e a un vibrante e atmosferico «non finito» con cui in pochi decenni riuscì ad affermarsi in un contesto cosmopolita. Un linguaggio che, pur non avendo il rigore teorico e la forza innovativa di un Medardo Rosso nel cercare la fusione tra soggetto e ambiente circostante, riusciva tuttavia a declinare in maniera piacevole e facilmente assimilabile la modernità della rivoluzione impressionista, a dire il vero più echeggiata che veramente sentita.
Dopo il già citato soggiorno in Russia che culminò nel 1901 con l’incarico per la realizzazione del monumento allo zar Alessandro III, nel decennio che precede la Prima Guerra Mondiale Troubetzkoy si affermò, dapprima a Parigi e poi negli Stati Uniti, come lo scultore prediletto dell’alta società, realizzando innumerevoli ritratti di alcuni dei personaggi più noti dell’epoca, da Gabriele d’Annunzio a Giacomo Puccini, da George Bernard Shaw al Conte Robert de Montesquiou, da Enrico Caruso ad Arturo Toscanini, oltre ai membri di alcune delle famiglie più ricche e potenti del tempo quali i Rockfeller o i Rotschild.
Assieme a Boldini e Sorolla, a cui era legato da una sincera amicizia, divenne così uno dei cantori della Belle Époque. Sorpreso dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale mentre si trovava a New York per una mostra, decise di rimanere in America fino al 1921. In quegli anni, oltre ai ritratti di numerose star di Hollywood e ai ricorrenti soggetti animalisti, nella sua produzione si fecero largo nuovi temi legati al folclore americano, come indiani e cowboy.
Rientrato in Europa agli inizi degli anni Venti, Troubetzkoy si divise tra Neuilly sur Seine e il Lago Maggiore, dove trascorreva l’estate. Il clima e i gusti erano però ormai profondamente cambiati. La monumentalità classicheggiante affermata dalla rivista «Valori Plastici», che nelle sue forme più corrive e ampollose divenne lo stile ufficiale del fascismo, mal si conciliava con la leziosa e raffinata leggerezza della sua scultura. Fu anche per questo che i suoi tentativi di ingraziarsi il Regime non ebbero gli esiti sperati.
I ritratti di Mussolini da lui realizzati, benché esposti alle Biennali del 1924 e del 1926, dal Duce, a cui l’artista si affrettò a inviarne una copia in omaggio dichiarandogli la sua ammirazione, non furono accolti con grande entusiasmo. Del resto quel Mussolini a cavallo col braccio alzato nel saluto fascista, più che «una visione simbolica dell’Idea forte, sana del Fascismo, che tutto supera, tutto conquista, tutto vince», come scriveva lo scultore nella lettera accompagnatoria, ricordava un cowboy che stava per essere sbalzato di sella dall’incontrollabile furia animale.
