Esperti e dati epidemiologici ricordano che il cancro al seno può colpire anche dopo i 69 anni e prima dei 50, limiti di età che, in Ticino, garantiscono l’accesso al programma cantonale di screening mammografico
«Quando ho compiuto 69 anni ho ricevuto la lettera che mi comunicava la fine del programma di screening mammografico cantonale. In realtà c’era pure scritto che mi veniva offerta la possibilità di proseguire i controlli se avessi voluto, ma in quel momento ho pensato: “Bene, visto che mi danno l’opzione di scegliere, vuol dire che ormai il rischio è passato”. Nessuno mi ha spiegato davvero che avrei dovuto comunque continuare, né quanto fosse importante farlo. Così, con il tempo ho smesso anche di andare dal ginecologo. Mi sentivo bene, non avevo disturbi, e quindi non vedevo il motivo di fare controlli. Poi, un giorno, ho sentito un nodulo. All’inizio ho fatto finta di niente, forse per paura. Quando finalmente mi sono decisa a parlarne con il medico, il tumore era già piuttosto grande. La cosa che mi ha colpita di più è stata scoprire che alla mia età il rischio non era affatto finito. Anzi. Se qualcuno me lo avesse spiegato chiaramente, probabilmente avrei continuato a controllarmi. Oggi mi dico che l’informazione è fondamentale e non basta una lettera: bisogna far capire alle persone che la prevenzione non ha una scadenza». Maria (nome noto alla redazione) ha 75 anni e racconta con lucidità il percorso che ha affrontato al termine del programma cantonale di screening mammografico, un’iniziativa di sanità pubblica che nel nostro Cantone invita regolarmente le donne tra i 50 e i 69 anni a effettuare una mammografia biennale, con costi coperti e protocolli standardizzati.
Lo screening, coordinato da Swiss Cancer Screening e basato sulle linee guida dell’Ufficio federale della sanità pubblica, mira alla diagnosi precoce, favorendo cure meno invasive, maggiori possibilità di guarigione e una migliore qualità di vita. Ma il racconto di Maria dimostra come il rischio di contrarre un tumore al seno non si esaurisce al compimento del settantesimo anno d’età. Da noi interpellato, il dottor Damir De Monaco, chirurgo senologo del Centro Seno Ticino alla Clinica Sant’Anna di Sorengo, sottolinea come la diagnosi precoce del tumore al seno debba essere considerata «un impegno costante per evitare una visione riduttiva del problema». Puntualizza che non si parla di prevenzione, bensì di diagnosi precoce: «la prevenzione riguarda piuttosto l’adozione di stili di vita sani, come non fumare, limitare il consumo di alcol e praticare regolarmente attività fisica. Al contrario, esami come la mammografia e le visite senologiche rientrano nell’ambito della diagnosi precoce, poiché permettono di individuare un eventuale tumore nelle fasi iniziali, ma non ne impediscono l’insorgenza». De Monaco sottolinea quindi come questa distinzione sia fondamentale per evitare fraintendimenti: «Per esperienza, vedo che molte donne sono ancora convinte che sottoporsi regolarmente ai controlli possa evitare lo sviluppo della malattia». Non è raro, infatti, che le pazienti esprimano sorpresa con frasi come: «Ma ho sempre fatto tutti i controlli, perché mi è venuto lo stesso?», a conferma di quanto questo equivoco sia ancora diffuso.
A proposito dei programmi di screening cantonali De Monaco spiega come «essi si basano su criteri di costo-beneficio e si concentrano sulla fascia 50-69 anni, dove si registra circa il 45% dei casi di tumori al seno, garantendo così una maggiore efficacia diagnostica». Tuttavia, ribadisce la necessità di mantenere sempre alta l’attenzione a tutte le età, sottolineando come il rischio non venga meno nemmeno al di fuori delle fasce considerate più a rischio: «Circa il 38% dei tumori al seno interessa donne oltre i 70 anni, mentre un ulteriore 17% riguarda donne sotto i 50, che non hanno ancora accesso al programma di screening». Questi dati epidemiologici, confermati dalla Lega svizzera contro il cancro, mostrano che escludere alcune fasce d’età dallo screening non significa assenza di rischio e, per quanto riguarda le donne sotto i 50 anni, una notizia recente segnala che la Società Svizzera di Radiologia, la Società Svizzera di Ginecologia e Ostetricia e la Società Svizzera di Senologia raccomandano di abbassare da 50 a 45 anni l’età per lo screening mammografico, in risposta all’aumento dei casi tra le più giovani e a nuove evidenze scientifiche. Questo anticipo favorirebbe una diagnosi precoce, con una riduzione della mortalità fino al 25%, migliori prospettive di sopravvivenza e minori costi dei trattamenti avanzati.
Come racconta Maria, nel Canton Ticino al compimento dei 69 anni le donne ricevono una comunicazione ufficiale che segna la conclusione del programma di screening mammografico; resta comunque la possibilità di proseguire i controlli su base volontaria, con modalità personalizzate e spesso con copertura dei costi. «Si tratta di un passaggio delicato, che richiede una scelta consapevole non sempre sostenuta da un’informazione sufficientemente chiara e completa», chiosa dal canto suo il dottor De Monaco, ribadendo il fondamentale concetto chiave: «La salute non può essere ridotta esclusivamente a numeri o a logiche di rendimento». Egli evidenzia poi come anche la comunicazione debba essere calibrata in base alla popolazione di riferimento: «Se i social media sono efficaci per raggiungere le fasce più giovani, questi risultano molto meno incisivi per le donne oltre i 70 anni che spesso ne fanno un uso limitato o nullo. Parliamo proprio di quelle più esposte al rischio di restare escluse dai principali canali informativi».
Lo specialista osserva inoltre come molte donne oltre i 70 anni tendano a ridurre i controlli medici, spesso perché convinte di non averne più bisogno: «Le visite ginecologiche diminuiscono o cessano, a causa della percezione di una vita sessuale meno o non più attiva; mentre il ricorso al medico curante o al ginecologo avviene soprattutto in presenza di sintomi specifici, con consultazioni focalizzate sul problema contingente e poco spazio per la diagnosi precoce. Ciò crea una vera e propria “zona d’ombra”, in cui una fascia ancora a rischio risulta meno seguita, con conseguente diagnosi più tardiva e tumori spesso più avanzati, che comportano trattamenti più complessi, minori possibilità conservative, risultati estetici meno soddisfacenti e un impatto più gravoso sul percorso di cura».
Anche le donne sotto i 50 anni d’età non sono esenti da rischio: «Se è vero che circa il 38% dei tumori al seno interessa donne oltre i 70 anni, ricordiamo che è altrettanto significativo che un 17% colpisca donne sotto i 50». Un dato che evidenzia come, pur con un rischio inferiore, anche le donne più giovani possano sviluppare la malattia. Per fortuna, secondo il nostro interlocutore «le donne più giovani beneficiano di una maggiore sorveglianza indiretta grazie a controlli ginecologici regolari che includono anche la valutazione del seno». Richiama inoltre l’attenzione su un equivoco diffuso, ribadendo che «la fine del programma di screening non significa che il rischio sia superato, poiché l’assenza di inviti sistematici di sottoporsi a esame mammografico non equivale a una sua riduzione».
Il dottor De Monaco sottolinea quindi la necessità di sviluppare strategie di sensibilizzazione alternative, capaci di raggiungere anche le persone meno connesse e più isolate: «Parlare di diagnosi precoce del tumore al seno richiede uno sguardo ampio e inclusivo, in grado di non escludere nessuna fascia d’età: se da un lato le statistiche orientano le scelte, dall’altro, per ogni individuo, il rischio resta sempre concreto». Perciò, conclude: «La diagnosi precoce deve essere un impegno continuo, condiviso e accessibile a tutte, perché la salute non può essere davvero racchiusa nei numeri».
