A Lugano il calcio cambia casa

by azione azione
13 Maggio 2026

La storia iniziò al Campo Marzio, poi dal 1951 ci fu Cornaredo, ora l’avventura del club bianconero continua nella nuova AIL Arena che verrà inaugurata il 30 e 31 maggio con due giorni di festa aperti a tutti

Dopo tre quarti di secolo, lo stadio di Cornaredo si fa da parte. È un atto importante. Per la Città e per il Football Club Lugano. Entrambi si sono messi al passo con i tempi. Fra le dodici società di Super League, quella bianconera era l’unica che non aveva fatto il grande salto nella modernità.

La nascita del Polo dello Sport e degli Eventi è stata costellata da polemiche, contrasti, acredine, perplessità, dubbi che sono stati solo in parte placati quando, il 28 novembre del 2021, il 56,81% dei Luganesi ha detto di sì alla realizzazione del progetto. Con ogni probabilità, se si fosse votato solo sulla questione stadio, l’esito avrebbe proposto una percentuale di adesioni molto più elevata. Era il cosiddetto contorno a creare perplessità.

Oggi l’AIL Arena c’è. La nuova casa del FC Lugano si presenta nella sua sobria e gradevole funzionalità. Fungerà da stimolo. Per la società, a continuare sulla via intrapresa in queste ultime stagioni. E per il pubblico, chiamato a sostenere i suoi beniamini in un contesto di calda vicinanza. «Azione» ha voluto sottolineare il trasloco dal vetusto Cornaredo alla fiammante AIL Arena attraverso il racconto di 3 figure storiche del FC Lugano. Giangiorgio Spiess, avvocato, nato nel 1933, decano fra gli ex presidenti. Francesco Manzoni, ex Direttore di banca, classe 1944. Ancora oggi trasuda passione. Angelo Renzetti, 72enne architetto, il prode traghettatore che ha guidato il Lugano fuori da acque perigliose.

A loro «Azione» ha chiesto qual è il primo ricordo che hanno dello stadio di Cornaredo e un personale augurio per la nuova AIL Arena.

Giangiorgio Spiess, il decano

La prima volta che ho messo piede a Cornaredo, in campo c’erano le nazionali di Svizzera e Italia. Era il 1951. Ricordo il muro dei 32mila spettatori. Ciò nonostante, avevo avuto l’impressione che l’atmosfera fosse meno calda rispetto al vecchio Campo Marzio, di cui ero un frequentatore abituale. Forse a causa della pista d’atletica che provocava distanza. Però, che partita! Ricordo le due reti. Quella rossocrociata firmata da Riva IV. E il pareggio degli azzurri con Boniperti.

Quel giorno non immaginavo neppure lontanamente che sarei diventato un dirigente. La mia avventura alla guida del FC Lugano si è svolta in due tappe. Ho vissuto bene quel periodo. Anche se le devo confessare che non fu facile. Successivamente, sono stato nel Comitato direttivo dell’ASF, l’Associazione Svizzera di Football. In seguito in quello dell’UEFA. Non ci crederà, ma non c’è paragone fra i patemi d’animo che può vivere il presidente di un Club, rispetto a quelli di chi si occupa dei massimi sistemi. Ribadisco, ho vissuto bene, ma ogni giorno era una lotta. C’era sempre qualche piccolo o grande problema da risolvere. Su tutti quello della sopravvivenza finanziaria, in un calcio che si stava sempre più professionalizzando.

A chi guiderà il FC Lugano nella sua nuova casa auguro soprattutto serenità. In primo luogo finanziaria. Ho incontrato Joe Mansueto, gli uffici del Club sono proprio qui sotto, al secondo piano. A pelle, ho avuto l’impressione di un uomo che sa il fatto suo.

Per tornare allo stadio, mi auguro che il confort, la vicinanza tra pubblico e giocatori e, spero, i risultati sportivi, possano contribuire a riempirlo ogni volta. Non sarà facile, molte abitudini sono cambiate.

Lascio il decano Giangiorgio Spiess con una provocazione e una suggestione. Dopo l’addio a Mattia Bottani, il Mister Mattia Croci-Torti rimane l’ultimo baluardo ticinese.

Non saprei dirle il perché, probabilmente la legge dei grandi, o meglio, dei piccoli numeri. Quanto al Thun, le do ragione. La sua cavalcata vincente dà speranza alle cosiddette provinciali. Il Lugano da alcuni anni è stabilmente ai vertici. Ha conquistato la Coppa Svizzera e chissà che anche il Titolo…

Se permette, vorrei concludere con un mio pensiero. Sono molto contento che la prima partita ufficiale all’AIL Arena, il prossimo 5 giugno, vedrà opposte le Nazionali femminili di Svizzera e Malta. Il calcio femminile sta conquistando sempre più credibilità. D’altro canto so che, data la capienza di circa 9000 posti, un’altra sfida tra Rossocrociati e Azzurri a Lugano ce la possiamo scordare. Ma mi auguro di vedere l’impianto stracolmo in occasione di qualche incontro europeo del Lugano. E magari anche della nostra Nazionale contro rappresentative sia pure un po’ meno prestigiose di Italia, Germania o Inghilterra.

Francesco Manzoni, l’appassionato

Non c’ero nel 1951, a seguire la leggendaria sfida tra Svizzera e Italia. Avevo sette anni. Mi piaceva già il calcio, ma mio papà non poteva permettersi un simile lusso.

La prima volta che ho messo piede a Cornaredo fu in occasione di una sfida tra Lugano e Young Boys. Non ricordo l’anno. Ero un ragazzino. Mi ero sistemato sul lato destro davanti alla tribuna principale, in piedi. Ricordo che lo Young Boys vestiva una casacca a righe verticali gialle e nere finissime. Allo stadio ci sono tornato, ovviamente. Col tempo, ho imparato a considerare Cornaredo come la mia seconda casa. Al Club ci sono arrivato quasi per caso, avvicinato da un amico che mi aveva proposto di entrare a far parte del Comitato. Poi, un passo alla volta, sono arrivato ai vertici della società. Che tempi! Ho dei ricordi magnifici – e gli occhi si fanno lucidi – come la vittoria in Coppa Svizzera contro il Grasshopper. A Cornaredo ho vissuto anche momenti drammatici, come il malore di Bruno Beyeler. Sulle prime non si capì che cosa fosse accaduto. Si scoprì a posteriori che quei problemi avrebbero stroncato la sua carriera di calciatore e lo avrebbero portato via da noi troppo presto.

Era un Lugano che aveva in organico diversi giocatori ticinesi di caratura nazionale e internazionale – ricordo a Francesco Manzoni – mentre oggi…

È vero, ha ragione. Ma è diventato sempre più difficile formare un giocatore che possa calcare i palcoscenici della Super League. Fanno fatica anche le società che possono attingere a un bacino nettamente più ampio del nostro. Forse, riunendo le forze, non solo a livello giovanile, chissà? In tempi non sospetti ero un fautore di una squadra unica di vertice. Ero disposto anche ad andarla a vedere allo stadio di Bellinzona. Seguivo i granata ai tempi di Paulo Sergio. E scendevo al vecchio Comacini a vedere il Chiasso di Pierangelo Boffi. Lo facevo semplicemente perché amavo e amo tuttora il calcio. È probabile che qualche ticinese in più nell’organico bianconero aumenterebbe l’entusiasmo, ma non dimentichiamoci che alla base di tutto ci sono e ci saranno sempre i risultati sportivi. Se il Lugano continuerà a progredire, sarà più facile riempire l’AIL Arena. È stata un’ottima scelta quella di limitare la capienza attorno ai 9000 posti. Se lo immagina uno stadio da 15mila occupato per un terzo? So che il patron Joe Mansueto ci ha messo del suo. Si parla di parecchi milioni per affinare alcuni dettagli del nuovo impianto. Sono per indole un ottimista. Da alcuni anni il Lugano è costantemente ai vertici del calcio svizzero, in un periodo in cui le grandi arrancano. Sono fiducioso. Se ce l’ha fatta il Thun ce la potremmo fare anche noi.

Angelo Renzetti, il traghettatore

La mia prima apparizione a Cornaredo è stata con la maglia degli interregionali del Locarno, in anteprima di una partita del Lugano. Quel giorno, manco sognavo che sarei diventato presidente della società bianconera.

Ha un chiaro moto di commozione quando gli dico che i suoi due colleghi più anziani sostengono che se la società è dove si trova oggi è tutto merito suo.

Mi fa piacere. Ma confesso che è stata dura. Ci ho lasciato tutto. Non parlo necessariamente solo di denaro. Parlo di energie, passione, amore. Il Lugano era reduce da tempi piuttosto bui. Quando ho cominciato a percepire il bisogno di farmi da parte, non ho mollato. Il mio legame con l’ambiente cresceva di anno in anno. Non avrei mai potuto lasciare la società allo sbando. Recentemente ho riguardato i miei appunti. Prima di cedere ho intavolato 83 trattative. Si rende conto? Ad un certo punto, con la cordata brasiliana sembrava che fossimo finalmente arrivati a concretizzare qualcosa di solido. Ho avuto un ripensamento. Ringrazio ancora oggi quell’intuizione. Poi, siamo arrivati a Joe Mansueto. Abbiamo subito capito che era un imprenditore al quale i mezzi non facevano certo difetto. Inoltre veniva anche dal mondo del calcio. Si è gettato nell’impresa, cercando di porre il club in mani capaci di gestire la complessità. I risultati li stiamo assaporando. Sia sul campo, sia negli uffici. Il Lugano – e questo accadeva già durante la mia presidenza – ha sempre ottenuto in prima istanza la licenza per calcare i palcoscenici della Super League. Mansueto ha conferito ulteriore stabilità alla struttura. Ci sa fare. Si è messo in gioco anche durante la fase di realizzazione della AIL Arena. Lo ha fatto proponendo delle nuove varianti. Lo ha fatto mettendo sul tavolo un notevole pacco di milioni. Sono dettagli che resteranno al club, alla città, al pubblico, anche se lui un domani dovesse farsi da parte. Non da ultimo, ha ottenuto che il nuovo terreno da gioco fosse di erba.

Non mi hanno coinvolto nelle varie fasi della realizzazione del progetto nonostante io sia del mestiere. Ma è meglio così. Sono convinto che Lugano avrà uno stadio all’altezza. Si tratterà di riempirlo. Hanno fatto benissimo a non esagerare con la capienza. Firmerei per una media di 6000 spettatori a partita. Ci sono fattori come la vicinanza tra pubblico e calciatori che renderanno lo spettacolo decisamente più godibile. Inoltre le numerose e confortevoli «lounge» porteranno allo stadio un numero di imprenditori superiore a quello attuale.

C’è sempre l’auspicio che qualcuno di loro si innamori del calcio e del Lugano in particolare. Sostenere un club calcistico non deve necessariamente essere una vocazione al deficit. Certo, è indispensabile lavorare più che bene.

Il Lugano si è dato una struttura solida, che può ulteriormente essere potenziata. A scatenare l’entusiasmo ci penseranno soprattutto i risultati. Ha ragione a porre l’attenzione sulla mancanza di uomini-immagine ticinesi. Ma credo che sia inevitabile. Come gli appassionati ben sanno, ho avuto un rapporto conflittuale con il Team Ticino. Non è questa l’occasione per rivangare antiche diatribe. Ovviamente auguro al Lugano di individuare qualche giovane locale in grado di reggere il palcoscenico della Super League. Non dimentichiamo tuttavia che il vero uomo-bandiera dei bianconeri è Mattia Croci-Torti. È incredibile quanto ha fatto e quanto potrà ancora fare con le sue competenze e il suo carisma. È un leader. È un trascinatore.