Ritratto di un Medio Oriente segnato da rappresaglie, fragili alleanze e una guerra «tecnologica» sempre più pervasiva
Emirati Arabi, Qatar, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita. Negli ultimi tempi, a fasi alterne, le bombe iraniane sono piovute anche lì. E invece di sorvolarli, come nel corso della «Guerra dei dodici giorni», li hanno centrati in pieno. Per colpire le basi americane che accerchiano l’Iran? Per restituire la pariglia a quanti favoriscono un avvicinamento tra Arabia Saudita e Israele (alleati storici degli Stati Uniti nella regione)? Per rimarcare la «solitudine iraniana» nel sostegno alla Palestina (di fatto sostenuta militarmente solo da Hamas e Hezbollah)?
La questione è più articolata, poiché investe, oltre alla presenza delle basi Usa nell’area, il vincolo economico che gli Stati del Golfo hanno da decenni con il Governo americano. I cui investimenti – a partire da quelli personali di Trump – li obbligano a uno stato di forte interdipendenza con gli Stati Uniti che per certi versi appare come un simil-vassallaggio. Una condizione che in qualche modo replica quella degli Stati europei, per i quali la liberazione dal nazi-fascismo ha comportato per ottant’anni un debito forse mai estinto e nella mente degli Usa sembra implicare una «complicità coatta» in tutte le azioni di guerra promosse da Washington. Ma la situazione mediorientale è più complessa. Se non altro perché il mondo arabo sunnita (a cui si può aggiungere la Turchia, che alcuni analisti ritengono il prossimo bersaglio di Israele) vive oggi più che mai uno stato di «schizofrenia identitaria» difficilmente arginabile. Da una parte vorrebbe stare con i palestinesi (ma deve rendere conto della sua dipendenza economica dagli Usa), dall’altra vorrebbe ribadire il proprio distacco dallo sciismo iraniano (ma in questo modo lasciando di fatto i palestinesi al loro destino). La battaglia finisce così per dispiegarsi soprattutto in termini di «interposto Stato».
Cosa c’è nel mirino?
Quando bersaglia i Paesi del Golfo, l’Iran colpisce, oltre alle basi americane, gli interessi statunitensi nella regione. E laddove ormai le guerre si combattono più nel quadro della sofisticatezza tecnologica che dell’eroismo militare (i nuovi eroi della guerra sono gli ingegneri, non i generali), i primi e più importanti bersagli diventano le infrastrutture energetiche, da cui dipendono non solo le economie militari ma la stessa economia degli Stati. Allora il petrolio e il gas, oltre a rappresentare un bottino – lo abbiamo visto nel caso del Venezuela – rappresentano anche la prima delle strategie destabilizzanti messe in atto lungo il tavolato del Golfo. E quando Israele colpisce il giacimento di gas di South Pars, di co-proprietà iraniana-qatariota, l’Iran non può che rispondere mirando alle infrastrutture energetiche del Golfo. In questo modo gettando in uno stato di «doppia schizofrenia» il Qatar (a seguito del bombardamento dell’immenso hub di gas naturale liquefatto di Ras Laffan) e devastando gli impianti e le raffinerie emiratine, kuwaitiane e saudite come se appartenessero a stati «tradizionalmente» nemici. Oltre, naturalmente, a bloccare lo stretto di Hormuz, il cui controllo determina una larga parte dell’economia del pianeta legata allo smercio petrolifero.
A questo punto la domanda sorge naturale: perché le monarchie del Golfo non insorgono militarmente contro l’Iran? Perché continuano a prediligere la soluzione diplomatica? Per paura, per prudenza, per preservare l’equilibrio economico e sociale dei propri Stati? O perché sono presi in un cappio da cui è impossibile districarsi? Di fatto la guerra in corso – con la Cina che alita nelle retrovie per contenere le brame americane di assedio allo stretto di Hormuz – sembra interessare, nella rappresaglia iraniana, prima di qualunque altro Paese (oltre naturalmente a Israele) gli Emirati Arabi. E non solo perché Dubai è l’emblema della «deterritorializzazione» dell’Occidente satanico e lussurioso (sarebbe una lettura rassicurante, quasi romantica). Gli scenari degli ultimi tempi inducono infatti a ritenere plausibile che gli Emirati siano l’avamposto dell’intelligence americana. Che da Dubai CIA e Mossad muovano i loro tentacoli tecnologici e che, come sostengono alcuni senza portarne le prove, da Dubai siano state diramate le informazioni per eliminare prima Khamenei e poi Larijani. Al di là di questo, non c’è dubbio che Dubai attragga capitali illeciti e soggetti coinvolti in reati finanziari e che il settore immobiliare venga usato per riciclare denaro su larga scala.
Una guerra per procura
Gli Emirati Arabi non sarebbero soltanto uno dei tanti (per Teheran, troppi) avamposti delle basi Usa in Medio Oriente, ma gli attori a tutti gli effetti di una «guerra per procura» in cui, oltre alle armi, sono implicati giacimenti di denaro, tecnologie di guerra e sorveglianza e tutti i «proxies» che gli Stati Uniti e Israele hanno dispiegato nella regione per assediare Teheran. Un assedio che, qualora prevalesse la linea di una guerra di logoramento intorno allo stretto di Hormuz, rischierebbe di impantanare, oltre agli Stati Uniti, i Paesi del Golfo e trasformare i «convitati di pietra» Russa e Cina nei soli possibili attori (ma con quali conseguenze?) in grado di dipanarlo.
Prospettiva che non solo potrebbe rafforzare, ai danni di Usa e Israele, l’immagine di Russia e Cina come unici portatori di un «multipolarismo di pace», ma darebbe loro carta bianca sulla questione ucraina (da una parte) e su quella di Taiwan (dall’altra). In mezzo a tale sconquasso non dimentichiamo poi due altre possibili «comparse», tra le cui mani potrebbero nascondersi alcune varianti impazzite del conflitto: il Libano (nella fattispecie Hezbollah) e i curdi assiepiati ai confini con l’Iran. Il Governo libanese si trova tra l’incudine di Israele, che chiede la neutralizzazione totale di Hezbollah per garantire in primis la sicurezza dei suoi cittadini settentrionali, e il martello dello stesso Hezbollah, al cui annientamento l’esercito di Beirut non può però, per il momento, provvedere in nessun modo. La pressione dell’Idf su Hezbollah (a prescindere dalle trattative in corso e dai «dissidenti interni» allo sciismo libanese) non potrà quindi allentarsi se non nel lungo periodo. E qualunque possa essere l’esito degli scontri in atto – pur in presenza delle forze di interposizione Unifil sul territorio – il Libano ne uscirà perdente. Tanto che secondo alcuni analisti, che osservano con preoccupazione anche lo schieramento dei contingenti egiziani ai confini di Rafah, l’unica soluzione per risparmiarlo sarebbe una sconfitta militare.
Quanto alla situazione nel Kurdistan iracheno, i suoi esuli iraniani scalpitano, dopo decennali azioni di guerriglia, per allearsi a un eventuale attacco statunitense via terra. Ma i Guardiani della rivoluzione vigilano e minacciano di polverizzarli. E malgrado i raid aerei israeliani abbiano fomentato, con i loro attacchi alle caserme iraniane disseminate nella regione, gli appetiti curdi di rivolta, sono pronti a replicare a ogni minaccia nel modo più efferato. Un quadro che, unito alle decapitazioni «eccellenti» del regime di Teheran, rischia oggi non solo di fanatizzare ancor più i contendenti ma di trasformare la polveriera mediorientale in un’ecatombe planetaria.
