Van Dyck, tra Anversa Genova e Londra

by azione azione
13 Maggio 2026

A Palazzo Ducale una grande mostra celebra il pittore fiammingo Antoon Van Dyck

«Grande per la Fiandra era la fama di Pietro Paolo Rubens, quando in Anversa nella sua scuola, solleuossi un giouinetto portato da così nobile generosità di costumi, e da così bello spirito nella pittura, che ben diede segno d’illustrarla, e accrescerle splendore in quella dignità, e eccellenza alla quale il maestro l’haveva inalzata…». Così Giovanni Pietro Bellori, nel suo Le Vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, del 1672, descrive il giovane pittore fiammingo Antoon Van Dyck (Anversa 1599 – Londra 1641), discepolo di Rubens, che ben presto emulerà – per non dire «supererà» – il maestro, fino a diventare il più famoso ritrattista d’Europa.

Ed eccolo qui, il giovinetto, che mi osserva immobile, nella prima opera in cui mi imbatto appena varcata la soglia della mostra Van Dyck, l’Europeo, ospitata nel Palazzo Ducale di Genova. È il primo, straordinario, autoritratto del pittore, eseguito quando ha appena quindici anni (più avanti rimarrò a bocca aperta davanti al Ritratto di gentiluomo, dipinto addirittura l’anno precedente).

Discepolo di Rubens, Van Dyck riuscì presto a superare il proprio maestro, diventando il più famoso ritrattista d’Europa

C’è qualcosa che ti trattiene, davanti a quel volto. Non è solo la bravura, sorprendente per un ragazzo così giovane. È una consapevolezza sottile, quasi inquieta. Come se quel ragazzo sapesse già dove sarebbe arrivato o, forse più semplicemente, sapesse guardare davvero.

La mostra parte da qui. Da questo sguardo, rapido, che Antoon rivolge all’osservatore, come se avesse fretta di essere già altrove, di crescere, di misurarsi con il mondo. E il mondo, in effetti, l’aspetta.

È lo stesso sguardo di un pittore giovane, ma già pienamente formato, che ritrovo subito dopo nelle prime opere realizzate ad Anversa: nel Sansone e Dalila, per esempio, intenso e teatrale, ancora segnato dalla lezione di Rubens, o nelle allegorie come il Chronos che taglia le ali a Cupido, dove il tempo prende forma e si fa forza che consuma bellezza e amore.

L’eccezionale esposizione di Palazzo Ducale – la più completa degli ultimi decenni dedicata all’artista fiammingo – raccoglie una sessantina di opere provenienti dai maggiori musei europei: dal Museo del Louvre al Prado, dalla National Gallery agli Uffizi, fino ai Musei Reali di Torino e altre rinomate fondazioni e collezioni internazionali. È un percorso ampio, articolato, che restituisce non solo il ritrattista, ma l’artista nella sua interezza: allegorico, religioso, teatrale.

Passo dopo passo, mi ritrovo a seguire gli spostamenti di Van Dyck in Europa – Anversa, Genova, Londra – le tre città che ne plasmano lo stile. Ad Anversa, l’ombra potente di Rubens; in Italia, l’invenzione di un nuovo linguaggio aristocratico; a Londra, la consacrazione presso la corte di Carlo I d’Inghilterra.

I primi dipinti sono più intensi, più carichi. Poi, con l’arrivo in Italia, tutto si fa più leggero, più elegante. Le figure si allungano, i gesti si fanno più naturali. Infine, a Londra, alla corte di Carlo I, i ritratti diventano più solenni, costruiti per rappresentare il potere.

Quella di Van Dyck è una trasformazione continua ed è proprio a Genova che tutto si compie.

Per capirlo bisogna uscire – almeno con la mente – dal Palazzo Ducale e perdersi nella città. Nei carruggi dove il sole fatica a entrare, tra pietre umide e odore di mare. Poi risalire, all’improvviso, verso la verticalità luminosa di Via Garibaldi, l’antica Strada Nuova, una ferita aperta nel tessuto medievale, voluta nel Cinquecento per esibire la ricchezza delle grandi famiglie.

Qui, nei palazzi dei «Rolli» – oggi patrimonio UNESCO – Genova mette in scena sé stessa. Un sistema raffinato, quasi teatrale, in cui le splendide dimore aristocratiche venivano sorteggiate per ospitare sovrani, ambasciatori, principi. Un albergo diffuso ante litteram, ma riservato all’élite del mondo in visita a quella che allora è una delle capitali finanziarie d’Europa, nodo di reti bancarie che collegano Madrid, Anversa, il Mediterraneo. È una città relativamente piccola, la «Signora del mare», ma potentissima, capace di fare della rappresentazione del prestigio una necessità.

È questo il mondo che Van Dyck trova arrivando a Genova nei primi decenni del Seicento: una repubblica ricchissima, fondata sul denaro più che sui titoli, dove le famiglie patrizie affidano alla pittura il compito di costruire la propria immagine.

Ed è qui che il grande fiammingo reinventa il ritratto.

I ricchi genovesi immortalati nei suoi dipinti non sono semplicemente individui, sono costruzioni simboliche, che emergono dall’ombra come apparizioni. È la nuova aristocrazia del denaro – banchieri, mercanti – che si autorappresenta come dinastia, come continuità, come potere stabile.

Mi soffermo di fronte al grande dipinto dei tre bambini Giustiniani Longo – Alessandro, Vincenzo e il piccolo Francesco Maria – sono già uomini in miniatura, immobili nella loro grazia composta, attraversati da simboli che parlano di vita e di morte. L’uccellino stretto tra le mani, i corvi in primo piano: ogni dettaglio ha un significato.

Poi la dama genovese, probabilmente Maria Chiavari Durazzo, seduta tra colonne e tappeti, avvolta in sete e perle. Non è solo un ritratto: è un modo per affermare il proprio rango, la propria posizione.

E ancora le donne vestite di nero, che non sempre è il colore del lutto: a Genova il nero è anche eleganza. Ma basta un dettaglio – una cuffia appena appuntita sulla fronte – per raccontare una storia diversa.

Qui il ritratto cambia natura. Non rappresenta soltanto una persona: costruisce un’identità.

Eppure, sotto questa perfezione, si avverte una lieve inquietudine. Come se quei volti, così sicuri, stessero già scivolando via. Come se il potere che mostrano fosse, in fondo, fragile. Ed è questa tensione, questa ambiguità, a rendere i ritratti di Antoon Van Dyck moderni.

La mostra presenta anche un altro lato del pittore: quello delle opere religiose. Il San Sebastiano, la Cattura di Cristo, la Madonna con Bambino. Qui il tono cambia. Le immagini diventano più intime, più dirette. Non tengono a distanza: coinvolgono. Lo spettatore non resta fuori. Entra nella scena.

E allora il percorso si fa più profondo. Non è più solo una mostra. Diventa un’esperienza.

Genova, in questo, resta sempre presente anche quando non si vede. Nei marmi, nelle architetture, nei dettagli. Una città costruita come un’immagine, grazie anche a mani venute da lontano – architetti, scultori, maestranze delle terre ticinesi [i]– che hanno scolpito nella pietra quella stessa idea di grandezza che Van Dyck in quegli anni traduce in pittura.

Uscendo dal Palazzo Ducale di Genova, la città mi sembra diversa. O forse sono io a guardarla con occhi diversi. I carruggi, le facciate, le lapidi, i nomi incisi nella pietra: tutto mi appare come parte di un racconto più ampio, che attraversa i secoli e continua a parlarci. Come ha fatto quel «giouinetto», di cui ora ammiro le opere con uno sguardo completamente nuovo.

[i] Cfr. Azione, 22 maggio 2023