E così, ogni tanto, ci si ritrova a fare i conti con quel sentimento ambiguo e ingannevole che è la nostalgia. Nostalgia canaglia. Per esempio, ascoltando un discorso (6), fermo, ironico, sottile, di re Carlo III d’Inghilterra al Congresso di Washington. E ricordare com’era rassicurante quel bel tempo andato in cui i sovrani parlavano da sovrani e i presidenti da presidenti e i ministri da ministri e non sproloquiavano, tutti, come adolescenti sovreccitati. Cioè si preoccupavano di tenere discorsi argomentati, distesi, moderatamente inutili, con sintassi complesse e termini adeguati, con una punteggiatura corretta e una retorica ciascuno all’altezza della sua altezza, del suo grado, del suo ruolo, della sua autorità, della sua funzione. E vengono in mente con rimpianto certe noiosissime tirate della Prima Repubblica in cui si usavano i congiuntivi e le virgole e i punti e virgola, le subordinate concessive e causali, magari le fantastiche e vacue metafore tipo le «convergenze parallele», quando l’aggettivo ricorrente era «cauto» («cauto» l’entusiasmo, «cauta» la preoccupazione, «cauta» l’intesa e «cauto» il disaccordo).
Lo scriveva Umberto Eco in un saggio sul linguaggio politico contenuto in un indimenticato volume Bompiani del 1973, curato da Gian Luigi Beccaria e intitolato I linguaggi settoriali in Italia. Uno degli ultimi libri da cui vorrei separarmi, un cimelio culturale e affettivo dalla bellissima copertina con un quadrato rosso in alto e un quadrato bordò in basso ritagliati nel bianco, invenzione geniale di Bruno Munari (6). Indice da brividi, con interventi di Maria Corti, Tullio De Mauro, Ernesto Ferrero, Angelo Stella e altri, anche loro, indimenticati maestri (voto globale: 7+). Libro consigliato (al liceo!) dal professor Giovanni Orelli, morto dieci anni fa (3 dicembre 2016) ma vivissimo nella memoria dei suoi fortunati allievi. E visto che si parla tanto di Manzoni (insegnarlo nel biennio o spostarlo al quarto anno?), date i Promessi sposi in mano a un insegnante come Orelli (6++) e potete andare tranquilli che troverà la chiave per appassionare anche i bambini delle medie parlando di Fra Cristoforo e di don Rodrigo. Giovanni, semplicemente, trasmetteva entusiasmo, passione, piacere, ironia.
Nostalgia canaglia che fa rimpiangere i discorsi fatui e morbidi di un tempo, i saggi curatissimi anni 70, il proprio professore di liceo che affascinava parlando di Auerbach, della critica stilistica di Spitzer, dei Quaderni di Gramsci e della poesia di Luciano Erba a dei giovani ebeti, ignoranti quasi su tutto. Ed è il vecchio che, improvvisamente, si rivela modernissimo, molto più della sciatteria tecnologica e marcia (1) del nostro presente (e temo) del nostro futuro. Laudator temporis acti? Va bene, lo ammetto. E siccome lo ammetto, consiglio ai nostri lettori curiosi di andare a vedersi su YouTube un dialogo televisivo (RSI) del 1979 tra Orelli, il critico-scrittore-editore Roberto Calasso (neanche quarantenne!) e il giornalista-critico François Bondy: puntata della rubrica «Questo e altro» dedicata a Robert Musil. Quasi un’ora di dibattito a tre (voto complessivo: 6×3=18), con letture da L’uomo senza qualità, tirando in ballo Hermann Broch, Elias Canetti e altri. Senza ritegno, senza paura, considerando il fruitore televisivo non un minus habens, ma un individuo capace di seguire e di comprendere. Niente stacchi, video d’epoca, frammenti, musiche e immagini che distraggano dal discorso sull’autore e sul testo. Certo, improponibile oggi, essendo tutto valutato, con la bava alla bocca, in termini di audience.
A proposito di Broch, sentite questo pensiero citato da Orelli in quella occasione: «Un mondo che va in frantumi non si lascia più ritrarre, ma poiché questo processo di disgregazione ha origine nelle più profonde radici della natura umana, è quest’ultima che bisogna rappresentare in tutta la sua nudità, nella sua grandezza come nella sua miseria». Sembra che Broch parli di Musil, ma si potrebbe anche intendere come un invito agli scrittori di oggi. In fondo, se ci guardiamo intorno, c’è tutto quel che viviamo noi fieramente: la grandezza e la miseria della natura umana, il processo di disgregazione, il mondo in frantumi. C’è tutto, tranne Musil, ovviamente.