Dutoit a Pentecoste

by azione azione
13 Maggio 2026

Il grande direttore tedesco dirigerà i concerti del 23 e 24 maggio al Lac di Lugano

I Titani dominano i due concerti che segnano quest’anno l’ormai tradizionale ciclo «Osi a Pentecoste». Prometeo, figura mitologica che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini; Beethoven, non a caso definito anche «il Prometeo della musica», colui che rivoluzionò il ruolo e la figura del compositore, e ancor di più il ruolo e la valenza della musica verso il mondo non solo musicale; Charles Dutoit, uno dei direttori più longevi, ammirati e richiesti degli ultimi decenni, tante volte applaudito sul podio dell’Orchestra della Svizzera Italiana.

Se l’appuntamento di sabato sera si aprirà col Concerto per violino di Beethoven, affidato allo specialista Frank Peter Zimmermann, quello della domenica mattina prenderà il via dall’ouverture de Le creature di Prometeo, le musiche scritte nel 1801 da Beethoven per l’omonimo balletto del grande Salvatore Viganò. Un balletto noto soprattutto perché il tema dell’ultima scena è lo stesso che pochi anni dopo il musicista riprese per il finale della sua terza sinfonia, l’Eroica e per una serie di Variazioni pianistiche.

Dopo Beethoven, risuonerà al Lac la Symphonie Fantastique di Hector Berlioz. È stato lo stesso Dutoit a sottolineare il legame profondo tra i due autori: «A Parigi, nel 1825, furono eseguite tutte le sinfonie di Beethoven in una memorabile serie organizzata dalla Società dei Conservatorio, diretta da François-Antoine Habeneck. In sala era presente Berlioz, che ne ricavò un’impressione fortissima e profondissima. A quei tempi non c’erano le radio, i dischi, YouTube e Spotify, la musica si ascoltava solo dal vivo, e allora Berlioz sentì per la prima volta quella musica incredibile, capì soprattutto che stava ascoltando un nuovo tipo di sonorità musicale, Immediatamente decise di comporre la sua sinfonia».

Una sinfonia detta «Fantastica» perché racconta le visioni, appunto fantastiche, di un fumatore d’oppio, tra cui un Sabba di streghe e una marcia al patibolo, tra echi bucolici e rintocchi apocalittici del Dies irae gregoriano. Dutoit ha confessato che spesso «è più facile dirigere l’opera perché la musica segue le parole e l’azione scenica, quindi è evidente il messaggio che vuol comunicare, mentre nella musica solo strumentale bisogna fare uno sforzo mentale per immaginarsi un percorso e un messaggio». Questo vale anche nel capolavoro di Berlioz, nonostante abbia un programma minuziosamente indicato: «Ci sono titoli, ci sono indicazioni, ma non certamente nota per nota, quindi bisogna riempire i contorni di un disegno potente e grandioso con la propria fantasia e immaginazione».

Il maestro, nativo di Losanna e prossimo ai novant’anni (li compirà il 7 ottobre), sottolinea soprattutto le sonorità di quest’opera, perché «Berlioz scrisse un trattato di orchestrazione, molto corposo, una sorta di Bibbia per ogni compositore dell’Ottocento; però, mentre i compositori romantici, per tutto l’Ottocento, scrissero brani segnati da un grande pathos, Berlioz optò per un suono classico, che proveniva direttamente dal suono di Beethoven; usava strumenti nuovi, attinti dal mondo del teatro lirico, ma il suono era classico, non era il suono che sarebbe stato nei decenni seguenti di Ciajkovskij o di Rachmaninov». All’inizio non riscosse grande successo, «perché i francesi sono educati con Cartesio, col “Cogito ergo sum”, “Penso, dunque sono”, ogni cosa deve essere provata. Ma nel 1830 Victor Hugo scrisse Ernani e Berlioz la Fantastica, e il romanticismo entrò anche in Francia».