Quand’ero ragazzo, nell’Italia degli anni Settanta-Ottanta del Novecento, il 25 aprile era solo una vacanza. Cantavamo «Bella Ciao», e non eravamo neppure sfiorati dall’idea che stavamo facendo qualcosa di sinistra. Ad Alba, il mio paese, la Democrazia cristiana, di centrodestra, aveva oltre il 50% dei voti. Ma anche la DC festeggiava il 25 aprile. E i missini (da MSI, Movimento sociale italiano di estrema destra) tacevano. La prima volta in cui il 25 aprile aprì una polemica fu nel 1994, quando Berlusconi i missini li portò al governo. Il leader leghista Umberto Bossi venne al corteo, e fu fischiato dalla sinistra. Da allora, ogni 25 aprile si riapre la discussione. A maggior ragione ora che il partito di maggioranza relativa è Fratelli d’Italia, che dal MSI nasce e che il 25 aprile non lo festeggia. I cortei del 25 aprile più sono ampi, meno sono divisivi, meglio riescono. Quello di Milano di quest’anno non è riuscito bene, nonostante segnali preziosi come la presenza dei giovani di Forza Italia. Sedicenti antifascisti hanno cacciato dal corteo la Brigata ebraica, che combatté contro i nazifascisti, e hanno inalberato la bandiera della Palestina, all’evidenza senza ricordare che il Gran Muftì di Gerusalemme, zio di Arafat, voleva sterminare gli ebrei avvelenando l’acquedotto.
Rovesciamento della storia
A rendere perfetto e surreale il rovesciamento della storia, un militante ebreo a volto coperto ha sparato con un’arma a pallini a due partigiani dell’Anpi con il fazzoletto tricolore al collo, che rappresentavano idealmente i partigiani che combattevano contro quelli che portavano gli ebrei italiani nei campi di sterminio. Con l’autorevolezza morale di una superstite di Auschwitz, Edith Bruck ha detto che non è opportuno portare a un corteo sul 25 aprile la bandiera di Israele, per tacere dei cartelli inneggianti a Trump e Netanyahu. Analogamente si può dire che non sia opportuno portare la bandiera palestinese. Non perché non si possa manifestare contro Hamas, che ha commesso crimini contro gli ebrei e ha reso un pessimo servigio al suo popolo; o contro Netanyahu, il cui esercito ha commesso crimini contro i palestinesi e ha reso un pessimo servigio alla causa dell’ebraismo. Ma il 25 aprile non è il momento giusto. La verità è che a chi inneggia a Netanyahu o a chi insulta gli ebrei del 25 aprile non importa nulla: scende in piazza per andare contro altri, non in nome dell’unità antifascista di repubblicani e monarchici, comunisti e liberali, cattolici ed ebrei.
Solo in Italia è passata l’idea per cui se sei antifascista sei comunista, o comunque di sinistra. Non è così. Il nazifascismo fu sconfitto da uomini di destra. Un conservatore inglese come Winston Churchill. Un nazionalista francese come Charles de Gaulle. I nazisti, prima ancora di eliminare gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, cominciarono a eliminare i bambini Down. Il programma di eliminazione dei «minorati mentali» fu interrotto grazie all’intervento di un oppositore del regime. Non era un bolscevico; era un vescovo, di famiglia aristocratica. Si chiamava Clemens August Joseph Pius Emanuel Antonius von Galen. Dal pulpito della cattedrale di Münster disse: «Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo improduttivo possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti…Nessuno è più sicuro della propria vita». Martin Bormann, il segretario di Hitler, propose: «Impicchiamolo». Fu Joseph Goebbels, che conosceva l’arte della propaganda, a obiettare che impiccare un vescovo non era una buona idea. La donna che Charles de Gaulle amò di più nella sua vita era la figlia Anne, affetta dalla sindrome di Down, che spirò a vent’anni tra le sua braccia. Così il Generale e sua moglie, la cattolicissima Yvonne, aprirono un istituto per accogliere e salvare i bambini come quelli che il Führer sopprimeva con il gas.
Valori condivisi
La scelta tra il nazifascismo e i suoi oppositori non è la scelta tra la destra e la sinistra. È la scelta tra la barbarie e la civiltà. Eppure questa conclusione in Italia è contestata. Di solito si dice: il problema è che in Italia manca la memoria condivisa. Confesso che alla memoria condivisa non credo. Di memoria ognuno ha la sua, e non la può cambiare. Non la memoria, ma i valori dovrebbero essere condivisi. Invece il valore dell’antifascismo è considerato oggi un valore di parte. Una cosa solo di sinistra. Nulla di più sbagliato.