Graphic novel biografiche: un’opera dal respiro internazionale ripercorre la controversa vicenda umana e artistica di Tupac Shakur
Chiunque abbia seguito da vicino una stagione magica – eppure, allo stesso tempo, intrisa di grande tensione – come quella offerta dalla scena rap afroamericana di metà anni Novanta, può senz’altro confermare come si sia trattato di un periodo irripetibile, animato da incredibili sperimentazioni e coraggiose opere prime, ma, allo stesso tempo, anche da drammi e tragedie concretizzatesi in molteplici aggressioni e atti violenti, in molti casi sfociati nella morte di alcune delle figure più coraggiose e rappresentative.
Su tutte, forse nessuna ha colpito l’immaginario collettivo quanto Tupac Shakur (1971-1996), divenuto negli anni un vero e proprio martire a causa della sua morte, avvenuta a soli 25 anni a opera di un sicario mai identificato. L’eredità artistica e morale lasciata dal musicista e attore, che in appena pochi anni di attività ha letteralmente trasformato il mondo del rap, è tale da aver fatto sì che dopo la morte, Tupac riuscisse rapidamente a superare e trascendere i confini del mero universo hip hop per divenire un’immortale e universale icona della cultura popolare di matrice afroamericana.
L’appeal a dir poco universale della sua musica (nonché l’innegabile fascino tuttora esercitato dalla sua figura) è riuscito infatti a far passare in secondo piano anche aspetti meno edificanti della propria persona, come le accuse secondo le quali il suo passaggio dalla musica di matrice politica al cosiddetto gangsta rap sarebbe stato la causa principale del violento inasprimento delle ostilità tra quegli artisti che, come lui, di fatto frequentavano gang e malavita organizzata.
Oggi, la dimostrazione più lampante di come questa figura tanto controversa, e per molti versi incredibilmente affascinante, sia assurta a uno status che ben pochi rapper possono vantare – in fondo, quello di «leggenda del ghetto» – sta nel fatto che, negli ultimi anni, Shakur è stato oggetto di più di una graphic novel; su tutte, però, spicca una produzione interamente made in Italy, anche questa volta edita dai tipi di BeccoGiallo, nome che ormai rappresenta una vera e propria garanzia di qualità nel panorama fumettistico italiano. Si tratta di Tupac Shakur: Solo Dio può giudicarmi, volume firmato nel 2016 da Antonio Solinas ai testi e Paolo Gallina ai disegni, e che oggi, in occasione del trentennale della morte del rapper, è oggetto di una nuova, attesissima ristampa.
Del resto, un simile riscontro di pubblico è del tutto giustificato: basta considerare la suggestiva parabola esistenziale di Tupac per rendersi subito conto di come qualsiasi narratore si imbarchi nell’impresa di raccontarne la breve vita sia giocoforza condannato a muoversi sul filo del rasoio, in bilico tra l’idea che molti hanno di Shakur come di un criminale – colui che avrebbe dato vita a un letale scontro fra gang, tramutando le faide artistiche tra i rapper delle East e West Coast in una guerriglia urbana combattuta a suon di proiettili – e l’immagine di eroe immolatosi sull’altare dello stile di vita quantomeno rischioso che aveva scelto (o che, secondo altri, gli era stato imposto dalle circostanze della vita). Eppure, si tratta anche della stessa persona che ha fatto della denuncia delle ingiustizie sociali il leitmotiv della prima parte della propria carriera, e che forse ha finito per pagare con la vita una coerenza artistica mantenuta fin quasi all’ultimo.
E qui sta il vero punto di forza di questa graphic novel, il cui scopo appare essere proprio quello di esprimere al meglio la dualità del personaggio – rappresentata appieno dalla perfetta e invidiabile combinazione tra l’aspetto squisitamente grafico della narrazione per come gestito dalle matite di Gallina, e lo sguardo sulla vicenda proposto dalla sceneggiatura di Solinas; la fusione tra i due elementi è infatti perfetta, a cominciare dai disegni al tratto crudi ed essenziali, inseriti all’interno di una cosiddetta gabbia (la struttura della pagina considerata in base alla suddivisione in vignette) modellata su uno stile di matrice fortemente americana, con chiari riferimenti al leggendario Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller. Ecco, quindi, che le sequenze narrative più importanti ed emotivamente forti diventano davvero un «pugno nello stomaco», caratterizzate come sono da vignette dal taglio dinamico e una scansione solo apparentemente ripetitiva, in cui il linguaggio cinematografico diventa riferimento principale ai fini di un coinvolgimento emotivo pressoché totale da parte del lettore. Difatti, la scommessa funziona benissimo, grazie anche alla sintesi del disegno, il quale, seppur basato su pochi tratti distintivi, risulta estremamente espressivo, in linea con l’essenzialità da cui è pervasa l’intera opera; in tal senso, anche la grande quantità di testo spesso presente nelle tavole diventa una ricchezza, tanto che, anziché appesantire il colpo d’occhio, ne valorizza ancor più la narrazione.
L’imprevedibilità della gabbia, i toni sgargianti della colorazione a computer, l’agilità grafica delle pagine e la scorrevolezza della linea narrativa divengono così fattori fondamentali nel fare di questo Solo Dio può giudicarmi un lavoro che risponde in tutto e per tutto alle più alte aspettative dei fan di Tupac: un volume profondamente radicato nella cultura statunitense, tanto da poter passare per un fumetto d’oltreoceano.

Del resto, quella di Shakur è una storia che non avrebbe potuto aver luogo in nessun altro contesto che quello della «black America»: la sua breve quanto pienissima vita suona come una tragedia shakespeariana in stile gangsta, al punto da non richiedere nessun particolare filtro narrativo per poter divenire un’epopea a fumetti. E forse, al di là delle mille controversie, teorie contrastanti e mitizzazioni varie che a tutt’oggi circondano il personaggio Tupac, ciò che rende questa graphic novel tanto efficace e significativa è proprio la sotterranea natura sfuggente del protagonista: quel suo essere perennemente sospeso tra bene e male, tra ciò che può essere definito «giusto» e «sbagliato» rende pressoché impossibile esprimere un giudizio definitivo su di lui – cosa di cui il diretto interessato era ben consapevole, come del resto indicato dalla citazione che dà titolo al volume. E che rappresenta, in fondo, la vera ragion d’essere di quest’opera, facendone una testimonianza finalmente vera e viva della vicenda umana e professionale di Tupac Shakur.
