Scenografie diplomatiche, doppi giochi e il fallimento annunciato degli «Islamabad talks» tra Stati Uniti e Iran
Il colonnello Douglas McGregor, ex consigliere del segretario alla Difesa degli Stati Uniti, l’aveva detto: «Affidarsi al Pakistan come mediatore è come chiedere a un borseggiatore di tenerti il portafoglio mentre ti allacci le scarpe». E difatti da tutta l’ubriacatura mediatica degli «Islamabad Talks» alla fine è uscito un solo vero vincitore. Il Pakistan. Che ha messo in scena il più grande spettacolo del mondo, occultando attraverso uno schermo di banchetti sontuosi e caffè gratis serviti a frastornati giornalisti stranieri la nuda verità : che l’essenziale ruolo dei mediatori pakistani, nei cosiddetti colloqui tra Iran e Stati Uniti, è stato semplicemente quello di portare messaggi da una stanza all’altra e che in realtà le due delegazioni non si sono mai guardate nemmeno in faccia.
La questione delle criptovalute
Che non sarebbe nemmeno tanto grave, dicono gli esperti, non fosse che quasi sicuramente, risultati alla mano, i mediatori presentavano alle delegazioni bozze di accordo diverse. E che, sempre secondo esperti locali, Asim Munir (auto-proclamatosi Feldmaresciallo e a capo dell’esercito) giocava al raddoppio adoperando la stessa strategia dei famigerati accordi di Doha che hanno riportato al potere i talebani: agire come intermediari per gli Stati Uniti consigliando al tempo stesso la parte opposta di tenere duro e non cedere. È sfuggito a tanti, ma in realtà gli «Islamabad talks» hanno prodotto un solo risultato concreto: dopo anni di esitazioni, Islamabad ha finalmente consentito alle banche di operare con fornitori di servizi cripto.
Al centro di questo sviluppo c’è World Liberty Financial, una società di cui la famiglia Trump detiene circa il 60% del capitale e la cui stablecoin è destinata a essere utilizzata per miliardi di dollari nelle transazioni pakistane. Lo scorso gennaio Zach Witkoff, amministratore delegato di World Liberty, visitava Islamabad incontrando i vertici politici e militari del Paese. Pochi mesi dopo, suo padre Steve Witkoff partecipava agli «Islamabad Talks». Dai negoziati usciva con un nulla di fatto diplomatico ma, in compenso, il Pakistan legalizzava finalmente le criptovalute. Non solo: nelle stesse ore il Pakistan inviava aerei e truppe in Arabia Saudita per onorare finalmente il «patto di mutua difesa» firmato lo scorso settembre: ricevendo in cambio otto miliardi dollari. E non è finita qui. Perché mentre il sipario calava sul fallimento diplomatico, nel silenzio quasi totale dei media internazionali, il Pakistan apriva sei corridoi terrestri verso l’Iran, attivando una rete logistica che attraversa l’intero Belucistan e collega nodi strategici come Gwadar, Quetta e Taftan. Secondo i media iraniani, oltre 3000 container sarebbero già in transito. In pratica, consentendo all’Iran di aggirare il blocco navale imposto da Trump.
Nessuna contraddizione
Cioè, mentre si proponeva come mediatore tra Washington e Teheran, il Pakistan lavorava attivamente per svuotare di contenuto lo strumento principale di pressione negoziale degli Stati Uniti. Non è una contraddizione. È una strategia vecchia almeno quanto la «terra dei puri», e una strategia che gli americani dovrebbero conoscere bene. Eppure ci cascano sempre. Uno Stato che ha contribuito, direttamente e indirettamente, alla costruzione delle capacità nucleari iraniane attraverso la rete di Abdul Qadeer Khan oggi si propone come facilitatore nei negoziati su quello stesso programma. Non è solo ironia politica: è una distorsione dell’idea stessa di mediazione, ma nessuno sembra farci caso. E mentre questa rappresentazione prendeva forma sotto gli occhi del mondo, cadeva quasi in contemporanea un anniversario che rende il quadro ancora più difficile e complesso: quello dell’attacco dello scorso anno a Pahalgam, nel Kashmir indiano, che è costato la vita a ventisei civili uccisi a sangue freddo su base religiosa.
La mediazione richiede coerenza
Un evento che, al di là delle narrazioni ufficiali, resta uno dei simboli più evidenti dell’intreccio tra militanza jihadista e apparati statali pakistani. Proprio nei giorni in cui Islamabad cercava di accreditarsi come mediatore globale, circolavano fotografie che mostravano membri dell’establishment politico e militare pakistano in compagnia di noti esponenti di organizzazioni terroristiche, inclusi coloro che hanno progettato l’attacco di Pahalgam. È qui che la narrazione degli «Islamabad talks» smette definitivamente di reggere. Perché la questione non è più solo quella di una mediazione inefficace o opportunistica, ma quella di una credibilità strutturalmente compromessa. Un Paese che, mentre offre i propri buoni uffici per facilitare un negoziato internazionale, non riesce o non vuole prendere le distanze da attori non statali coinvolti in operazioni terroristiche, non è un mediatore imperfetto: è un attore che opera su più livelli contemporaneamente, mantenendo aperti canali che altrove verrebbero considerati incompatibili.
Questo doppio livello non è un’anomalia. È una costante. E spiega perché, al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle scenografie diplomatiche, gli «Islamabad talks» non potessero produrre nulla di sostanziale. La mediazione richiede, se non neutralità , almeno una forma minima di coerenza. E la coerenza è esattamente ciò che il Pakistan, per ragioni strutturali, non può permettersi. Alla fine, ciò che resta è un quadro sorprendentemente lineare nella sua complessità . Da un lato, un Paese che si propone come snodo indispensabile tra potenze in conflitto. Dall’altro, lo stesso Paese che continua a coltivare relazioni opache con attori che contribuiscono a generare quel conflitto. In mezzo, una comunità internazionale che, per mancanza di alternative o per eccesso di pragmatismo, continua a fare finta che queste due dimensioni possano coesistere senza conseguenze. Gli «Islamabad talks» non hanno fallito nonostante queste contraddizioni. Hanno fallito a causa di esse. E il fatto che, nonostante tutto, il Pakistan riesca a uscirne rafforzato sul piano dell’immagine dice molto meno su Islamabad di quanto dica sul sistema internazionale che continua a premiarne il comportamento.
