Camminando lungo la Darsena quasi in piazza Ventiquattro Maggio, oltre il traffico, tra i palazzi all’inizio di corso di Porta Ticinese, verso la fine di un pomeriggio ai primi di gennaio in cima al campanile in cotto trecentesco, catturo la stella polare. La stella che indicò la via ai Re Magi. Il cui sepolcro, si racconta, per secoli è stato proprio in fondo alla navata destra di Sant’Eustorgio dove procedo spedito. In un angolo a nordest, sotto le volte a crociera con nervature in mattoni, si trova un gigantesco sarcofago in pietra ruvida e disadorna. Esausti, i due buoi che trasportavano da Costantinopoli questo sarcofago con dentro le reliquie dei tre Magi donate dall’imperatore Costantino a Eustorgio, lo mollarono qui. In questo punto Eustorgio, vescovo di Milano, decise allora di erigere la basilica dove su un capitello che cerco dopo, è raffigurata questa storiella.
Nel 1162, il cancelliere di Federico Barbarossa, l’arcivescovo Rainaldo di Dassel, durante il saccheggio della città, trafuga le reliquie e le porta a Colonia dove ancora oggi, nel Duomo, sono custodite dentro un prezioso reliquiario. Invano, per secoli, i milanesi chiedono la restituzione delle reliquie – il cui viaggio ha lasciato tracce nella toponomastica delle osterie e locande sul tragitto come la ricorrente Zum Stern di qualche paesino o l’insegna renana Les Trois Rois – ritenute potenti talismani. Ossa pure efficaci contro l’epilessia, pare. Solo all’inizio del secolo scorso, il cardinale Ferrari ottiene un contentino. Qualche ossuccio: eccoli, lì, esposti eccezionalmente per le feste, in un’urna davanti a un’ancona marmorea con un’Adorazione dei Magi cesellata nel 1350 circa dai Maestri campionesi. Sopra i due archi, in una lunetta, un’altra Adorazione rinascimentale affrescata che non attrae più di tanto. Sotto, qui davanti al naso, è esposta una lastra di pietra antica con una stella in rilievo, a otto punte, come la stella dorata sul campanile. Sembra anche un asterisco. L’occhio torna, lì a fianco, a quel buffo sarcofago vuoto in pietra che ha qualcosa della sacralità di un dolmen. Non a caso Guido Lopez nella valente guida Milano in mano (1965) osserva: «Non sono le reliquie ad alimentare la fede, ma il contrario; tanto è vero che il sarcofago anche nei secoli di vacanza rimase meta di pellegrinaggio». Noto infatti un bel viavai. Ogni Epifania poi, un rito mostra una moneta d’oro coniata con l’oro di Baldassare portato in dono – assieme all’incenso di Melchiorre e la mirra di Gaspare – a Gesù bambino trovato grazie alla stella guida.
Una stella cometa, invenzione pittorica di Giotto del 1303, è scolpita sul dorso del sarcofago ma la si vede bene solo allontanandosi di almeno trentasei passi. Sotto la stella cometa, in maiuscolo, è incisa la scritta Sepulcrum trium magorum. Il sepolcro dei tre magi, super austero in confronto della Cappella Portinari da capogiro visitata qui prima di Natale, di colpo, per quella grata-porticina rispetto al pachidermico blocco di pietra grezza con tetto a capanna, mi ricorda certe Tombe dei Giganti in Sardegna. Parto in cerca del capitello. Il quinto della navata destra, dovrebbe essere, a quanto ho letto. Ma il quinto capitello, benché ombroso, mi sembra un animale romanico in fuga. Giro e rigiro come un tarantolato ma non trovo la scenetta e si fa fatica, per il buio, a distinguere il rilievo scolpito.
Per la cronaca o raccogliere voci del mondo, vado a chiedere ai due vecchietti alla cassa per la Cappella Portinari. Il più moribondo conferma: «quinto capitello». L’altro, felice come una Pasqua di sgranchirsi le gambe, mi riaccompagna nella basilica di origine paleocristiana. Però gli faccio notare che il quinto a me non sembra tanto. «Sono sicuro, bisognerebbe venire in primavera, verso sera quando entra un bella luce». Non insisto, gli lascio credere che sia il quinto. In realtà è il quarto, in pietra più chiara. A malapena decifro un angioletto volare sopra i due buoi che portano qui i Re Magi. I tre misteriosissimi sacerdoti-astrologi zoroastriani descritti di più nei vangeli apocrifi. I cui nomi, per alcuni, sono Appelius, Amerus, Damasus o Ator, Sator, Paratoras mentre dai milanesi sono chiamati Dionigi, Rustico, ed Eleuterio.
Delle reliquie, prima di venir trafugate, qualcuno racconta di una sostituzione. Sono in una cantina di un’osteria estinta lungo uno dei Navigli.