Germania: la coalizione del nuovo cancelliere punta in alto ma è piccola e appesa al filo di una maggioranza troppo esigua
No, i tedeschi non provano vero entusiasmo per il nuovo governo di Friedrich Merz, né euforia per l’ennesima «Große Koalition» di Cdu e Spd al potere a Berlino. Prima di tutto perché questa guidata da Friedrich Merz, il decimo Kanzler della storia tedesca, è già la quinta alleanza di governo fra la Cdu e la Spd. E poi perché, se le prime coalizioni fra questi due partiti popolari erano «matrimoni di elefanti», sorretti negli anni Sessanta dal 90 per cento dei deputati, oggi Merz può contare al Bundestag di Berlino sul 52 per cento dei parlamentari, su una risicatissima maggioranza di 328 deputati. I giornali tedeschi l’hanno già definita «KleiKo», la «piccola coalizione» di Merz; i più cinici la «Cola-Zero-Koalition». Lui però, il milionario Merz, ex manager di vari Consigli di sorveglianza, dalla Basf a BlackRock, abituato con il suo aereo privato a volare alto, non si lascia scoraggiare. E ha già fatto a tutti e 83 milioni dei suoi concittadini tre solenni promesse.
«Benessere per tutti!»: è questa la prima che Merz ha rilasciato non appena insediatosi il 6 maggio scorso al potere, promettendo dunque un nuovo «miracolo economico». Si tratta, per citare l’ottimista Merz, di rifare della Germania «una locomotiva economica, a cui tutto il mondo guarda con meraviglia». Priorità assoluta, per rilanciare il treno dell’economia tedesca, un pacchetto di investimenti in infrastrutture già varato dal governo Merz, insieme a sgravi fiscali per imprese e ai privati. Nelle 144 pagine, prosaicamente intitolate «Responsabilità per la Germania» del programma di governo, sono in ballo 150 miliardi di euro di investimenti in infrastrutture, già nell’arco di questa legislatura. Investimenti che nei prossimi 12 anni dovrebbero poi crescere sino ai 500 miliardi. Nel triennio 2025-2027, poi, il governo Merz concederà sgravi fiscali, sino al 30 per cento, alle imprese che investiranno in macchinari ed impianti. Per promuovere poi una mobilità più sostenibile Carsten Schneider, il nuovo ministro dell’Ambiente della Spd, garantisce incentivi per le auto elettriche. «Germany is back on track», ha già annunciato Friedrich Merz in visita da Donald Trump alla Casa Bianca. Secondo i calcoli del prestigioso istituto Ifo di Monaco, nel 2025 il Pil crescerà in Germania appena dello 0,2 o 0,3 per cento, ma «ciò significa», spiega Timo Wollmershäuser dell’Ifo, «che la nostra economia ha superato il suo punto più basso», cioè gli ultimi due anni segnati da una grave recessione. Basti pensare che, nel primo trimestre 2025, l’industria tedesca dava lavoro a 5,46 milioni di dipendenti, 100 mila in meno dell’anno scorso.
E notoriamente, specie l’industria tedesca delle Quattroruote è stata colpita dalla crisi se, a fine marzo, si ritrovava con 734 mila dipendenti (45mila operai in meno). Il massiccio ’Investionsbooster’, le agevolazioni alle imprese del governo Merz sono «un primo passo nella giusta direzione», commenta Hildegard Müller, presidente del VDA, l’associazione dell’industria automobilistica tedesca.
L’altra promessa del governo Merz prevede più «Sicherheit», più sicurezza alla società tedesca. «Abbiamo troppa immigrazione illegale, ripete Merz, e troppi migranti non qualificati nel mercato del lavoro». La politica migratoria del nuovo Kanzler è quanto di più lontano da quella attuata, dal 2015 in poi, dal governo Merkel: pur mantenendo in vigore il diritto di asilo infatti, Merz e il suo ministro degli Interni, Markus Söder, presidente della Csu bavarese, vogliono più controlli e respingimenti alle frontiere tedesche. E se il governo dell’ex Kanzler Scholz rilasciava il doppio-passaporto agli immigrati dopo tre anni, con Merz gli immigrati lo vedranno dopo 5 anni. In linea con la politica migratoria più restrittiva è anche la terza promessa di Merz, quella di implementare la Difesa. Nei piani del suo governo la Bundeswehr, l’esercito tedesco si trasformerà, ha annunciato Merz, «in uno degli eserciti più forti d’Europa». Un annuncio che, specie nei due Paesi confinanti, la Polonia e la Francia di Macron, ha smosso non pochi timori. È dal giugno 2011 che la Germania ha abolito la leva obbligatoria ma già oggi, calcola il generale tedesco Christian Badia, alla Bundeswehr mancano sui 60 mila soldati per soddisfare le esigenze Nato. Il futuro della Bundeswehr però è uno dei punti di attrito tra la nuova, e più conservatrice Cdu di Merz e la Spd guidata dal 47enne Lars Klingbeil, il vice cancelliere nonché attuale ministro delle Finanze.
Matthias Mersch, il capofrazione parlamentare della Spd, ha già avvisato Merz che di leva obbligatoria «se ne discuterà nella prossima legislatura». Certo, il ministro della Difesa è Boris Pistorius, beniamino della Spd e politico più stimato dai tedeschi. Forse, se fosse stato lui il candidato della Spd alla cancelleria, e non Olaf Scholz, la Spd avrebbe evitato alle politiche di febbraio la catastrofe del 16,4% dei voti, il suo risultato più basso dal 1948 ad oggi. Anche sul salario minimo Merz ha imposto ai socialdemocratici un secco «Nein!». Ed è vero che il pragmatico Klingbeil, cresciuto alla scuola di Gerhard Schröder, è riuscito a spuntare da Merz ben sette ministeri alla Spd (Finanze e Difesa i più rilevanti, insieme al dicastero del Lavoro affidato a Bärbel Bas). Tra i socialdemocratici però il sostegno al corso tutto sgravi alle imprese e più sicurezza imposto da Merz non convince del tutto, come il «Manifest» stilato dal «circolo pacifista» della Spd ha evidenziato. Un «manifesto» in cui si reclama «meno retorica militaristica» e stop alla «corsa agli investimenti negli armamenti». Proprio la strada che Merz ha imboccato non solo con la riforma della Bundeswehr, ma anche in rapporto alla guerra di Putin in Ucraina o a quelle di Netanyahu. Dove Israele, a sentire Merz, «fa il lavoro sporco per noi tutti». Una frase tipica del suo linguaggio rude che ha scatenato un putiferio tra le fila della Spd, dei Verdi e nell’ambiente cattolico.
Del resto, dopo l’attacco degli Stati Uniti a tre siti nucleari iraniani, Merz è stato uno dei pochi leader favorevoli a Trump, e l’ha dimostrato dicendo che «non c’è alcuna ragione per criticare l’America per quello che ha fatto». Eppure, se diamo retta ai sondaggi, il 47% degli interpellati ritiene che Merz sta facendo un buon lavoro. Anche se il 48% non è soddisfatto della coalizione. Forse perché la nuova «KleiKo» di Berlino è troppo piccola, appesa al filo di una maggioranza troppo esigua. E, a quanto pare, carica di conflitti fra la Cdu del coriaceo Merz e una Spd ridotta all’osso.
