L’armonicista statunitense Billy Branch sarà fra i numerosi ospiti che animeranno l’edizione 2025 della poliedrica kermesse luganese in scena dal 10 al 27 luglio
È pieno pomeriggio a Chicago quando via Whatsapp raggiungiamo Billy Branch. Un bluesman (classe 1951) che non ha bisogno di presentazioni, e la cui caratura è chiara al più tardi quando si scopre chi sono stati i suoi maestri. In primis quel Willie Dixon che ha scritto, ispirato e plasmato gran parte della musica del Novecento. Insieme a Billy Branch c’è la compagna e moglie di una vita, Rosa, in quella che si rivelerà una conversazione attenta, profonda. Willie Branch, che del blues ha visto il massimo splendore seguito dal progressivo oblio, non è solo un musicista, ma, degno rappresentante del genere che ama più di ogni cosa, anche un attento osservatore e narratore del mondo (piuttosto ammaccato) che lo circonda.
Billy Branch, sentendo il suo nome il pensiero va al Chicago Blues. In che misura ancora si identifica con questa etichetta?
Oh, sono fiero di essere associato al Chicago Blues, poiché ha influenzato la musica di tutto il mondo. L’impatto del Chicago Blues sulla musica è stato enorme, pensiamo all’invasione rock britannica, ai Beatles, ai Rolling Stones o ai Led Zeppelin. In fondo, riflette la storia del ventesimo secolo e mi fa sentire orgoglioso di essere afroamericano, poiché il blues è la nostra musica folk.
Queste radici che si riverberano fino ai giorni nostri sono riconosciute dagli artisti che ne hanno subito l’influenza?
Vedo che nel corso di interviste e dichiarazioni la maggior parte di loro fa riferimento al Chicago Blues. Tutta la musica americana, ad eccezione di quella dei nativi, è stata influenzata dal blues.
In tutto il mondo sempre più giovani sono attratti dall’hip hop, altro fenomeno statunitense. Qual è il punto di intersezione tra l’hip hop e il blues?
Questa è una domanda curiosa, perché negli ultimi anni ho partecipato più volte a un programma chiamato proprio The Blues Hip Hop Intersection. C’è stato un momento in cui abbiamo realizzato numerosi showcase, ed è una collaborazione «facile», poiché spontanea, sebbene si tratti di due generi musicali che a livello commerciale non vengono associati spesso. Willie Dixon diceva che il blues descrive le vicende della vita; gli artisti hip hop, invece, illustrano il proprio punto di vista e cosa stanno attraversando. Ciò che non amo di certo rap è la misoginia o l’incitazione alla violenza, poiché credo che possano riverberarsi in modo dannoso sulla società. In ogni caso, sento che la collaborazione tra il blues – che è stato relegato a uno status di musica underground – e il rap sia un fenomeno con potenziale di crescita, soprattutto per i tempi in cui viviamo, in cui la gente sente il bisogno di maggiore sostanza e verità, che d’altronde sono alla base del blues. Negli USA è uscito Sinners, un film esaltato dalla critica e dal pubblico, in cui il blues gioca un ruolo importante: ciò lascia ben sperare.
Lei ha avuto l’incredibile opportunità di suonare con Willie Dixon. Domanda forse scontata, ma cosa ha significato per lei, per la sua vita?
Beh, ho avuto la fortuna di suonare per sei anni nella Willie Dixon Chicago Blues All-Stars, probabilmente una delle più memorabili esperienze della mia vita. Dixon, l’uomo che scrisse centinaia di canzoni poi riprese non solo da musicisti blues, ma anche dagli Stones, da Elvis… Sotto la sua tutela ho imparato tanto, ma soprattutto dovetti farlo in fretta, poiché ero stato chiamato a sostituire nientemeno che il leggendario armonicista Carey Bell. Attraverso Willie ho imparato il valore del blues non solo come forma musicale d’arte, ma anche come fondamentale di tutta la cultura afroamericana, cosa che lui stesso predicava e di cui andava estremamente fiero.
Non viviamo in un periodo esattamente roseo. Il blues è la musica della verità: assume dunque un significato nuovo in questo contesto?
Viviamo in tempi difficili, e in tutto il mondo la gente ha voglia e bisogno di un cambiamento. Proprio per questo, insieme a Ronnie Baker Blues, ho scritto un nuovo singolo Begging for Change (Implorando il cambiamento, Ndr). Credo che il nuovo clima politico stia contaminando il mondo intero, assistiamo alla rimozione dei diritti fondamentali di libertà e all’erosione della democrazia, per cui è importante che la gente si ribelli alla tirannia e torni a lottare per la libertà. È qui che entra in gioco il blues, poiché è come se tutto il mondo avesse il blues.
A proposito dell’importanza della consapevolezza, lei si è sempre speso in programmi educativi…
Sì, dal 1978 tengo un programma educativo che si chiama Blues in schools. Ho lavorato a fronte di scenari e capacità diversi, offrendo in tutto il mondo residenze musicali durante le quali i bambini e i ragazzi possono imparare a suonare i diversi strumenti del blues, ma anche la sua storia e i grandi standard; apprendono quindi anche come comporre e alla fine del programma hanno l’opportunità di esibirsi.
E a che punto è il blues oggi?
Il blues non è più commerciale dagli anni Cinquanta. Pensiamo a chi sono stati Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Little Walter, Sonny Boy Williamson, Chuck Berry, Bo Diddley e molti altri, delle vere star. Al giorno d’oggi i concerti blues anche negli USA sono frequentati soprattutto da persone bianche di una certa età.
Perché non afroamericani?
Credo sia difficile dare un solo motivo, ma effettivamente la comunità afroamericana non rappresenta il bacino principale dei sostenitori del blues. All’inizio degli anni 60 il blues ha cominciato a scomparire dalle radio, perché da molti reputato una musica delle classi basse, la nostra musica folk. A ciò si aggiunge un altro fattore: negli USA abbiamo assistito alla «Great Migration», che ha portato molti afroamericani a spostarsi dal Sud degli USA (Mississippi, Alabama, i luoghi dove il blues nacque) al Nord. Per molti di quei migranti il blues era stato una colonna sonora del dolore e della sofferenza, con Jim Crow e tutto il resto, per cui si preferiva ascoltare altro, come il jazz, considerato più sofisticato.
Lei è molto legato alla sua armonica: quali altri strumenti sente affini?
Sin dall’infanzia sognavo di imparare a suonare il piano e leggere le note. Ne approfittai durante il Covid, quando acquistai un’app che mi ha permesso di imparare i rudimenti! Ero affascinato e passavo ore a esercitarmi. Mi reputo fortunato, poiché ho potuto imparare a suonare dai migliori armonicisti blues, musicisti come Big Walter Horton, Carey Bell, Junior Wells e James Cotton. Con gli ultimi tre ho realizzato l’album Harp Attack, oggi considerato un classico.
E come ha imparato a suonare l’armonica?
Frequentando i club – all’epoca nei miei paraggi ce n’erano tra i venti e i trenta – e ascoltando gli artisti dal vivo. Da noi a Chicago esiste questo modo di dire, getting your head cut, they cut my head (tagliano la mia testa Ndr), usato per definire qualcuno di veramente straordinario sul palco. Anche noi, quando uscivamo a suonare, ci dicevamo che saremmo andati a «tagliare qualche testa»! Era una forma di divertimento sano. Mi avvicinai al blues solo a 17 anni, quando da LA tornai a Chicago, dove la scena era letteralmente esplosa.
E l’armonica, piccolo strumento tascabile, cosa rappresenta per lei? Quante ne possiede?
Buona domanda! L’armonica è tutta la mia vita. Non so quante ne possieda, ma so che in ogni singolo locale della mia casa ce ne sono diverse, a volte le lascio perfino in bagno! Me ne porto sempre appresso almeno una, perché camminando per strada oppure in aeroporto, mi succede di imbattermi in un gruppo o in un solista, e allora mi metto a suonare anch’io, in modo del tutto spontaneo. Recentemente mio cugino mi ha raccontato un episodio che non ricordavo: quando io avevo quattro anni, mia nonna ci regalò degli strumentini di plastica. I miei cugini ricevettero una trombetta e un flauto, che poi impararono a suonare… io ricevetti una piccola armonica! Forse, guardando indietro, era un segno del destino.
