Sud Sudan, quei villaggi itineranti pieni di virtù e imperfezioni

by Claudia
5 Maggio 2025

Suggestioni raccolte in un cattle camp, letteralmente un accampamento di bestiame, un centro pieno di vita, con i suoi (dis)equilibri tra esseri umani, un incrocio di relazioni sociali e di problematiche, come la povertà, i furti e le rivalità etniche

Da due anni in Sudan infuria la guerra, la quale vede contrapporsi le Forze armate sudanesi (Saf) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan e le milizie paramilitari di Mohamed Hamdan Dagalo  (Forze di supporto rapido o Rsf). Il conflitto ha provocato innumerevoli vittime e almeno 13 milioni di profughi: si stimano 10 milioni di sfollati interni e tre milioni di rifugiati nei Paesi vicini. Oltre la metà della popolazione è a rischio fame in quella che oggi è una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. Noi, però, andiamo un po’ più a Sud, in Sud Sudan appunto, uno Stato indipendente dal 2011, per raccontarvi uno spaccato di vita di una piccola comunità. Lontano, ma neanche troppo, da quegli orrori. Nelle grandi pianure ai lati del Nilo Bianco, nello Stato dei Laghi in Sud Sudan, nell’aria tersa del caldo torrido, si vedono macchie bianche che si spostano lentamente. Sono le grandi mandrie di vacche che pascolano. I pastori Dinka, una delle etnie principali del Paese, le accompagnano camminando al loro fianco o le sorvegliano riparandosi all’ombra di un albero. Nella loro cultura, ma in generale in tutto il Sud Sudan, le vacche hanno un ruolo di primo piano e il possesso di un gran numero di animali rappresenta un vero e proprio status symbol.

Dalle prime luci del mattino, fino al tramonto, questi immensi gruppi di bestiame invadono gli spazi verdi o si radunano intorno a grandi pozze di acqua. I pastori le guardano con soddisfazione sapendo che quei bovini sono la loro ricchezza, il rifugio su cui contare in caso di necessità, la forza della loro famiglia e il rispetto della tribù. Quando il sole inizia a scendere, la temperatura inizia a farsi un po’ più accettabile e i raggi tendono dal giallo all’arancione, i pastori e le vacche riprendono la strada del ritorno, verso quello che non è una semplice stalla o recinto, ma un vero e proprio paese viaggiante. Il cattle camp, ovvero il campo del bestiame. Detto così, può sembrare solo un punto dove i pastori si ritrovano con le vacche dopo il pascolo. Invece no, il cattle camp è un vero e proprio villaggio itinerante, che segue le transumanze delle mandrie da un pascolo all’altro, da una regione all’altra.

«Nel cattle camp ritrovi tutti i pregi e i difetti della nostra società. Ritrovi la storia e la cultura, le relazioni sociali, i ruoli e le gerarchie. Insomma un piccolo mondo che rappresenta molto bene il Sud Sudan». Esordisce così John, un giovane alto e nerboruto, anche lui figlio di pastori Dinka, nato e cresciuto in un campo di bestiame. Ha fatto il pastore da piccolo ma ha avuto anche la possibilità di studiare. E oggi è un commerciate di Mingkaman, cittadina dalle strade polverose, tre ore a nord della capitale Juba e fino a qualche anno fa un centro di raccolta per rifugiati interni che fuggivano dalla guerra civile. Il Sud Sudan è «il Paese più giovane» dell’Africa. Nato nel luglio del 2011 dopo una lunga e sanguinosa guerra di separazione dal Sudan, ha conosciuto un breve periodo di pace. Solo due anni dopo, nel 2013, scoppia una guerra civile tra il presidente di etnia Dinka Salva Kiir e il suo vice, di etnia Nuer Riek Machar. Una guerra civile per la conquista del potere e che dura fino al 2018, quando finalmente e faticosamente si raggiungono degli accordi di pace che, come in un gioco dell’oca o in uno scherzo del destino, rivedono di nuovo nelle stesse posizioni il presidente Kiir e il suo vice Machar. «Le etnie Dinka e Nuer, le principali del Paese, non si sono mai guardate con affetto. E la convivenza non è mai stata facile», continua dirmi John alla ricerca disperata di un po’ di fresco mentre è seduto all’ombra del suo negozio di vestiti made in China. Per poi aggiungere: «Se vuoi capire il Sud Sudan, la sua gente e il modo di pensare, devi andare in un cattle camp». E per capirlo al meglio bisogna andare alla fine della giornata, quando la luce è più tenue e il fumo dei fuochi riempie l’aria. È il momento in cui si socializza e dove gli anziani raccontano storie di cultura e coraggio ai bambini. Gli uomini delle varie famiglie si radunano in gruppi e parlano delle mucche, di affari e in quali pascoli andare il giorno dopo. Mentre le donne sono intente a cucinare.

I giovani pastori si prendono cura del bestiame, legano i bovini ai pali piantati nel terreno. È un vociare continuo fino all’arrivo del buio. E se c’è chi torna nelle tende per riposarsi, altri invece montano di guardia, armati di kalashnikov nei punti strategici del campo. «La paura del furto è sempre presente, bisogna difendere il bestiame a tutti i costi. Rubare vacche è una pratica storica, un giovane per entrare nel mondo adulto deve rubare una vacca, ma negli ultimi anni i grandi furti sono aumentati a dismisura» dice Mabior, un pastore 50enne, alto come da tradizione Dinka, corpulento, mani grandi e occhi vispi, un sorriso sincero gli riempie il viso insieme a due cicatrici tribali sulla fronte che lo rendono ancora più autoritario. «Sono altri pastori, soprattutto di etnia Nuer, che cercano di rubare le vacche e di conseguenza gli scontri a fuoco sono frequenti. A volte ci sono anche dei morti. Oppure sono pastori poveri della zona, che hanno bisogno di vacche per iniziare la loro mandria» mi dice mentre guarda oltre il buio, attento ad ogni rumore. E dalle sue parole si ripropone l’antica faida e che contrappone le etnie del Paese.

Come anni prima ha contrapposto il presidente e il suo vice. La polizia cerca di arginare questa violenza, il Governo ha anche promulgato una legge sul disarmo, che coinvolgeva ex soldati e pastori, ma con poco successo. Le armi nei cattle camp ci sono «ma le usiamo solo per difenderci, mai per attaccare» continua ancora Mabior. La mattina, con i primi raggi del sole il microcosmo del cattle camp riprende vita. Nell’aria il suono dei muggiti delle vacche e l’odore acre del fumo dei fuochi. I pastori iniziano a preparare le mandrie per condurle verso le aree di pascolo o stagni dove possono bere. Le donne, invece, sono relegate al ruolo di mungitura delle vacche per preparare il latte fermentato, accudire i figli, prendersi cura della pulizia del campo, essiccare il letame per poi usarlo come combustibile. Il Sud Sudan è una società di forte connotazione maschilista e anche qui, nel campo di bestiame, le donne continuano ad avere un ruolo subalterno all’uomo. Prima di incamminarsi verso le distese erbose, i pastori si cospargono il corpo di cenere ed argilla, un rituale simbolico, che permette di distinguerli come pastori ed ha anche un valore pratico, perché questa mistura li protegge dai raggi del sole e dagli insetti. Mabior, il mio Cicerone nel cattle camp, prova anche a darmi una lezione sulle varie razze di vacche e tori: «Quel toro lì, bianco pezzato di nero, si chiama Majok, mentre quello bianco macchiato di nero è razza Makur. Mentre per le vacche usiamo gli stessi nomi ma togliamo la m». Non mi è molto chiaro il tutto, ma capisco quanto sia importante per loro, perché ogni vacca ha caratteristiche uniche e diverso valore commerciale.

In Sud Sudan avere un folto gruppo di bestiame oltre ad un alto prestigio vuol dire anche un alto valore economico. Non credo che sia tanto sbagliato dire che per i pastori Dinka il bestiame è come il conto in banca nei Paesi occidentali. Ma il ruolo dei pastori e delle mandrie è anche una forma di resilienza in una società che si sta modernizzando. Sono un’ancora che ti lega alla cultura e alla tradizione. Sono la storia di un popolo che non vuole essere dimenticata. Ed anche se alcuni giovani lasciano il cattle camp per trasferirsi in città, il legame con la storia del proprio popolo non viene mai interrotto: «Se nasci pastore non puoi dimenticarlo, non ti puoi allontanare dalle tradizioni – spiega Mabior – è nel tuo sangue, fa parte di te. I Dinka che vivono da anni in capitale a Juba o in altre cittadine, anche se ora fanno un altro lavoro, ti assicuro che ogni volta che vedono una vacca la guardano e la valutano. E ogni volta che tornano nel cattle camp si immergono nella sua vita e respirano la sua energia, come se non se ne fossero mai andati».

Tra siccità e alluvioni, quando il clima diventa un problema

A mettere in pericolo la cultura dei cattle camp non è solo la scelta di alcuni di andare a vivere in città, ma sono anche i cambiamenti climatici. Soprattutto due fattori: il primo è rappresentato dai lunghi periodi di siccità che costringono i pastori ad andare sempre più lontano per cercare pascoli e acqua per il bestiame. Questo aumenta i rischi di conflitti con le altre comunità di diversi pastori e rappresenta una minaccia per la sicurezza e la stabilità del Paese. Questi scontri legati all’accesso alle risorse come acqua e pascoli, alle rivalità etniche e al furto di bestiame hanno conseguenza profonde sulle comunità di pastori. Il secondo fattore sono le alluvioni causate dalle piogge torrenziali. Alluvioni che distruggono gli insediamenti e uccidono il bestiame e costringono i pastori e le loro famiglie a spostarsi in zone meno sicure o addirittura a diventare profughi interni. Cambiamenti climatici che portano a instabilità sociale, vulnerabilità economica, rischio di conflitti. «Tre problematiche che, se guardi bene, puoi ritrovare in tutto il Sud Sudan», sentenzia Mabior seduto nella grande capanna circolare al centro del recinto. Si guarda la punta dei piedi, caccia via una mosca dal braccio per poi alzare lo sguardo verso il figlio più piccolo che dorme in un angolo.

Poi aggiunge: «I cattle camp non sono solo tradizione e cultura, ma un sistema di vita che garantisce sopravvivenza a milioni di persone». In un Paese come il Sud Sudan dove scherzando, ma non troppo, si dice che ci sono più vacche che esseri umani, il cattle camp è un centro pieno di vita, con i suoi equilibri tra esseri umani, un incrocio di relazioni sociali e di problematiche, uno specchio della società nel bene e nel male. E al centro di tutto il forte legame tra il bestiame e la tribù. Perché queste mandrie sono il pilastro di questi pastori e delle loro famiglie. Se non hai le vacche non hai cibo, se non hai le vacche non ti puoi sposare, se non ti sposi non puoi avere figli e se non hai discendenti, qui, in queste pianure dove scorre maestoso il Nilo Bianco, vuol dire la fine fisica e spirituale della famiglia. Come tutti i giorni, al tramonto i pastori rientrano al campo che si anima come una piazza di paese la domenica mattina. Si discute ancora di vacche, pascoli e affari. A tenere banco però è la proposta di matrimonio che è stata fatta da uno di loro ad una giovane donna: come da tradizione ha offerto delle vacche alla famiglia di lei come pegno per averla in moglie. Ma questa volta il numero di bestiame è alto: 120 bovini. Mi guardo intorno, osservo dei giovani vestiti a festa che si preparano per andare a Yirol, piccola cittadina a circa un chilometro dal campo, bambini che corrono tra gli animali, donne che cucinano sui fuochi. I cattle camp sono davvero un mondo antico, dove il modo di vivere ricorda quello degli avi. Con tutte le loro virtù e imperfezioni rappresentano un pilastro della cultura Dinka e del Sud Sudan.