Il film dedicato alla straordinaria carriera di Bob Dylan è solo l’ultimo di una lunga e fortunata serie
A Complete Unknown, un perfetto sconosciuto. Il film biografico sull’ascesa al successo di Bob Dylan ha come titolo un verso di Like a Rolling Stone, una delle sue canzoni più celebri. Il brano in realtà era rivolto a una ragazza viziata e non aveva riferimenti autobiografici, ma quell’espressione ben si riferisce agli esordi di Robert Zimmerman, arrivato a New York con una chitarra e tanti sogni e destinato a diventare, con un nome preso in prestito dal poeta Dylan Thomas e forse suo malgrado, voce di una generazione.
Nella finzione cinematografica diretta da James Mangold, Dylan ha il volto dell’attore Timothée Chalamet, anch’egli un’icona generazionale. Nonostante Dylan non sia mai stato un artista particolarmente affezionato alla fama, la sua biografia al cinema ha avuto un successo oltre le previsioni e A Complete Unknown non solo sta raggiungendo i cento milioni di dollari di incasso nel mondo, ma ha ottenuto ben otto candidature all’Oscar.
La storia degli esordi del menestrello del Minnesota e della sua controversa, ma epocale svolta verso il rock è sicuramente unica e degna di un trattamento hollywoodiano. Al trionfo del film ha però contribuito anche la crescente passione che il pubblico sta dimostrando per quelli biografici dedicati ai protagonisti della musica, i cosiddetti biopic.
La storia delle star del mondo della canzone è in realtà da sempre materiale pregiato per gli sceneggiatori. Le loro carriere sono scandite da inizi difficili, successi travolgenti, scandali imbarazzanti, rovinose cadute e, in qualche caso, grandi ritorni. Il tutto, ovviamente, accompagnato dalla musica, che riesce a essere anima della rappresentazione e valore aggiunto della messa in scena.
Così è stato per Bohemian Rhapsody, celebrazione dell’epopea dei Queen, dagli esordi fino all’apoteosi della loro esibizione a Live Aid. La pellicola del 2018 diretta da Bryan Singer è stata un vero apice per il genere, diventando il film biografico con il maggior incasso mai registrato. Da tempo si parla di un possibile sequel, preannunciato dal chitarrista della band Brian May, tuttavia i tempi di realizzazione sono ancora ignoti.
L’attesa è quasi finita per Deliver Me from Nowhere che porterà sullo schermo un altro gigante della musica, Bruce Springsteen. Il film è scritto e diretto da Scott Cooper e ha come interprete nel ruolo del Boss Jeremy Allen White (protagonista della serie The Bear).
Bisognerà invece aspettare fino al 2027 per il kolossal biografico sui Beatles a cui sta lavorando il regista Sam Mendes. Per la band più importante della storia del rock si è voluto esagerare: l’avventura dei Fab Four verrà raccontata in ben quattro film, non in sequenza, ma realizzati secondo il punto di vista di ognuno dei protagonisti. Più che una tetralogia, un quadro visto da quattro punti cardinali. Paul, John, George e Ringo avranno così tutti un loro biopic.
Attenzione però a non strafare. È quello che è accaduto a Robbie Williams al centro di una delle più curiose, ma sfortunate operazioni biografico-cinematografiche. Il film a lui dedicato, e a cui l’ex Take That ha partecipato direttamente, è Better Man, costosissima ricostruzione di una vita musicale tra eccessi e continui ritorni e riconciliazioni.
L’originalità del film sta nel fatto che nei panni di Williams non compare un attore, bensì una scimmia realizzata in computer graphic. Una trovata forse rivoluzionaria, ma che il pubblico non ha apprezzato. Gli incassi del film, uscito nel periodo natalizio, sono stati irrisori rispetto a un costo di produzione di 110 milioni di dollari.
Uno scivolone per un genere che negli ultimi anni ha inanellato successi a ripetizione. Basti pensare a Rocketman, basato sulla vita di Elton John o a Straight Outta Compton, la tempestosa storia del gruppo gangsta-rap losangelino N.W.A.: entrambe le pellicole hanno incassato più di 200 milioni di dollari.
Ancora meglio ha fatto Elvis del 2022, scatenata rappresentazione della carriera del re del rock’n’roll diretta da Baz Luhrmann che ha sfiorato i 300 milioni al box office. Ha avuto un ottimo successo anche One Love, la storia di Bob Marley firmata dal regista Reinaldo Marcus Green. Il film è stato bocciato dai critici e da molti fan del padre del reggae, ma è stato tra i più visti del 2024.
La fortuna del filone ha creato inevitabilmente una serie di produzioni dedicate alla musica italiana. Recentissimo è il clamoroso seguito, forse a sorpresa, della serie tv Hanno ucciso l’Uomo Ragno che racconta il successo per caso del duo di Pavia 883.
Da riscoprire Io sono Mia, film del 2019 che rievoca la classe e il dramma umano di Mia Martini. In molti hanno storto il naso di fronte a Sei nell’anima, produzione Netflix un po’ troppo anestetizzata sulla storia di Gianna Nannini e Fabrizio De André – Principe libero, film (poi diventato una serie) in cui Luca Marinelli interpreta con una imperdonabile cadenza romana il cantautore genovese. Ma il successo dei biopic musicali dovrebbe essere l’occasione per recuperare qualche titolo del passato.
Chi ha amato A Complete Unknown deve vedere Questa terra è la mia terra del ’76 del regista Hal Ashby, premiato con l’Oscar per la fotografia. È la storia di Woody Guthrie, qui interpretato da David Carradine. Ray del 2004 di Taylor Hackford è valso un Oscar come miglior attore a Jamie Foxx nei panni di Ray Charles. Dennis Quaid è l’irrefrenabile pioniere del rock Jerry Lee Lewis nel riuscitissimo Great Balls of Fire! del 1989. Solo per l’interpretazione di Diana Ross nei panni di Billie Holiday merita la visione Lady Sings the Blues, film datato 1972.
Grandi interpretazioni anche quelle di Angela Bassett nel ruolo di Tina Turner in What’s Love Got to Do With It? del ’93 e di Joaquin Phoenix negli abiti country di Johnny Cash in Walk the Line del 2005.
Non sempre i migliori biopic raccontano star di prima grandezza. È il caso di La Bamba che nel 1987 riscoprì la meteora Richie Valens, oppure Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, ispirato al dimenticato cantautore newyorkese Dave Van Ronk o Sex & Drugs & Rock & Roll del 2010 in cui uno strepitoso Andy Serkis è il tormentato punk rocker inglese Ian Dury.
L’era del punk ha regalato due tra i migliori titoli del genere. Control del 2007 è il debutto cinematografico alla regia del fotografo Anton Corbijn, sulla breve vita di un artista che egli stesso contribuì a rendere celebre, Ian Curtis dei Joy Division.
Sid & Nancy di Alex Cox del 1986 racconta l’autodistruzione dell’antieroe punk Sid Vicious, ma va visto soprattutto perché segna l’esordio da protagonista di uno dei più camaleontici attori del cinema di oggi, Gary Oldman.
