L’archeologia postmoderna degli esploratori urbani

by Claudia
3 Marzo 2025

Sebbene sia fin troppo facile imporre una connotazione negativa a qualsiasi fenomeno di cultura popolare direttamente riconducibile alla diffusione dei social network, ci sono casi in cui le tendenze in questione sono davvero meritevoli di genuino interesse, in quanto rivelatrici di pulsioni antropologiche quantomeno intriganti.

Uno dei casi forse più rappresentativi è quello del cosiddetto «Urbex», termine che sta per urban exploration, ovvero «esplorazione urbana» — in poche parole, l’abitudine, per alcuni una vera e propria missione, di intrufolarsi in case ed edifici abbandonati per documentarne l’interno prima che questi vengano svuotati o demoliti; un’attività che vede tali sortite prendere la forma di postmoderne spedizioni archeologiche, in cui i valorosi esploratori portano alla luce, in modo perlopiù inaspettato, testimonianze materiali della storia di chi ha abitato quei luoghi, spesso lasciandosi ogni cosa alle spalle.

Gli stabili abbandonati divengono così una sorta di capsula temporale contenente un sunto dell’intera vita degli abitanti di un tempo, a noi disvelata tramite vecchie fotografie, oggetti personali di ogni tipo e veri e propri «reperti» del passaggio di chi sembra, in effetti, svanito nel nulla; per non parlare dei casi più drammatici, in cui si rinvengono prove concrete di antichi delitti, o indizi che mostrano inequivocabilmente come qualcosa di grave sia avvenuto tra quelle mura ormai neglette.

Del resto, ben lungi dall’essere semplici ficcanaso, i veri esploratori urbani seguono un’etica professionale dalle ferree regole — su tutte, quella di non sottrarre nulla dai luoghi visitati, e non lasciare alcuna traccia del proprio passaggio, «se non le impronte sul terreno». L’unica attività collaterale consiste infatti nel filmare tutto quanto ci si trovi davanti, così da farne ricercatissimi video reportage, postati sui vari social network per la gioia degli appassionati del genere — i quali fanno la fortuna di molti esploratori, ormai assurti a status quasi mitico.

E dal momento che i professionisti dell’Urbex condannano qualsiasi forma di vandalismo, la «cerca del Graal» consiste, infine, nel rinvenire luoghi il più incontaminati possibile, non ancora intaccati dal passaggio di ladri o malintenzionati, così da poter godere a fondo delle atmosfere di un tempo. Come nel caso degli innumerevoli edifici pubblici che ancora custodiscono al loro interno, alla stregua di scrigni vagamente ammuffiti, documenti e archivi di ogni tipo, quasi chi li occupava fosse fuggito frettolosamente per non fare mai più ritorno.

Ecco quindi come quest’attività, che porta i suoi devoti a rischiare ogni tipo di conseguenza (dall’arresto per violazione di proprietà, fino a incidenti più o meno gravi all’interno di strutture pericolanti) assume un’accezione romantica, caratterizzata da momenti a tratti strazianti, che ne fanno una metafora del vivere quotidiano — dell’impermanenza e natura effimera del nostro passaggio su questa terra, nonché del fatto che siamo venuti al mondo senza possedere nulla, e, allo stesso modo, nulla porteremo con noi al momento di andarcene.

Il che fa pensare come, al di là dell’effetto pittoresco di tali incursioni, l’innegabile richiamo esercitato dall’esplorazione urbana poggi, in realtà, su ben altre motivazioni — su tutte, lo struggimento che risulta dal rendersi conto della propria mortalità e, soprattutto, di una dura verità: ovvero, di come tutti i beni materiali che tanto duramente ci siamo impegnati ad accumulare nella nostra vita non conteranno assolutamente nulla dopo la nostra dipartita. Perché, come i video degli esploratori mostrano anche troppo chiaramente, perfino le abitazioni in cui abbiamo vissuto diverranno semplicemente vestigia della nostra storia — resti a cui, il più delle volte, nemmeno i discendenti saranno interessati.

Un dettaglio che, per quanto doloroso, ci spinge a riflettere su come sia più che mai indispensabile, per noi tutti, riuscire a lasciarsi alle spalle anche qualcosa di meno concreto, eppure ben più imprescindibile: in fondo, nulla di più di tutti gli immateriali e vitali aneliti emotivi grazie ai quali possiamo ancora, nonostante tutto, definirci umani.