I segnali di allarme che ci mandano le tartarughe

by Claudia
11 Novembre 2024

La Fondazione Cetacea di Riccione salva e cura esemplari di Caretta caretta feriti o malati, un luogo aperto a tutti che ci ricorda le nostre responsabilità nei confronti degli animali marini

«La tartaruga non è un guardiano del mare ma un segnalatore delle problematiche del mare», inizia così la chiacchierata con Sauro Pari, Direttore della Fondazione Cetacea di Riccione, una onlus che si occupa della salvaguardia e del benessere delle tartarughe marine. Perché la Riviera Romagnola non è solo mare e divertimento per le famiglie, ma anche un osservatorio e un avamposto per la cura delle tartarughe e per la salute dell’Adriatico. Pari è un 70enne distinto, capelli bianchi e sguardo profondo, un amore immenso per il pianeta e in particolare per le tartarughe. Perché questo animale marino, uno dei più antichi del pianeta, con il suo comportamento e stile di vita ci dice in maniera lampante cosa sta succedendo nei nostri mari, nello specifico nell’Adriatico, e quali sono le minacce che ne mettono a rischio la sopravvivenza.

La tartaruga comune il cui nome scientifico è Caretta caretta è sempre stata presente nel Mediterraneo e ha sempre usato le sue coste sabbiose per deporre le uova. Ma i cambiamenti climatici e l’impatto dell’uomo stanno creando un ambiente sempre più ostile per la tartaruga marina. «L’uomo sta creando danni all’ambiente marino – continua il dott. Pari – e le faccio subito un esempio: prima le tartarughe nidificavano sulle coste del Nord Africa e delle isole più a sud dell’Italia, come Lampedusa, Linosa, il sud della Sicilia e della Calabria perché lì i mari avevano la temperatura ideale per vivere e le spiagge la temperatura giusta per deporre le uova. Da qualche anno si sono spostate verso il centro Italia a causa del riscaldamento delle acque, che si percepisce ancora di più nel Mediterraneo che è un mare con pochi sbocchi, lo Stretto di Gibilterra verso l’Oceano Atlantico e il Canale di Suez verso il Mar Rosso, un riscaldamento globale causato dai cambiamenti climatici che ha portato ad un innalzamento della temperatura dell’acqua e soprattutto della sabbia».

Questo è il primo segnale che ci mandano le tartarughe, un segnale pericoloso e che dovrebbe farci riflettere. Perché le tartarughe nidificano a una temperatura tra i 24 e i 32 gradi e sotto a questo range le tartarughine non nascono e sopra invece muoiono. E se per noi, l’aumento di 2 gradi non comporta gravi cambiamenti nell’immediato, per questo rettile diventa un fattore di vita o di morte. E a chi nega le prove mostrate dagli scienziati sui cambiamenti climatici ecco che arriva l’istinto animale a confermare quello che gli scienziati, appunto, stanno dicendo da anni. Sauro Pari parla con amore delle tartarughe e tutti qui alla Fondazione Cetacea di Riccione si prodigano in mille modi per salvare la vita alle tartarughe. Le chiamano per nome, le coccolano, le viziano. Quest’estate ne sono state liberate più di 30 dopo essere state curate.

La Fondazione è un luogo aperto a tutti e così non è difficile trovare una scolaresca in visita, soprattutto bambini di elementari e medie a cui si trasmette, attraverso esempi, racconti e la conoscenza dal vivo delle tartarughe, il rispetto per la natura e l’amore per gli animali. Ed è qui, in mezzo alla visita della scolaresca che sento un altro motivo per cui le tartarughe sono un segnalatore dello stato dei mari: l’inquinamento da plastica. Uno dei motivi per cui vengono ricoverate in questo ospedale le tartarughe è per aver ingerito delle buste di plastica, che loro scambiano per meduse che sono uno dei loro alimenti principali. «Ingoiare sacchetti di plastica, mi spiega Pari, provoca rischi di soffocamento e blocchi intestinali che a lungo termine possono condurre alla morte. E la percentuale di tartarughe che ha ingerito plastica è altissima».

Questo a conferma che nel Mediterraneo finiscono enormi quantitativi di plastica: si stima circa almeno 200.000 tonnellate e secondo il WWF in un rapporto del luglio 2024, il Mare Nostrum contiene una delle più alte concentrazioni al mondo di microplastiche (la plastica che nel tempo non si decompone ma si frantuma). «Questi 20 anni con le tartarughe mi hanno insegnato tanto, mi spiega Pari mentre guarda con orgoglio le sue amiche marine. Mi hanno insegnato che il quadro dei nostri mari è drammatico e che il modello di sviluppo deve assolutamente cambiare». Si gratta la fronte, si contorce le dita e poi riprende: «Le tartarughe, insieme ad altri animali marini come i delfini o gli squali, ci stanno mandando dei messaggi, ci stanno dicendo dove stiamo sbagliano e quali sono le conseguenze dei nostri errori. Ed è nostro dovere non sottovalutare questi avvisi». La tartaruga è all’apice della catena alimentare e se mancano i grossi predatori, come la tartaruga, saltano gli equilibri dell’ecosistema marino. E il rischio che spariscano è davvero alto. Oltre ai cambiamenti climatici e all’inquinamento, l’uomo ci ha messo direttamente del suo anche con la caccia e l’urbanizzazione delle spiagge. E se la caccia fortunatamente è stata vietata in quasi tutto il mondo, urbanizzazione, turismo ed erosione delle spiagge provocano danni ingenti proprio lì dove la tartaruga può nidificare. «Su 100 uova di tartaruga deposte solo poche arrivano a maturità. Il 40% muore durante il tragitto dal nido al mare e le altre durante il primo anno di vita per colpa dell’uomo e dei danni che ha provocato nel mare – si ferma un attimo per poi riprendere – ogni anno vengono uccise dalle 7000 alle 10000 tartarughe solo nell’Adriatico». E mentre Pari mi dice questa cosa si sente dal tono della voce la sua sofferenza.

Ma l’uomo non si ferma solo a questo nella responsabilità che ha verso le tartarughe. Me lo spiega molto bene la dottoressa Maria Grazia Mungherli, specialista in rettili e fisioterapista su animali con problemi motori e neurologici. Mentre siamo sul bordo di una vasca mi indica Stella, una tartaruga di circa 10 anni che ora nuota tranquilla e serena, ma che ha avuto un periodo non facile. «Lei è stata portata qui dopo che era stata colpita dall’elica di un’imbarcazione. Un trauma fortissimo sul carapace, che le ha provocato lesioni interne e uno schiacciamento sulla testa. Non riusciva più a nuotare». Ma grazie alle cure di Maria Grazia e alle lunghe sedute di fisioterapia oggi Stella ha ripreso a nuotare, si muove con disinvoltura nell’acqua e l’incidente sembra solo un lontano ricordo. Ancora un paio di mesi e poi anche lei verrà rilasciata in mare. Le collisioni tra imbarcazioni e tartarughe marine sono molto frequenti, soprattutto quando le tartarughe risalgono in superficie per respirare. Le eliche causano ferite gravi e a volte mortali. E l’aumento delle rotte commerciali e marittime, così come delle imbarcazioni private, amplificano questo rischio.