Malgrado il clima da guerra fredda siamo lontani da un vero divorzio tra le due maggiori economie del pianeta, ecco perché
La «tregua» siglata da Joe Biden e Xi Jinping al loro summit di San Francisco è una delle rare buone notizie, in un mondo infiammato da due guerre tremende e da tensioni geopolitiche crescenti. Cosa c’è dietro il buon esito di quel summit tra le due superpotenze? È vero disgelo o solo una pausa prima che emergano nuove occasioni di tensioni? La prima lezione di quell’incontro è che, malgrado il clima da guerra fredda, siamo ancora ben lontani da un vero «decoupling» o divorzio tra le due maggiori economie del pianeta. Capire perché è una chiave di lettura dei loro rapporti. L’economia cinese cresce quanto o più di quella americana; rimane la potenza produttiva numero uno al mondo e quest’anno la sua industria automobilistica ha superato quella giapponese. In mezzo ai tanti problemi che attraversa – spesso provocati o aggravati dagli errori di Xi Jinping – non bisogna perdere d’occhio la stazza raggiunta dalla Cina e le tante risorse che conserva intatte. Questo spiega, per esempio, perché il Gotha del capitalismo americano è accorso alla cena in onore di Xi Jinping che si è tenuta a San Francisco durante quel vertice Asia-Pacifico (costo della partecipazione a quella cena, fino a un massimo di 40’000 dollari a testa).
Lo spettacolo dei più celebri chief executive americani accorsi a omaggiare un leader comunista che non li ama affatto suggerisce di tenere i piedi per terra. Troppo spesso si sono lette delle analisi che trattano la gara America-Cina come un Gran premio di Formula 1, con la telecronaca diretta di chi è passato in testa e un vincitore al traguardo, proclamato in poco tempo. È stato ricordato che qualche tempo fa la Cina sembrava la grande vincitrice nella gestione della pandemia e nella ripresa post-Covid, mentre oggi perde colpi: crisi dell’export, alta disoccupazione giovanile, collasso immobiliare. Viceversa l’America di Joe Biden, che sembrava una sicura candidata alla recessione un anno fa, invece sta continuando a crescere bene, ha un mercato del lavoro sempre vicino alla piena occupazione, ha perfino ridotto le diseguaglianze, ha vinto la corsa ai vaccini anti-Covid ed è in testa in quella per l’intelligenza artificiale.
Tutto vero, però per capire i rapporti di forze nel mondo reale ci vogliono sfumature, senso della realtà, cautela, non pagelle o classifiche da campionato. I capitalisti americani che sono accorsi a quella cena sanno che la Repubblica Popolare – nei loro portafogli d’investimenti finanziari o nelle mappe globali delle loro fabbriche o nella distribuzione delle loro vendite – è destinata probabilmente a perdere peso nel nuovo scenario geopolitico di crescente antagonismo tra le superpotenze. Ma «perdere peso» è un concetto relativo, si applica in modi e quantità diversi a seconda dei settori e delle aziende; inoltre «perdere peso» non significa scomparire, diventare irrilevante. Quando si fanno i paragoni tra la buona crescita economica americana e la deludente crescita cinese bisogna anche tenere presente che i numeri sono influenzati dal fatto che l’America ha un Pil gonfiato dall’inflazione (cosa che vale per i redditi delle sue aziende o dei suoi lavoratori), la Cina ha un Pil che al contrario viene ridimensionato dalla deflazione e dalla svalutazione della moneta nazionale, il renminbi. La Repubblica Popolare è certamente in una fase difficile, ha dovuto dire addio alla turbo-crescita del suo ventennio dorato: dal 1980 al 2012 i suoi tassi di crescita del Pil furono in media del 10% all’anno (e ricordo bene l’euforia regnante perché coincise con gli anni in cui ho vissuto a Pechino). Oggi il Fondo monetario le assegna una crescita media annua del 3,9% nel prossimo quinquennio, e può darsi che si riveli una stima ottimistica. È meno della metà rispetto ai bei tempi andati, ma comunque non è male. Una parte delle difficoltà che conosce la Cina devono indurci a riflettere su uno stereotipo tenace e ingannevole: la favola La cicala e la formica di Esopo. Ovvero il risparmio come virtù e il consumismo come peccato. Applicato ai singoli individui può anche essere vero, esteso alle Nazioni no.
I Paesi che risparmiano – e quindi investono – troppo, anzitutto riescono a crescere solo se il resto del mondo compra i loro prodotti (visto che i consumi interni sono tenuti molto bassi), cosa che può verificarsi oppure no. Una crescita trainata dalle esportazioni è dipendente dalla buona salute economica del resto del mondo e dall’apertura delle frontiere altrui. Inoltre l’eccesso di investimento genera a sua volta delle patologie. Lo si è visto nel caso del Giappone negli anni Ottanta e ora lo si vede in Cina: i consumi cinesi sono solo il 37% del Pil, sono stati sacrificati agli investimenti, e questi ultimi hanno creato un ingorgo di capacità in molti settori, dalle infrastrutture all’edilizia, alle stesse fabbriche. Uno dei problemi che ha la Repubblica Popolare oggi è come smaltire questi eccessi, non meno dannosi e pericolosi rispetto agli eccessi del consumismo (che tipicamente associamo all’America, dove i consumi delle famiglie raggiungono il 68% del Pil).
Spesso le Nazioni formiche hanno qualche modello culturale che accompagna la compressione dei consumi. Nel caso della Cina il neo-comunismo di Xi Jinping è apertamente ostile al consumismo individuale che considera una patologia dell’Occidente decadente. Se a questo si aggiunge l’ostilità verso gli imprenditori privati, si arriva a spiegare in parte quel rallentamento della crescita che secondo alcune stime ha cancellato mille miliardi di dollari di ricchezza nell’era di Xi Jinping. Vi ha contribuito pure la caduta degli investimenti esteri verso la Cina: nel 2022 ha ricevuto il 60% di capitali esteri in meno rispetto al 2015 (nello stesso periodo accadeva il contrario negli Stati Uniti dove gli investimenti dall’estero crescevano del 43%). Anche l’evidente antagonismo geopolitico di Xi nei confronti dell’Occidente è una scelta ideologica costosa. In uno scenario simulato dal Fondo monetario internazionale in cui il mondo si divide per blocchi, e le mappe della nuova globalizzazione coincidono sempre più con le fratture geopolitiche ed ideologiche est-ovest, la Cina va a perderci il 4% del suo Pil in un decennio mentre l’America solo lo 0,3%. Questo perché il blocco occidentale rimane tuttora il più ricco.
La simulazione di cui sopra però va presa con cautela, perché non è affatto chiaro che l’Occidente voglia e possa ridurre in modo molto sostanziale i suoi legami economici con la Cina. Prendiamo un settore considerato strategico, i semiconduttori: per i quali l’America di Biden sfodera una generosa politica industriale e sovvenziona la costruzione di fabbriche sul proprio suolo, inoltre applica una sorta di embargo per limitare le vendite di microchip molto avanzati a Pechino. Ciononostante, nelle fasce medio-basse di semiconduttori, largamente usate dalle economie occidentali per prodotti maturi come l’auto e gli elettrodomestici, la nostra dipendenza dalla Cina rischia addirittura di crescere: si stima che la sua quota della produzione mondiale possa raggiungere il 42% entro il 2026. Nella cantieristica navale metà della capacità produttiva mondiale è in Cina. L’elenco può continuare. Quando si parla di «de-risking», cioè riduzione del rischio di essere troppo dipendenti dalla Cina, oppure di «friend-shoring» cioè rilocalizzazione di attività produttive verso Paesi più amichevoli, si descrive un mix di aspirazioni, obiettivi strategici e processi di adattamento già in corso da parte di molte Nazioni e aziende: ma nulla di tutto ciò accade alla velocità della luce, né significa che trent’anni di corposi legami con la Cina si possano volatilizzare.
