I Bnei Menashe stanno con Tel Aviv
La notizia è di quelle che non arrivano sui giornali internazionali e, per quanto sembri curioso, nemmeno su quelli indiani. Di recente il «Jerusalem Post», quotidiano israeliano, riportava: «Più di 200 ebrei indiani, membri della comunità Bnei Menashe, dopo il massacro del 7 ottobre sono stati chiamati per il servizio di riserva o per il servizio di combattimento attivo (…) Settantacinque dei recenti immigrati dall’India si sono arruolati in unità di combattimento, mentre 140 sono stati chiamati per il servizio di riserva in Israele (…) Il 99% degli uomini in età militare immigrati dall’India si è unito alla lotta di Israele contro il gruppo terroristico di Hamas, mentre il 90% delle donne si è iscritto al servizio nazionale».
Sembra un film ma è una storia vera. La storia di qualche migliaia di donne, uomini e bambini della tribù dei Bnei Menashe che vivono in India, nello Stato del Mizoram. Una tribù con consuetudini e costumi un po’ diversi dalle altre, che si tramanda da secoli il racconto di quando i padri dei loro padri attraversarono la Persia, l’Afghanistan, la Cina e il Tibet prima di approdare e stabilirsi, finalmente, in Mizoram. Che è uno degli Stati del nord-est indiano, zona dai primi anni settanta in cui per tradizione i missionari cristiani hanno trovato terreno fertile tra i tribali animisti. Succede così che, proprio negli anni settanta, una Bibbia, portata dai pentecostali viene tradotta in Mizo. E che i Bnei Menashe cominciano a notare similitudini sorprendenti, troppe similitudini per poter essere casuali, tra le loro tradizioni e la cultura e le tradizioni ebraiche. Uno studioso appartenente alla tribù, Zaithanchuungi, comincia così una febbrile attività di ricerca, i cui risultati vengono presentati nel 1981 nel corso di vari seminari di studio a Israele: i Bnei Menashe sarebbero una delle dieci tribù perdute di Israele, discendenti da Menashe, figlio di Giuseppe. Aiutati da varie organizzazioni israeliane, ottocento Bnei Menashe emigrano in Israele. Le autorità israeliane, però, nel 2003, bloccano la concessione dei visti, sostenendo che non si tratta di veri ebrei. I Bnei Menashe non si arrendono e continuano testardamente a perseguire il sogno di emigrare finalmente nella terra promessa, la terra dei loro padri. Fino a che nel 2005 un rabbino sefardita, Shlomo Amar, si reca in Mizoram e questa volta, dopo approfondite analisi, certifica che si tratta davvero di una delle tribù perdute.
Cinque rabbini vengono inviati per convertire ufficialmente i Menashe all’ebraismo ortodosso e Israele concede i visti di emigrazione. I primi arrivano in un freddo dicembre: il più piccolo aveva due settimane, la più vecchia 84 anni. Non si sono lasciati nulla alle spalle, sicuri di non tornare mai più indietro anche se «l’India è stata buona» con loro. Nella terra di Gandhi antisemitismo e persecuzioni su base razziale non sono mai esistiti e continuano a non esistere. L’India è uno dei pochi Paesi al mondo, difatti, in cui l’antisemitismo non ha mai trovato terreno fertile. Come testimoniava anni fa David Nohum, depositario della memoria storica della comunità ebraica di Calcutta e titolare di una pasticceria che dai primissimi anni del ’900 sforna torte e pasticcini, pane all’aglio, tramezzini e altre golosità di stampo più o meno occidentale. Un’istituzione cittadina, esattamente come il suo proprietario. La comunità ebraica di Calcutta contava all’inizio del ’900 circa cinquemila persone. Ebrei emigrati da Baghdad verso Oriente dal diciottesimo secolo in poi per sfuggire alle persecuzioni e per sfruttare le opportunità generate dal colonialismo britannico. A testimoniare il passato splendore rimangono soltanto gli edifici: tre sinagoghe, due sale di preghiera, due scuole e il cimitero. Le sinagoghe vengono mantenute in condizioni impeccabili ma non vengono più adoperate per pregare: a volte si fatica anche a trovare i dieci uomini la cui presenza è prescritta per la rituale preghiera. Alla Jewish Girl School di Park Street non c’è più nemmeno una ragazzina ebrea. E un matrimonio celebrato in città con rito ebraico una ventina di anni fa è finito su tutti i giornali locali: era il primo dopo più di cinquant’anni. Nonostante difatti la comunità abbia prosperato sia ai tempi degli inglesi sia dopo, alla fine della Seconda guerra mondiale molti se ne sono andati. La maggior parte in Israele, gli altri in Canada o negli Stati Uniti. «Anche io ero emigrato in Israele», raccontava sorridendo uno dei membri più anziani della comunità, «ma dopo otto anni sono tornato indietro. Mi mancava Calcutta, mi mancava l’India. Mi mancava casa mia, la mia terra, le mie tradizioni».
In effetti le comunità ebraiche in India non hanno conosciuto persecuzioni, discriminazioni né, tantomeno, l’Olocausto. E, durante gli anni in cui il nazismo e il fascismo imperversavano a occidente, molti sono stati accolti e ospitati in India. La comunità locale ha gelosamente custodito per molti anni la propria identità, ma è sempre stata perfettamente integrata e in armonia con le altre comunità religiose. Il custode della sinagoga, per uno di quei miracoli possibili soltanto in India, è difatti un musulmano. Che si toglie le scarpe e si mette in testa una kippah per accompagnarti all’interno. E nessuno lo trova strano. I Bnei Menashe, come molti ebrei indiani, sono emigrati nella terra promessa: l’anno scorso hanno aperto in Israele la prima sinagoga destinata alla comunità, ma molti, come tanti ebrei indiani, sono tornati in India perché prima ancora che ebrei si sentivano indiani.
Pronti però a tornare per combattere in difesa di Israele contro il terrorismo di Hamas. Perché, se è vero che l’India non ha mai conosciuto l’antisemitismo, conosce bene il terrorismo dei jihadi di cui è vittima fin dai tempi della Partition, la divisione tra India e Pakistan che ha causato uno dei bagni di sangue peggiori della storia e che da allora continua a causare morti e atrocità di ogni genere. E nessun indiano, a qualunque religione appartenga, ha intenzione di lasciarlo vincere.
