Le recenti elezioni hanno dato un segnale forte: il Paese torna a guardare all’Europa e il futuro appare meno grigio
Mosca e Budapest da una parte; Berlino e Bruxelles dall’altra. Al momento di scegliere la direzione al termine di una campagna elettorale tesissima, la Polonia ha preferito la seconda, dando uno storico segnale di vitalità democratica in un Paese pericolosamente in bilico e regalando al mondo una delle poche notizie confortanti di queste settimane nere, soprattutto in seguito alla vittoria dei populisti in Slovacchia. Dopo otto anni di Governo con un marcato penchant sovranista e autoritario, la forte propaganda governativa si è scontrata con una mobilitazione senza precedenti. I partiti di opposizione capeggiati da Piattaforma civica di Donald Tusk, ex premier ed ex presidente del Consiglio Ue, hanno ottenuto risultati brillanti, lasciando l’uomo forte di Varsavia, Jaroslaw Kaczyński, alle prese con un tracollo: il suo partito, Diritto e Giustizia, PiS, rimane il primo, ma ha perso molto terreno e non sembra in condizione di creare alleanze sufficienti a garantirgli la maggioranza, che invece Tusk ha in mano nonostante le mille difficoltà.
Partiamo dai dati: l’affluenza alle urne è stata enorme, oltre il 74%, più alta che nel 1989, quando i polacchi mandarono a casa il Governo comunista addirittura prima della caduta del muro di Berlino. E a mobilitarsi sono stati soprattutto i giovani tra i 18 e i 29 anni, più ancora degli ultrasessantenni, con un particolare coinvolgimento delle donne, a cui sono state riservate molte delle politiche più proibitive, in particolare in materia riproduttiva. Nel Paese dal 2021 l’aborto è legale solo in caso di stupro o di pericolo immediato per la salute della donna, ma sono medici e infermieri a rischiare il carcere. Il PiS ha preso il 35,38% dei voti e ha perso 41 seggi in Parlamento, fermandosi a 194, troppo pochi per contare su un’alleanza con l’ultradestra del Partito della Confederazione, che ha 16 seggi. Per governare ce ne vogliono infatti 231 e Tusk, che ha preso il 30,7%, ne ha 157, che uniti ai 65 di Terza via, partito di centrodestra che ha brillato in queste elezioni, ai 26 della sinistra di Lewica lo portano a 248. Anche il Senato è sotto controllo della coalizione, con 65 dei 100 seggi.
Al di là dei dati, piuttosto eloquenti, è stata l’energia con cui la società polacca si è spesa per cercare di voltare una pagina molto pesante della storia del Paese a rappresentare il segnale più positivo. Agli osservatori Osce che hanno vigilato sull’andamento del voto, definito democratico nonostante la pesante propaganda antieuropeista e filogovernativa, brillavano gli occhi raccontando delle lunghe file al freddo davanti alle urne, di pizze condivise, di thermos caldi portati dai vicini. Mentre a Varsavia Tusk ha preso il 60% dei voti, grazie anche al sindaco Rafal Trzaskowski, vedette dell’ala liberale di Piattaforma civica, nelle campagne ha inciso la scelta di molti elettori di muoversi in modo strategico, contando sul fatto che in Polonia i cittadini possono votare anche in posti diversi da quelli dove hanno la residenza. Per mettere sotto scacco il partito di Kaczyński in molti hanno percorso lunghe distanze. Pure i polacchi all’estero si sono dati da fare, con 600mila registrati al voto, ossia il doppio rispetto agli anni passati. Inoltre il PiS aveva voluto legare le elezioni a un referendum con quattro quesiti, riguardanti la sicurezza alle frontiere, l’immigrazione illegale, l’età pensionabile e la proprietà straniera delle società nazionali. Non hanno raggiunto il quorum del 40%.
Kaczyński è «un’antologia del risentimento», secondo la definizione del saggista e giornalista britannico Timothy Garton Ash. Sopravvissuto al fratello Lech, con cui formavano un’inossidabile coppia politica dopo i trascorsi da bambini star nel firmamento cinematografico polacco degli anni del comunismo, ne ha portato avanti la visione ultraconservatrice da quando il gemello è morto nell’incidente aereo di Smolensk in cui nel 2010 perse la vita buona parte della classe dirigente del Paese. Nemici della comunità LGBTQ+, i fratelli Kaczyński erano convinti sostenitori della necessità che la Germania risarcisse i danni arrecati a Varsavia durante la Seconda guerra mondiale. La loro è una visione che ha radici lontane – Lech era stato ministro con Walesa, era una delle menti di Solidarność prima che l’anticomunismo diventasse sovranismo reazionario – e che non può tramontare in modo scorrevole. Kaczyński non sta mollando la presa facilmente, nonostante abbia annunciato inizialmente di non avere la maggioranza per governare. Dalla sua ha il fatto di poter contare su vari gangli della macchina statale, piena di lealisti del PiS, a partire dal presidente della Repubblica Andrzej Duda, in scadenza nel 2025, passando per il governatore della Banca centrale finendo con un bel po’ di giudici della Corte costituzionale nominati dal Governo. E in particolare Duda, che ha il potere di veto e può bloccare l’azione di un Governo Tusk, il quale non avrebbe il 60% per poterlo aggirare, darà comunque il mandato al leader di PiS per fare un Governo, essendo il primo partito. A dicembre, se come sembra il tentativo andrà a vuoto, sarà Tusk a diventare premier.
Politico di vastissima esperienza e solidi appoggi internazionali, premier dal 2007 al 2014 Tusk sarebbe però a capo di una coalizione non semplicissima, che conterrebbe sia i liberali, gli agrario-nazionalisti, sia la sinistra. La campagna elettorale è stata fatta in nome di un concetto generale e non di un programma dettagliato. «La Polonia ha vinto, la democrazia ha vinto», ha detto il sessantaseienne, che vuole riportare il Paese sulla via dell’Unione europea, con tanto di sblocco di fondi legato alle contestatissime riforme giudiziarie. Ma ognuno dei partiti della coalizione ha fatto campagna per conto suo e ora questioni come l’aborto e soprattutto il sostegno all’Ucraina, con cui è in corso una disputa sul grano, si preannunciano come scogli da superare. Mentre la vicina Ungheria continua a rimanere un baluardo dell’autoritarismo, i Polacchi sembrano felici di distinguersi, ora come trent’anni fa, lanciando un messaggio a tutte le destre europee: una stagione sta per finire, si torna a respirare.
